Corriere della Sera, 27 luglio 2026
Cisgiordania, due moschee in fiamme
Sui muri anneriti dalle fiamme, hanno lasciato la firma, che è un messaggio di minaccia: «Vendetta ebraica, la Terra d’Israele è stata conquistata con il sangue». Intendono tutta, dal fiume Giordano fino al Mediterraneo, è il loro obiettivo e quello di molti ministri al governo con Benjamin Netanyahu. I coloni hanno dato fuoco a due moschee nei villaggi palestinesi attorno a Nablus. Quella che è la capitale di questa parte della Cisgiordania resta sotto assedio: l’esercito ha imposto il coprifuoco da venerdì, da quando negli scontri sono stati uccisi due israeliani e quattro arabi.
Che la violenza sia scaturita da una provocazione organizzata dagli estremisti degli avamposti non attenua le invettive del governo, nonostante la ricostruzione dell’esercito: i coloni hanno marciato verso il villaggio di Tel in quella che definiscono una gita. I militari spiegano che la «gita» non era stata autorizzata e il gruppo è entrato in un’area sotto il controllo totale dell’Autorità palestinese, almeno secondo gli accordi di Oslo che la coalizione di estrema destra al potere considera da sempre inaccettabili.
Netanyahu e Israel Katz, il ministro della Difesa, hanno ordinato un’operazione massiccia: almeno 70 palestinesi sono stati arrestati. Gli ufficiali – ricostruisce il quotidiano Haaretz – hanno cercato di parlare con i leader degli insediamenti alla ricerca di un interlocutore che li aiutasse a calmare la situazione: «Nessuno ci ha risposto», dicono. Abu Mazen, il presidente palestinese, ha inviato lettere ai leader internazionali, compresi gli europei, invocando «un’azione urgente per fermare l’aggressione». Papa Leone XIV ha lanciato un appello «a negoziare per una equa soluzione politica fondata sulla pari dignità» e rigetta «nuove azioni militari», in particolare contro «i luoghi santi di ogni fede».
Lo stato maggiore israeliano sta valutando se spostare truppe dagli altri fronti, soprattutto dal Sud del Libano dove le trattative con il governo a Beirut prevedono un ritiro progressivo di Tsahal, ma avvertono Bibi di non avere abbastanza effettivi. Temono che gli attacchi come quello a Tel – un palestinese che toglie un’arma a un colono e inizia a sparare – possano creare un «effetto fotocopia» con assalti simili. Soprattutto calcolano che una risposta al caos in Cisgiordania renda inevitabile un’ulteriore chiamata alle armi per i riservisti già logorati dalle guerre permanenti che il primo ministro persegue, mentre assicura agli alleati ultraortodossi la legittimità dell’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle scuole rabbiniche.