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 2026  luglio 26 Domenica calendario

“Gomorra non fu un plagio”, la sentenza della Cassazione

Gomorra non fu plagio. Roberto Saviano dovrà risarcire due giornali locali con 10mila euro per non aver citato immediatamente autori e fonti di alcune frasi riportate nel suo romanzo d’esordio: Gomorra. Che resta però un’opera originale per “l’enorme contributo personale”, la “rielaborazione” e “l’inserimento in una trattazione ben più ampia, letterariamente pregevole”.
La sentenza della Prima sezione civile della Corte di Cassazione, arrivata in camera di consiglio il 23 giugno e pubblicata il 20 luglio, ha messo fine a una disputa che andava avanti da quasi vent’anni, tra denunce, processi, appelli, ricorsi, impugnazioni, ricalcoli.
Era il 2008, Gomorra era uscito da due anni, quando lo scrittore e la casa editrice del best seller da più di 2 milioni di copie in Italia e 10 milioni nel mondo, Mondadori, vennero citati in giudizio dalla Libra editrice, che pubblica “Cronache di Napoli” e “Corriere di Caserta”: nel libro, spiegava l’accusa, c’era stata una “illegittima riproduzione di alcuni articoli” senza alcuna citazione delle testate e dei loro autori (inserite dall’undicesima, ravvicinata, edizione in poi). A loro ci si riferiva solo con l’espressione di “quotidiani locali”.
Tra infinite polemiche, il caso ha attraversato tutti e tre gradi di giudizio di merito e altrettante pronunce di legittimità, in un iter che l’ordinanza della Cassazione ricostruisce analiticamente: dalla sentenza di primo grado, che respinse la domanda della casa editrice, fino a quella d’appello del 2024, oggetto dell’ultimo ricorso, passando per due precedenti pronunce della Cassazione, del 2015 e del 2021, che avevano più volte cassato con rinvio le decisioni della Corte d’Appello sulla somma da risarcire.
Al di là dei tecnicismi sul diritto d’autore, stavolta la Cassazione ha deciso di rigettare l’ultimo ricorso e ha confermato il mini risarcimento per le mancate citazioni deciso dal tribunale di Napoli: 10mila euro. Riportando quel che i giudici di secondo grado avevano scritto e cioè che “il contributo personale” di Saviano, “rispetto a quello degli articoli riprodotti, è stato enorme” sia per quantità (“dal momento che gli articoli illecitamente riprodotti sono assai brevi rispetto al libro e riguardano aspetti a dir poco marginali a fronte della moltitudine di argomenti trattati” da Gomorra), sia per qualità (“essendo innegabile l’abilità” di Saviano “nella rielaborazione degli articoli e nell’inserimento degli stessi in una trattazione ben più ampia e caratterizzata da particolare pregevolezza letteraria”).
Insomma, l’apporto degli articoli al successo e all’impatto che il libro ha avuto è stato, dicono i giudici, “ridottissimo”: poche frasi (79 parole di un articolo e 57 di un altro) in 330 pagine. E alla citazione, sacrosanta, delle fonti si era già posto rimedio.
“Sono felice che la Corte di Cassazione abbia messo la parola fine alla vicenda Gomorra: non si è mai trattato di plagio” ha scritto sui social Roberto Saviano. Che poi ricostruisce in breve la vicenda dal suo punto di vista. “Nel 2006, scrivendo Gomorra – ha aggiunto – riportai alcuni virgolettati dicendo chiaramente che erano tratti da giornali locali, tra cui un brano che esaltava le “doti da playboy” del mandante dell’omicidio di Don Peppe Diana, lo stesso sacerdote che quelle stesse testate avevano più volte infangato. Non volevo intestarmi la paternità di quelle parole vergognose, ma farle conoscere ai miei lettori. Mi hanno fatto causa e per la mancata citazione sono stato condannato a risarcire”.
Poi aggiunge: “Quello che non dicono è che invece loro sono stati condannati a pagare i danni a me perché hanno plagiato integralmente due miei articoli, quando ancora non ero conosciuto. Pensavano di farla franca, ma gli è andata male”.
Se la vicenda giudiziaria si è conclusa, resta invece uno strascico politico. La Lega, postando sui suoi canali social un articolo di “Libero”, scriveva: “Saviano condannato: ha copiato. Che figura...”. A distanza di due giorni, lo scrittore ha replicato: “È una fake news. Spesso la politica che vi informa vi sta mentendo”.