Corriere della Sera, 27 luglio 2026
Intervista a Simone Vagnozzi
Chiunque abbia seguito Sinner, cioè tutta Italia, conosce Simone Vagnozzi, il Bearzot, il Lippi, il Velasco del nostro campione nazionale di tennis. È un uomo accogliente, gentile, sapiente, molto concentrato su un lavoro che per la sua visione è anche una missione, sportiva e umana.
Vagnozzi, come si arriva da Castorano, comune delle Marche di 2277 abitanti, a Wimbledon? È questo, in fondo, il sogno italiano?
«È una bella domanda. Ci ho pensato migliaia di volte. Nella vita ci sono tremila incroci e seimila coincidenze che possono decidere il tuo destino. L’esistenza di ciascuno è davvero affidata al gioco del caso, come in Sliding Doors».
Il suo treno quando lo ha incontrato?
«Con mio padre passavo sempre davanti a un piccolo circolo di tennis, tre campi in tutto, e un giorno gli ho detto, vedendo giocare delle persone su quei campi di terra rossa che brillava al sole, che volevo praticare quel gioco lì. Mi sono accorto che riuscivo bene e allora mi è presa la febbre del tennis, passavo ore a esercitarmi con racchetta e pallina usando il muro di casa. Insomma, a 12 anni ero in Inghilterra con mia nonna, che approfittò della circostanza per giocare a golf».
Quanti anni aveva quando ha iniziato?
«Sei. Ho delle foto a casa che mi ritraggono con una racchetta di legno, appartenuta ai miei. La prima tutta mia è stata una Prince grafite due, aveva un piatto che sembrava uno scolapasta e il ponte in mezzo».
La prima partita la ricorda? La prima gioia?
«Doveva essere attorno ai nove anni, in un torneo del Club Italia che si svolgeva in un Valtur. Era bello, si andava con i ragazzi del circolo ed era un gran divertimento. Quella che ricordo è la prima gioia sportiva. Vincemmo, eravamo dei ragazzi, la coppa Baby Davis. Lì capii che potevo giocare a livello nazionale. Ma come capita nella vita, a un momento bello associo anche una grande tristezza. Con me c’era un mio amico, Valerio Ciabattoni. Con lui vincemmo i campionati italiani Under 12. Poi si diede al calcio e morì in un incidente stradale nel 2003, aveva vent’anni. Zucchero e veleno della vita in un solo ricordo».
E la prima delusione?
«Lo sport l’ho sempre preso come una bellissima esperienza della vita. Una delusione è un sassolino, mai un macigno. Se devo dirne una, citerei la prima finale di un torneo Challenger che persi con Lorenzi 4-6, 7-6, 7-6. Una partita infinita, che durò quattro ore. Quella non la dimentico».
Quando è andato via di casa?
«A sedici anni, dormivo a casa di Andreas Seppi con cui mi allenavo. Ma ho un ricordo che ancora mi torna in mente. Dovevo giocare un torneo a Birmingham, avevo tredici anni. Avevo il volo Ancona-Milano. Lì mi aspettava il tecnico della Federazione che mi avrebbe fatto viaggiare con lui fino all’Inghilterra. Ma c’era la nebbia e allora mio padre mi portò a Milano in auto. Trovammo il viale Forlanini bloccato dai trattori che protestavano per le quote latte. Persi il volo per Birmingham e mi imbarcai da solo su quello per Londra. Arrivai e presi la metropolitana per la stazione e salii sul treno per Birmingham, dove arrivai alle due di notte, con gli ubriachi che mi parlavano in inglese. Chiamavo i miei genitori con i gettoni e quando sono finalmente arrivato al torneo avevo 39 di febbre. Tutto storto. Sembrava la notte di Fuori orario di Martin Scorsese».
Perché ha smesso così giovane?
«Il sogno di chi inizia quella carriera è di entrare nei primi cento del mondo. Ci sono andato vicino, ero 161. Però sentivo che mi mancava qualcosa e, mentre giocavo, capivo che avrei fatto meglio l’allenatore. Se inizi a fare quei pensieri vuol dire che ti mancano gli stimoli, quel po’ di cattiveria che è indispensabile per diventare un buon giocatore. Poi un paio di infortuni mi hanno sospinto all’uscita».
È stato duro smettere?
«Sinceramente sì. Quando non lo programmi ti trovi da un giorno all’altro nel vuoto. Ieri avevi dieci ore al giorno impegnate e oggi zero. Una vertigine. Non hai più motivi per andare in campo o in palestra. I primi mesi sono stati duri. Mi mancava l’adrenalina».
Prima di smettere aveva giocato con Ferrero, che poi diventerà il coach di Alcaraz. Sliding doors, appunto…
«Sì, a Barcellona, al terzo turno di un torneo Atp. Per lui, che ha giocato a livelli più alti dei miei, è stato meno difficile diventare allenatore. Io ho faticato di più».
Cosa c’è di bello ad allenare?
