La Stampa, 26 luglio 2026
Case popolari, Italia maglia nera in Ue
Gangli burocratici e pochissime case. L’Italia è agli ultimissimi posti in Europa per il patrimonio di edilizia residenziale pubblica, mentre soffre una frammentazione difficile da superare.
Come raccontato ieri su La Stampa, sono trecentomila le famiglie in attesa di un alloggio popolare, ma ogni anno solo una su cento riesce ad accedervi. Il piano casa del governo punta, tra le altre cose, alla riqualificazione di 61.299 appartamenti sfitti per mancanza di manutenzione, ma non è chiaro quanti immobili nuovi saranno costruiti - e la maggioranza sembra destinata all’edilizia sociale, per coloro quindi che sono in difficoltà ma non accedono alle graduatorie “popolari”. Ma uno dei problemi, come sottolineano i sindacati degli inquilini, sta proprio qui. In Italia solo il 3% delle abitazioni fa parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una percentuale che la inserisce agli ultimi posti della classifica europea. Sotto alla media Ocse (il 7%), il nostro Paese guarda da molto lontano i Paesi Bassi (30%), l’Austria (24%), la Danimarca (21%), Francia (16%). Se negli anni ’80 sono state costruite in media 20 mila nuove abitazioni all’anno, negli ultimi 15 anni il numero è sceso in picchiata ad appena mille.
Ma non è l’unico dato che ci lascia nelle ultime posizioni per qualità abitativa. Secondo l’Eurostat siamo in fondo per numero di stanze a persona (1,5), dopo Paesi come Lituania o Ungheria, ma anche per percentuali di abitanti in palazzi che sono diventati più efficienti dal punto di vista energetico nel 2025 (il 2,6 in Italia contro il 34% della Danimarca); siamo invece noni, quindi tristemente in testa, per percentuale di residenti che non riescono a scaldare degnamente la propria abitazione (l’8,6%). Ma si può andare avanti. Nel 2023 il tasso di grave privazione abitativa, che combina il sovraffollamento con condizioni precarie come perdite d’acqua dal tetto o la mancanza di un Wc con sciacquone, è rimasto al di sopra della media Ue (4%) in dieci Stati membri, tra cui il nostro. Quell’anno solo uno studente su tre ha trovato casa dopo il proprio arrivo, mentre un terzo delle persone senza fissa dimora aveva tra i 18 e i 29 anni.
D’altronde, secondo la Corte dei Conti, tra il 2010 e il 2022 l’Italia ha speso più di dieci volte in meno delle altre nazioni dell’area euro nel welfare abitativo. E l’ultimo piano di edilizia sociale risale al 1978. L’Austria ha una spesa per housing bassa, ma impone ai costruttori di destinare ad alloggi sociali il 30% dei nuovi edifici; la Spagna ha meno edilizia pubblica dell’Italia, ma ha fatto un piano casa negli anni ’2000. Ora il governo Meloni promette quasi 10 miliardi in dieci anni per far fronte all’emergenza abitativa. Ma per distribuire le risorse tra i territori, dovrà far fronte a una frammentazione di competenze e governance che rischia di “incastrare” gli investimenti. Sull’edilizia pubblica infatti le Regioni legiferano (in modo autonomo), i Comuni stilano le graduatorie (con criteri differenti) e le 84 Agenzie gestiscono il patrimonio: ognuna ha strumenti tecnici e finanziari diversi, come diverse le capacità di intercettare fondi e intervenire nelle attese manutenzioni.