Specchio, 26 luglio 2026
Intervista a Diego Tortelli
Ci sono ballerini che con la loro magia riescono a raccogliere tutta l’attenzione, escono dal palco per entrare nell’immaginario, e in questo momento in cui il balletto e il linguaggio del corpo sono riusciti a tornare nell’interesse e nella vita delle persone, ci sono artisti come Diego Tortelli, che si prendono la ribalta. Coreografo conosciutissimo tra gli appassionati della danza contemporanea, è stato a “head of choreography” della cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 trasmessa in mondovisione dall’Arena di Verona. Nato a Brescia 30 anni fa, tanta scuola, prima all’Accademia di Roma e poi alla Scala di Milano, l’estetica coreografica influenzata dall’attività con Aterballetto, l’interesse per mondi limitrofi dove il corpo è protagonista, come la Moda (da poco una collaborazione con Chanel in occasione del Festival des Cabanes a Villa Medici, in collaborazione con Orsolina28 Art Foundation, dove ha portato in scena Bodies on Glass, con musica eseguita dal vivo dal pianista Andrea Rebaudengo).
Diego, ha un rapporto speciale con Orsolina28, una realtà di eccellenza della danza che si trova in Piemonte a Moncalvo, nel basso Monferrato.
«Il mio rapporto con Orsolina è iniziato cinque anni fa, il mio primo progetto al di fuori dell’Aterballetto è stato appoggiato proprio da Simoni e da Orsolina. È un luogo fantastico tanto che io avevo sempre pensato che Orsolina non fosse in Italia. Quando vedevo le immagini non pensavo che fosse possibile che l’Italia avesse un luogo così perfetto per la danza e invece ho scoperto che c’è ed è a Moncalvo, praticamente un’ora e mezza da casa mia a Milano. Uno spazio nel quale tu entri e ti devi solo ed esclusivamente concentrare sulla creatività e sulla danza. Così ci siamo sentiti con Simony Monteiro, fondatrice e direttrice di Orsolina 28 e abbiamo iniziato a collaborare. Qui ho fattola mia prima coreografia, presentata nel loro grande spazio all’aperto».
Lei si è formato alla Scala?
«Ho fatto un anno e mezzo prima all’Accademia di Roma e poi a 16 anni sono entrato alla Scala»
Quando ha iniziato a ballare?
«A 8 anni»
Per volontà sua?
«Sì, credo di sì, è sempre un po’ difficile dare una risposta. Credo che fossi un bambino molto attivo e che reagiva molto bene alla musica, era qualcosa che sicuramente mi attraeva, mia madre ha sempre ascoltato moltissima musica classica in casa e vedendomi muovere mi ha chiesto se volessi provare. Poi i maestri hanno iniziato a vedere che avevo un talento fisico, una possibilità e quindi e quindi mi hanno spinto ad andare avanti».
Un ballerino a cui ti sei ispirato?
«No, alla Scala ti insegnano che devi essere in grado di essere parte di un corpo di ballo, ma allo stesso tempo riuscire a creare la tua personalità per avere delle opportunità. Poi ovviamente c’è la prestazione tecnica, le disposizioni fisiche che ti permettono di diventare un solista o un primo ballerino, ma proprio a livello emotivo ti educano a non perdere mai la tua personalità e non viene mai utilizzato un esempio».
Difficile non farlo quando hai nella stesso teatro Roberto Bolle...
«Nonostante Roberto Bolle fosse il grandissimo nome che è, non ricordo una lezione con i maestri che hanno formato Roberto Bolle che ci venisse detto “dovete tutti diventare come lui, prendete lui ad esempio”. Eravamo sempre noi obbligati a essere l’esempio di noi stessi per cercare di migliorare. Quindi non ho mai avuto, diciamo, un danzatore maschile di riferimento. Sono sempre stato però molto attratto dalla carriera di Sylvie Guillem e dalle grandi capacità interpretative di una Alessandra Ferri».
Uno dei temi quando si tratta di danza, soprattutto classica, è la perfezione del corpo, e ai canoni rigidissimi che escludono tante ragazze e ragazzi che invece vorrebbero cimentarsi con quest’arte. Qualcosa sta cambiando?
«Ricordo che alla Scala, durante l’esame, ancora prima di iniziare a fare la lezione di classico, ci hanno pesato e ci hanno fatto un esame medico molto dettagliato sul quale assolutamente non hanno sbagliato. Avevo 16 anni e mi hanno detto esattamente come sarei diventato a 18/19 anni. Quali erano i miei limiti, le cose sulle quali valeva la pena lavorare, le cose sulle quali era inutile perderci tempo perché non sarebbero migliorate. Poi mi hanno preso, quindi vuol dire che i pro erano più dei contro. Però mi ricordo che ero rimasto un pochettino scioccato dal fatto che ancora prima di vedermi alla sbarra avevano controllato se le mie articolazioni avessero flessibilità, come anche la schiena. E poi peso, massa muscolare…Oggi le cose sono molto cambiate. Sono nate anche tante stelle che non sono, diciamo così, “perfette” ma con grande carisma e una grande capacità di lavoro e di empatia. Non si può basare una selezione solo ed esclusivamente sul corpo. Per esempio la ballerina che ho scelto per Bodies on Glas, è un’olandese, ha un corpo bellissimo, però è molto alta e magari in una compagnia non sarebbe stata presa».
Insomma la danza scende dal suo mondo distante. È anche questo il segreto del rinnovato interesse per il balletto e per la danza?
«C’è un rinnovato dialogo con un pubblico che non osserva più la danza solo come qualcosa di intoccabile, ma come qualcosa nel quale ci si può rispecchiare, trovare un desiderio».
Lei ha sviluppato collaborazioni con brand di moda italiani e internazionali, tra cui ultimamente Chanel, esplorando le contaminazioni tra danza, moda e arti visive. Non teme che si perda un po’ la magia di quest’arte?
«La moda è in grado di comunicare tramite l’abito, tramite l’oggetto, l’accessorio, il profumo, senza perdere il suo lato artistico. E trovo che connettere tra loro forme di creatività e bellezza generi un’osmosi positiva».
Oggi la danza è diventata più “popolare” grazie ai talent show televisivi. Pensi che sia un bene?
«Sta nascendo, e credo di farne parte anch’io, una generazione nuova di pubblico, ballerini e coreografi. Il coreografo per troppo tempo si è come dimenticato del pubblico, concentrandosi talmente tanto sulla ricerca da dimenticarsi che comunque la danza deve poter dialogare con il pubblico. La danza è arte e intrattenimento. In questo senso avvicinarsi alla gente è fondamentale e anche i talent hanno un loro ruolo in questo».
Oggi tutti vogliono ballare, le scuole di danza aumentano, impazzano i balli latini. Ma rimane tra voi professionisti la certezza che non si può prescindere dalla tecnica classica. è ancora così? Che consiglio daresti a un ragazzino/a che vuole ballare?
«Di formarsi prima di tutto con la tecnica classica. Io non potrei mai lavorare con un danzatore che non venga da lì. Poi, sulla base del repertorio che viene danzato, non è necessario che tutti abbiano la tecnica di Bolle, perché se no davvero ballerebbero in tre. Ma serve quella preparazione tecnica completa, che permette di avere tutti i colori necessari attraverso i quali riuscire poi a trasmettere emozioni; su questo sono molto rigido e non perché vengo dalla Scala. Credo che sia fondamentale, anche se poi uno vuole fare il percorso contemporaneo, non cambia niente, è fondamentale averla».