Corriere della Sera, 27 luglio 2026
La morsa Mar Rosso-Hormuz che minaccia il petrolio saudita
Attacchi e rappresaglie riaprono il fronte Arabia Saudita-Houthi. Uno scontro che in realtà non si era mai chiuso ma era stato tenuto sotto la cenere. Perché Riad dialogava con Teheran nella speranza di evitare l’escalation e i mullah non chiudevano la porta. Solo che nella logica iraniana il parlarsi non si traduce, automaticamente, in immunità. Principio applicato anche verso il Qatar e persino l’Oman.
L’attuale crisi ha avuto una prova generale nel 2019 quando i miliziani filoiraniani sferrarono uno strike sui siti petroliferi sauditi, azione parte del conflitto civile nello Yemen, con Riad al fianco degli avversari degli Houthi. In quell’occasione i combattenti sciiti dimostrarono le loro capacità utilizzando armi fornite da Teheran e perforando lo scudo del regno. Un episodio, con danni, accompagnato da colpi nei confronti di petroliere di diversi Paesi. Una pagina scritta anche dai sabotaggi del Mossad contro il naviglio della Repubblica islamica. Gli schieramenti hanno studiato tattiche, testato mezzi poi riemersi su grande scala in quest’ultimo anno.
Gli Houthi, tenuti in riserva dagli ayatollah, sono rientrati nella partita annunciando un blocco del traffico nel Mar Rosso diretto negli scali sauditi. Non si tratta di una chiusura – avevano precisato – ma solo di una ritorsione. Un distinguo legato a una manovra fatta di piccoli passi. La fazione, forse, voleva dimostrare il suo sostegno a Teheran senza però scivolare nella guerra totale. Una scelta legata anche all’idea che le petro-monarchie, così come i Paesi occidentali, non hanno alcun interesse a una nuova fiammata e non sono disposti a «morire per Sanaa». Solo che gli sceicchi non possono neppure accettare un gioco di ricatti per fasi. Inoltre, per i sauditi il rischio è altissimo visto che le incursioni Houthi minacciano Yanbu, il terminale alternativo per il greggio che si affaccia sul Mar Rosso, sbocco potenziato dopo la morsa iraniana su Hormuz.
Da notare che Kuwait e Bahrein, due Stati bersagliati di continuo dai pasdaran, avrebbero partecipato a incursioni in Iran senza annunciarlo. Stessa cosa fatta dagli Emirati. Gli esperti continuano a definire orizzontale la strategia dell’Iran, con i Guardiani che allargano progressivamente il raggio d’azione dei loro strike. A tal fine hanno preso di mira con successo le basi americane in Giordania e in Iraq. Nella penisola arabica, invece, la lancia ben affilata è stata affidata agli Houthi per due motivi: 1) gli ayatollah possono sostenere che si tratta di un confronto parallelo tra yemeniti e sauditi; 2) Teheran cerca sempre di legare la battaglia su Hormuz al dossier Mar Rosso e a quello libanese. Ogni soluzione deve essere globale e deve sciogliere tutti i nodi.
Non va neppure escluso un segnale dopo il recente annuncio da parte degli Usa dell’accordo nucleare con i sauditi, intesa subordinata – secondo la Casa Bianca – al riconoscimento ufficiale di Israele. Capitolo, però, ancora da definire per le differenti interpretazioni.
Un dettaglio interessante sulla difesa saudita. Nelle scorse ore sono stati i sistemi antimissile greci ad intercettare dei vettori iraniani diretti proprio su Yanbu. La presenza ellenica è il risultato di un patto siglato nel 2021 che ha previsto lo schieramento di una batteria di Patriot, con al seguito 120 specialisti. Un’iniziativa all’epoca motivata dalla necessità di potenziare l’ombrello a causa della sfida Houthi ma poi prolungata fino al novembre 2026. Una collaborazione sottolineata dalle esercitazioni in comune delle due aviazioni: F 15 sauditi sono andati in Grecia, gli F 16 ellenici hanno operato nel regno. Un’amicizia nel segno del contenimento dei turchi estesa a Francia, Emirati, Egitto e, in modo indiretto, a Israele. Il piccolo Grande Gioco del Mediterraneo.
Atene ha appena confermato l’acquisto di materiale bellico israeliano, equipaggiamenti destinati a integrare lo «Scudo di Achille», lo schieramento antiaereo a tutela del paese.