la Repubblica, 26 luglio 2026
Intervista a Karla Sofia Gascon
Karla Sofía Gascón ha perso l’allegria spensierata di quando chiacchierava seduta sulla terrazza del Palais, la notte in cui vinse il premio collettivo per l’interpretazione a Cannes per Emilia Pérez di Jacques Audiard. Lo sguardo, però, resta ostinatamente gentile. In mezzo c’è stata una parabola vertiginosa. Quella pioggia di premi e candidature internazionali che l’aveva proiettata al centro di Hollywood si è infranta quando sono riemersi vecchi tweet offensivi nei confronti delle comunità islamiche e del movimento Black Lives Matter: una polemica che ha travolto la campagna degli Oscar e rischiato di cancellarla dall’industria cinematografica americana. L’attrice, 54 anni, non ha mai avuto una vita facile. Ha affrontato la transizione nel 2018, a 46 anni, dopo aver vissuto a lungo sentendosi infelice e costretta a essere qualcuno che non era. La sua è la storia di una persona abituata a rialzarsi e, ai ragazzi di Young Blood – lo spazio dedicato ai giovani attori organizzato da Alice nella città e da Do Cinema in collaborazione con il Marateale– la giurata Gascón consegna un’idea semplice: una carriera, e forse una vita, non si misurano dalle cadute ma dalla capacità di ricominciare.
Che effetto le ha fatto incontrare questi giovani attori, questo “sangue nuovo”?
“Ho visto i loro monologhi: è impressionante vedere la preparazione che hanno, il modo in cui parlano e recitano in inglese, in italiano, qualcuno anche in francese. È incredibile questa nuova generazione. Scegliere è difficile, ci stanno mettendo tutta l’alma, tutta l’anima. Questa professione possono farla soltanto quelli disposti a lasciare tutta la propria vita a disposizione di quest’arte”.
Che consiglio ha dato loro?
“Non mi piace dare consigli a nessuno. L’unico che posso dare a un attore o a un’attrice è: essere sé stessi. Quando cominci a copiare, a imitare gli altri attori, perdi te stesso. Oggi hanno tutti una preparazione immensa e una tecnica a volte squisita, ma si perde un po’ di verità, di naturalezza”.
Lei chi era all’età di questi ragazzi? Ha dovuto imparare anche lei a essere sé stessa?
“Era un’altra epoca. Negli anni ’90 facevo quello che mi lasciavano fare. Sono arrivata qui per lavorare con Canale 5 e con la Rai, ma la mia formazione è stata più autodidatta. Io prendevo una cosa di qua, un’altra di là, un giorno sbagliavo, il giorno dopo magari no. La mia carriera l’ho costruita così”.
Quando ha ritrovato sé stessa?
“Quando sono arrivata in Messico. Il cambiamento personale e quello professionale sono avvenuti insieme. Lì ho incontrato la tecnica Meisner, che mi ha aperto gli occhi e mi ha permesso di affinare molte cose. Alla fine ho capito che la cosa migliore, non soltanto per gli attori ma per tutti, è non interpretare un personaggio nella vita reale. E neanche al cinema”.
È stato liberatorio, le ha dato forza?
“Sì, ma ha significato anche confronto e scontro. Con la società e con la professione. Quando arrivi con una proposta che non è la stessa di tutti gli altri, non sempre vieni capita. Ci sono modi diversi di fare cinema e televisione. La telenovela, per esempio, non è una cosa che si caratterizza precisamente per la naturalità. Io avevo tantissimi conflitti quando lavoravo lì, perché cercavo sempre un’altra verità”.
Diventare sé stessi attraverso una transizione è più facile oggi?
“Facendo uno sforzo di ottimismo, credo che oggi sia sempre un po’ meglio per chi arriva rispetto a quelli che hanno attraversato tutto prima. Anche se adesso, in tantissimi aspetti, stiamo tornando indietro. Sulla situazione attuale sono un po’ pessimista. Ho perso un po’ di speranza nell’umanità”.
È riuscita a costruire un rapporto molto bello con sua figlia.
“Sì. Anche se adesso ha quindici anni ed esce spesso con gli amici. Ogni volta torna più tardi. Prima erano le sette, poi le otto, poi le nove, le dieci. Adesso arriva alle undici e dice: “No, perché sono a cena…”. Alla fine ho capito mio padre, quello che sentiva quando io arrivavo tardi. Perché si sta male quando non sai dov’è tua figlia, cosa sta facendo. Ma è la mia vita. L’adoro”.