«Allenare è un modo per raggiungere gli obiettivi che non hai colto come giocatore. Ed è bello farlo con le qualità degli altri, che tu affini. E poi è bello far raggiungere i tuoi sogni a un altro ragazzo. È una sensazione stupenda».
Lei ha cominciato allenando Cecchinato e insieme siete arrivati alle semifinali del Roland Garros.
«Abbiamo lavorato insieme due anni e mezzo nei quali lui passò dalla posizione 118 del ranking alla 16. Quando ci lasciammo eravamo alla 39. La separazione è avvenuta perché era giusto così. Siamo rimasti in ottimi rapporti, nonostante caratteri molto diversi. Ma avevamo bisogno di staccare, iniziavamo a fare fatica. Io non sono un gestore di tennisti. Ogni giorno devo sentire che l’atleta di cui mi occupo fa un passo in avanti. Se non riesco a farlo, mi sento un leone in gabbia».
Come incontra Sinner?
«Il suo manager è il mio testimone di nozze, con Alex Vittur ci conosciamo da una vita. Jannik venne nel box di Cecchinato a Montecarlo e poi ci fu la finale in cui lui giocò contro Travaglia, che a quel momento seguivo io, a Melbourne. Quando Sinner decise di separarsi da Piatti fui chiamato da Vittur per allenarlo. Era il 2022. Mi misero in prova ma, evidentemente, ha funzionato».
Che impressione ha avuto di Sinner?
«Si capiva subito che aveva un talento raro ma anche una gran voglia di far bene. Era già centrato, concentrato su quello che faceva. Era numero dieci del mondo a vent’anni. Era già un fenomeno, ma si capiva che era pronto per andare oltre. E ci siamo arrivati».
Cosa pensavate, lei e Cahill, di poter aggiungere?
«La flessibilità. Lui era, un po’ lo è rimasto, una persona abbastanza rigida. In campo sapeva giocare ottimi punti, ma gli mancava la dimensione tattica, la coscienza delle caratteristiche degli avversari e quindi della flessibilità con la quale affrontarli. Passare dalla decima alla prima posizione del ranking è difficilissimo, come scalare la vetta più alta. E lui è stato bravissimo a migliorarsi tanto, con l’intelligenza della disponibilità ad affinare un talento naturale e prepotente».
Ricorda il vostro primo colloquio?
«Speravo non mi dicesse che era contento di essere il n.10 del mondo. E così fu. Voleva diventare il n.1. Lui allora faticava con Nadal, Djokovic, Tsitsipas. Per diventare leader bisognava migliorare tante cose. Era già fortissimo, ma bisognava potenziare la dimensione fisica e muscolare, lavorare sull’aspetto mentale. Se ripenso a Jannik di cinque anni fa, quando abbiamo iniziato, oggi lo vedo completamente diverso».
In cosa?
«Il servizio diverso, la gestione del punto, la sicurezza a rete, la facilità nella scelta di smorzare: tutto si è accresciuto ed è cambiato. Si impara con l’esperienza, ovviamente. Ma c’è tanta fatica, tanto studio, tanta applicazione da parte sua. Jannik ha una gran voglia di imparare. Di migliorare sempre».
Quale dote deve avere un buon allenatore di tennis?
«La visione. Deve immaginare il percorso dell’atleta con cui collabora, deve programmare, mettersi in discussione, ma non muoversi mai senza una visione d’insieme, una prospettiva chiara. La visione è necessaria, ma certo se poi il giocatore non ti segue…».
Sinner è un lavoratore indefesso?
«Sì, davvero pauroso. Forse in cinque anni avrò dovuto motivarlo due o tre volte. Lui è sempre il primo che vuole sacrificarsi per migliorare ed è molto bravo ad ascoltare. Non lo abita la presunzione che avrebbe il diritto di avere. Anche se lo prendi a muso duro dopo una partita, lui il giorno dopo ci pensa, reagisce e accetta quello che gli hai detto. La sua più grande qualità è volere al fianco persone che gli dicano quello che lui non vuole sentirsi dire».
Quanto pesa l’allenamento mentale?
«Tutto parte dall’attitudine, dall’apertura, dalla voglia di migliorarsi. Certo, devi imparare a fare la smorzata o andare a rete nel momento giusto. Ma in primo luogo devi trovare il coraggio di farlo, il coraggio di sbagliare, anche di fallire. Molto sta nella testa. Noi abbiamo la fortuna che Jannik ha una base di forza mentale assai rilevante e noi abbiamo cercato solo di moltiplicare questa virtù».
E come si fa?
«Bisogna in primo luogo avere la fiducia del giocatore, convincerlo che i limiti sono valicabili. Lui ha doti innate. Non si diventa puledri se si è ronzini. Ora si nota che lui sa fare ace nei momenti importanti, ma perché questo accada ti devi sentire sicuro del tuo colpo perché ci hai lavorato ore e ore in allenamento».
In cosa è migliorato in questi anni?
