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 2026  luglio 26 Domenica calendario

Jury Chechi parla della sua carriera atletica

Jury Chechi, sono passati trent’anni esatti dall’oro di Atlanta 1996. Eppure quella immagine, lei sospeso agli anelli, è ancora presente nella memoria collettiva. Se lo aspettava?
«No. Mi sorprende ancora oggi, questa cosa. E soprattutto mi fa molto piacere. Agli eventi incontro persone della mia generazione che ricordano perfettamente quel momento, ma anche qualche giovane che non era ancora nato eppure sa chi sono, conosce la storia degli anelli e quel risultato. Significa che qualcosa è rimasto».
Che effetto fa sapere che una vittoria personale, individuale è diventata in realtà un ricordo condiviso?
«Io ho fatto quello che ho fatto soprattutto per me stesso, perché avevo un desiderio fortissimo di raggiungere quell’obiettivo. Poi, con il tempo, ho capito che quella vittoria aveva dato emozioni agli altri. Quando una persona ti ferma e non si limita a farti i complimenti, ma ti dice “grazie”, capisci che hai lasciato qualcosa. È una soddisfazione enorme».
Le capita spesso di rivedere quella gara?
«Non per scelta. Solo durante gli eventi in cui viene proiettato quel minuto. L’aspetto forse incredibile è che io quel minuto non lo ricordo quasi per niente».
Com’è possibile? È il momento più importante della sua carriera.
«Proprio per questo. Ero talmente preparato, talmente concentrato, che quando mi sono appeso agli anelli tutto è diventato automatico. Se avessi pensato continuamente “questo è il minuto più importante della mia vita, non posso sbagliare”, probabilmente avrei avuto paura».
In passato ha raccontato che prima della gara si disse: “Non c’è un motivo per cui oggi io debba sbagliare”. Da dove nasceva quella convinzione?
«Dal lavoro fatto nei quattro anni precedenti. Prima di Atlanta avevo paura di sbagliare, lo ammetto. Fu il mio allenatore ad aiutarmi. Mi disse: “Abbiamo fatto quello che serviva per arrivare qui pronti. Non c’è stato un solo giorno in cui hai scelto di non allenarti o di non fare ciò che dovevi fare. Perché dovresti sbagliare qualcosa proprio oggi, allora?”. Quelle parole mi hanno dato una sicurezza diversa».
Non era presunzione, quindi.
«No, era consapevolezza. Non pensavo di essere imbattibile: sapevo semplicemente di aver costruito quel momento. Avevo lavorato per essere pronto».
Oggi porta questa esperienza nelle aziende, collaborando con manager e dirigenti. Che cosa può insegnare un campione olimpico al mondo del lavoro?
«Non voglio insegnare nulla a chi guida aziende importanti, ma posso condividere quello che ho imparato nello sport: la programmazione, il metodo, la capacità di costruire un obiettivo. Sono principi che valgono in qualsiasi ambiente».
Un esempio concreto?
«Con la mia Academy organizziamo attività di team building. Abbiamo lavorato con gruppi di manager che non avevano mai fatto ginnastica e in pochi giorni abbiamo portato ciascuno a fare una verticale. Il punto non è l’esercizio in sé: è far capire alle persone che spesso possono superare limiti che credevano impossibili».
Lei da bambino scrisse in un tema che voleva diventare campione olimpico. Cosa direbbe a un ragazzo che scrivesse la stessa cosa a 8-9 anni?
«Gli direi di provarci. Se quello è davvero il suo obiettivo, deve metterlo al centro e lavorare per raggiungerlo. Poi è chiaro, bisogna essere consapevoli del fatto che non sempre si arriva al risultato: nello sport, come nella vita. Però è fondamentale arrivare a un punto in cui puoi dire: “Ho dato tutto”. Non avere rimpianti è una delle conquiste più importanti».
A proposito di temi, quanto era difficile avere a che fare con i voti di una giuria?
«Fa parte del gioco, è una caratteristica del tuo sport. Ma ho imparato che non può essere l’unica valutazione su cui basare il proprio valore perché a volte c’è l’errore dei giudici. In buona fede, o peggio ancora in malafede. E questo è difficile da accettare».
La più grande ingiustizia che ha subìto?
«Alle Olimpiadi di Atene ha vinto un greco (Dimosthenis Tampakos; ndr) che non doveva vincere, però la sostanza è che la Grecia, in Grecia, non poteva non avere nemmeno una medaglia. E l’unica medaglia che potevano un po’… monitorare, per non dire altro, era questa».
Quanto accaduto al mondiale di calcio con la mancata espulsione di Balogun l’ha colpita?
«Si tratta di un precedente pericolosissimo. Si parla tanto di autonomia sportiva, anche se è ovvio che non può esistere: basti pensare banalmente ai finanziamenti, alle sovvenzioni per i movimenti. Ma che un presidente con quel potere alzi il telefono e incida su una decisione di un regolamento sportivo, beh, questo è troppo».
Ancora tema sport e politica: la riammissione della Russia alle Olimpiadi.
«Io ho sempre sostenuto che fosse sbagliato escludere la Russia. Perché, restando coerente con ciò che sostenevo prima: la politica può in un certo qual modo e forse inevitabilmente influenzare lo sport, i movimenti. Ma non deve entrare in un regolamento sportivo. L’esclusione di una Nazione per doping è una cosa, l’esclusione per questioni extra sportive è un’altra. Dunque sono favorevole alla decisione del Cio».