Corriere della Sera, 27 luglio 2026
Iran, Trump sospende i raid. «È a corto di missili Patriot»
Nei cieli dell’Iran è tornato il silenzio. Dopo due settimane di bombardamenti notturni consecutivi, da venerdì sera i jet americani hanno spento i motori, droni e missili sono rimasti a terra. E questo senza che Washington abbia annunciato nulla, sollevando interrogativi: è una pausa tattica in vista della ripresa delle ostilità o un tentativo di rilanciare i negoziati? A domanda, l’amministrazione ha risposto di voler concedere «un po’ di spazio» alla diplomazia, come dichiarato dall’ambasciatore Usa all’Onu Mike Waltz e dalla Casa Bianca, nelle parole del direttore della comunicazione, Steven Cheung : «Il Presidente Trump ha sempre ribadito di preferire una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere aperte tutte le opzioni qualora l’Iran dovesse proseguire con attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati».
Ma dietro le quinte, i retroscena sollevati da alcuni media americani svelano una realtà più pragmatica e inquietante: Trump avrebbe congelato i raid perché i magazzini del Pentagono si stanno svuotando, portando le scorte di missili Patriot e munizioni di difesa aerea pericolosamente vicine alla linea rossa.
Rivela il New York Times, citando fonti governative e militari anonime, che l’ordine di sospendere i bombardamenti notturni è arrivato venerdì, dopo un teso vertice tra Trump e i suoi massimi consiglieri: oltre alle scorte di intercettori in esaurimento, a far considerare estremamente rischiosa la ripresa di operazioni su larga scala sarebbero state anche l’apertura di un secondo fronte con gli Houthi nel Mar Rosso, l’alienazione dei principali alleati del Golfo, vulnerabili a un attacco di Teheran, e la crisi economica ed energetica. Secondo la Cnn, in quel tavolo privato, a esprimere riserve sulla strategia dell’escalation sarebbero stati soprattutto il vicepresidente JD Vance e il capo di stato maggiore Dan Caine. Pur confermando che il Pentagono ha la capacità militare di colpire duro, Caine messo in guardia il presidente sulle conseguenze: una campagna su larga scala svuoterebbe i depositi di difesa aerea, lasciando le basi americane e gli alleati del Golfo del tutto esposti a una devastante rappresaglia asimmetrica da parte di Teheran.
Trump ha così scoperto dei limiti al suo potere che difficilmente avrebbe potuto immaginare quando ha iniziato le operazioni, il 28 febbraio scorso. Per un leader che solo tredici mesi fa si vantava di avere come unico limite la «propria morale» e si diceva pronto a porre fine al programma nucleare iraniano e a rovesciare il regime in poche settimane, il conflitto si è trasformato in una trappola da cui non riesce a trovare una via d’uscita.
Nei cinque mesi dall’inizio delle operazioni militari, l’offensiva non ha piegato l’Iran, ma ha incendiato i mercati energetici. Con lo Stretto di Hormuz bloccato e i prezzi del gas alle stelle, i consiglieri di Trump temono che un attacco totale possa innescare una crisi economica globale, oltre a nuove ondate di profughi.
Al momento, la mossa di Washington ha congelato la situazione. Dopo lo stop dei raid statunitensi, Teheran ha interrotto gli attacchi di rappresaglia nel Golfo e ha comunicato al Pakistan la disponibilità a riprendere i negoziati. Le prossime ore saranno cruciali: da una parte si spera nei colloqui in corso tra Oman e Iran per garantire il transito sicuro nello Stretto di Hormuz; dall’altra si teme il pressing che il premier israeliano Benjamin Netanyahu eserciterà domani durante la visita alla Casa Bianca: con nuovi rapporti dell’intelligence in mano, lo scontro totale per lo Stato ebraico resta inevitabile.