«Certamente nel servizio. Ma soprattutto la tattica, la sensibilità con la quale legge ogni colpo, seleziona le scelte in una gamma di possibilità che si è ampliata. Sa che può rispondere alla battuta dell’avversario più o meno lontano dalla riga a seconda del punteggio, di come si sente, della natura del competitor. Tutto è studiato, tutto è pianificato e il cervello di Jannik riesce a individuare, gestendo questi fattori, la cosa giusta da fare».
Può farmi un esempio di queste correzioni?
«Se non si vuole che lui sia attaccato sulla seconda di servizio, devo abituarlo a battere dieci chilometri all’ora più veloce, devo fargli prendere più angoli possibili. Nel 2022 serviva la seconda sotto i 150 km all’ora e nel 95% dei casi sul rovescio dell’avversario, ora sfiora i 160 e diversifica molto la direzione della battuta, così da sorprendere l’avversario».
Il box è una tortura per gli allenatori?
«Una vera tortura. Perché non puoi dire troppo, ogni parola deve essere subito compresa nel modo giusto dal giocatore. Devi motivarlo, non stressarlo, correggerlo ma sostenerlo. Hai poco tempo e devi scegliere il momento giusto per il consiglio».
I giocatori se la prendono sempre col box…
«È normalissimo, è la tensione del match. Noi gli diciamo sempre che come lui sbaglia uno smash, noi possiamo sbagliare un consiglio. Cerchiamo di lavorare sulla tendenza della partita, non sul singolo punto. Se gli diciamo di rispondere da più lontano, forse lui si aggiudicherà il punto solo il due per cento in più di quanto avrebbe fatto senza correzione. Ma ai livelli di Sinner, quei pochi punti percentuali contano moltissimo».
Com’è allenare insieme a un altro? Con Cahill sembrate una coppia affiatata…
«È difficilissimo. Bisogna essere molto intelligenti e molto umili. Sia nei confronti dell’altro coach che del giocatore. Mai mostrare conflitti, se c’è qualcosa che non va se ne parla dietro le quinte, mai davanti al tennista. Bisogna saper fare passi indietro: certe volte vuoi dire una cosa ma non lo fai perché è più giusto lo faccia l’altro. Credo che con Darren abbiamo trovato la giusta misura perché condividiamo la medesima visione».
Nel momento della squalifica per la vicenda della pomata, avete avuto paura che Sinner potesse incrinarsi?
«È stato un momento difficile, senza dubbio. Non capisci quello che sta succedendo, perché tu non hai colpa. Ma noi nel tennis siamo abituati a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e a rivoltare le frittate. Sei stato eliminato presto al Roland Garros? Avrai più tempo per prepararti a Wimbledon. Ti hanno squalificato? Hai un periodo per ricaricarti, riprendere energia e aggiustare quell’aspetto tecnico. Così si esce dal gorgo, sempre. E Jannik in questo è un fenomeno, quando scende in campo cancella tutto quello che c’è fuori, lo rimuove. Conta solo la partita».
I malesseri che accusa ogni tanto sono fisici o psicologici?
«Non penso ci sia una sola causa, sono tante piccole cose che messe insieme possono determinare questi piccoli crolli, ma ricordiamoci che sono stati quattro negli ultimi cinque anni. Questi ragazzi non sono automi. Il caldo, la stanchezza, la tensione possono combinarsi. A Parigi c’era una temperatura proibitiva e lui era arrivato lì con un significativo stress fisico e mentale. Insomma non c’è un singolo fattore, in quel caso sarebbe più facile per noi correggerlo. Dobbiamo convivere con questi episodi, lavorando per evitarli».
Sinner è mostruoso nel non mollare mai.
«Questo tipo di giocatori si sente sempre più forte degli altri e quindi deve dimostrarlo. Questo fornisce la forza di reagire sempre, di non arrendersi anche quando sei sotto di brutto. Jannik, anche in questo, è speciale. Dice a sé stesso: io mi sto sacrificando tantissimo, sto rinunciando alla mia gioventù per questo gioco e non posso sicuramente mollare».
Quanto pesano le sconfitte?
«Non sono tutte uguali. Ci sono quelle che ti aiutano a migliorare. Quando perdemmo con Alcaraz a New York ci siamo messi lì a cambiare il movimento del servizio e a sistemare aspetti tecnici. Il giocatore che perde, se è intelligente, è più disposto a lavorare per correggersi. Specie se vuole diventare o restare il numero uno del mondo».
Immagini di poter vedere una partita tra Sinner e uno dei campioni del passato. Chi sceglierebbe?
«McEnroe. Sarebbe una partita tra due modi di giocare e due caratteri, l’uno impassibile e l’altro fuoco puro, che renderebbero quel match indimenticabile. E guardi che Jannik, non si direbbe, è un tipo focoso. Ma sa gestire bene le sue emozioni».
Se dovesse spiegare a un bambino che prende per la prima volta in mano una racchetta cosa è il tennis, cosa gli direbbe?
«Che è libertà di esprimersi. Non esistono mai due giocatori identici. Puoi essere un artista o un ragioniere, con la racchetta in mano».
Uno stupido può giocare a tennis?
«Può esistere un giocatore forte e stupido. Ma non potrà mai esistere un campione stupido».