Corriere della Sera, 27 luglio 2026
Bibi apre un altro fronte contro i villaggi palestinesi
Le fiamme tra queste colline bruciano da tempo, da quando i coloni degli avamposti hanno capito di poter approfittare della guerra a Gaza e del governo più a destra nella Storia di Israele. Ma le scintille che stanno alimentando l’ultimo incendio sono state causate dall’arsura, dall’erba ingiallita, troppo secca e troppo pronta a prendere fuoco. Cause naturali che hanno lasciato ottanta famiglie israeliane delle fattorie Gilad senza casa, i container tirati su uno dopo l’altro come i Lego di un gioco estremista, di una strategia eversiva: piazzarsi in mezzo ai villaggi palestinesi, creare insediamenti che perfino lo Stato non ha autorizzato, di sicuro illegali per la comunità internazionale.
I coloni di Gilad e delle altre comunità attorno a Nablus non hanno ascoltato le spiegazioni dell’esercito: quella vampata distruttiva non era stata accesa dai vicini arabi, è stata colpa della siccità, di stoppie arse senza attenzione. Da una decina di giorni hanno intensificato i raid tra i cubi di cemento mal intonacato, lanciando pietre e assaltando i pastori palestinesi, attacchi organizzati per incitare una reazione e poi ottenere un’operazione militare. Venerdì scorso dalle fattorie abusive è partita un’altra «passeggiata», così vengono chiamate dalla burocrazia dell’esercito e dovrebbero essere autorizzate dal comandante della zona. Questa volta – come tante altre – non è successo e poco cambia, l’obiettivo era uguale: provocare, terrorizzare. Il gruppo di coloni si è incamminato tra i muretti a secco, ha raggiunto Tel, dove abitano i «vicini» nella Cisgiordania spezzettata dalle colonie. I palestinesi hanno lasciato le preghiere, sono usciti dalla moschea per confrontarli, uno di loro ha preso la pistola alla guardia armata che accompagnava la «scampagnata», ha cominciato a sparare, le truppe sono dovute intervenire: l’uomo della sicurezza e un riservista sono stati uccisi, con loro quattro palestinesi.
Così Benjamin Netanyahu ha ordinato di aprire un nuovo fronte, non bastassero quelli non chiusi dal 7 ottobre di due anni fa, dagli eccidi all’alba perpetrati dai terroristi di Hamas, 1200 persone massacrate nel sud di Israele. Ieri ha convocato la riunione settimanale del governo in un bunker, anche se il coinvolgimento negli scontri degli americani con il regime islamico a Teheran sembra per ora rinviato, ne saprà di più (e ne sapranno di più forse gli israeliani) quando domani incontra a Washington Donald Trump. «Con lui affronterò tutte le questioni, compreso l’Iran». Resta il mirino locale sulla Cisgiordania: «Le nostre direttive sono di entrare nei villaggi, sequestrare le armi, arrestare i ricercati. Siamo pronti ad agire in modo più massiccio contro i covi del terrorismo».
Sembrano non preoccuparlo gli avvertimenti lanciati dai generali. Temono che la tensione nei territori occupati tracimi, provano a sostenere che la violenza dei coloni vada contrastata. L’intelligence spiega che i palestinesi si stanno organizzando, hanno formato 70 comitati per proteggere i villaggi, il timore è una terza intifada, alimentata anche dal malcontento verso il presidente Abu Mazen e dalle lotte politiche interne, destinate ad accentuarsi da qui alle elezioni parlamentari di novembre, le prime concesse dal raìs in vent’anni, dalla vittoria di Hamas nel 2006.
Anche Bibi è in campagna elettorale, gli israeliani tornano alle urne alla fine di ottobre. Per restare al potere ha bisogno degli alleati messianici e fanatici come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Puntano all’annessione della Cisgiordania (al di là delle mosse che già la applicano di fatto) e per loro un’esplosione – la «polveriera» alimentata dal governo, come la definisce Yair Golan, l’ex generale a capo della sinistra – servirebbe a smantellare quel che resta dell’Autorità palestinese. E degli accordi di Oslo.