E se volesse fare l’attrice?
“Per ora non le piace, non so… In Spagna c’è un detto: En casa de herrero, cuchillo de palo. Nella casa del fabbro, il coltello è di legno”.
Come ha vissuto la sua popolarità?
“In modo normale, perché l’ha vista da quando è nata. La prima volta che ha attraversato l’Atlantico aveva quattro mesi, forse sei. Sempre avanti e indietro. La gente arrivava per chiedermi una foto o un autografo e lei è cresciuta con tutto questo. La ricordo perfettamente nel marsupio, nel cangurito, e intorno arrivavano tutti per fare le foto. Per questo, da piccolina, non ha mai sentito nessuna pressione. E quando la porto con me è una sorta di addetto alle relazioni. Parla inglese perfettamente, fa amicizia con tutti”.
Dove si sente a casa: in Spagna o in Italia?
“Ho vissuto in tanti luoghi, alla fine mi adatto ovunque. A Madrid ho le mie cose, è più comodo. Ma dopo due giorni già me ne voglio andare un’altra volta. Non riesco a stare tranquilla”.
Il suo buon italiano è figlio del periodo in cui ha vissuto a Milano.
“Sì, sono stata tre anni a Mediaset. Era un’altra Italia, prima dell’euro, ancora con la lira. Ricordo Milano bellissima. C’erano sempre le nuvole: non vedevo il sole mai, mai nella mia vita. Paolo Limiti, Antonio Caprarica, tutta questa gente della televisione, le feste… Era un mondo molto vitale: ricordo Ivan Cattaneo, Mango. Le canzoni di Mango mi commuovevano tantissimo. Andavo in giro scoprendo posti, mangiando e bevendo: Roma, Firenze, Venezia”.
Ha girato “Scuola di seduzione” con Carlo Verdone.
“Carlo ha un tempo, un ritmo e una capacità per la commedia ineguagliabili. È un’istituzione. Rappresenta l’Italia, la vera Italia, il popolo. Una volta stavamo girando a Piazza Navona, io e Vittoria Puccini. È arrivata la polizia: “Che state facendo qua?”. Io ho detto: “Stiamo facendo un film con Carlo Verdone”. “Carlo Verdone? Come possiamo aiutarvi?”. Lo adorano tutti, lo amano. E anche noi”.
Il successo mondiale e, dopo la riemersione dei suoi vecchi tweet, i meccanismi americani hanno fatto quello che hanno fatto. Che cosa le ha insegnato questo anno e mezzo di alti e bassi?
“A non prendere le cose personalmente. A dire: “Okay, la vita è così, non si può cambiare”. Guardo il mondo, tutto quello che succede ovunque, non solo in America e non solo nella mia vita personale, e mi fa pensare: “Ma io mi sto ammazzando, sto lottando con tutti per fare un mondo un po’ mejor, e alla fine è quasi impossibile”. Forse la gente non è ancora preparata, o ha bisogno di un processo che io non vedrò. Sono nata e già c’erano guerre, conflitti e morti in tutto il mondo. E morirò e sarà lo stesso. È un po’ deprimente”.
Lei è una lottatrice. Ha avuto la forza di ripartire.
“Nella vita di avversità ne ho affrontate tante e da questo ho trovato la forza. Molte persone, anche nei commenti, mi dicono che li ispiro. Ho saputo trasformare le cose negative in positive. E ho imparato a rialzarmi dalle cadute. L’accanimento mediatico e gli errori non potevano cancellare chi sono. Alla fine, quando tu sai chi sei, quando sai qual è la verità e qual è la realtà, fa lo stesso. A volte penso a quegli artisti del passato che oggi abbiamo messo in un Olimpo. Van Gogh, per esempio, con la sua vita durissima, John Lennon, agli artisti incarcerati, maltrattati, uccisi. E allora penso: “Che cosa me ne frega che tra centocinquant’anni la gente dica che l’interpretazione che ha fatto Karla era la cosa più bella? La cosa più bella è avere un successo personale nella tua vita quando sei viva. Preferisco essere viva e sperimentare, invece che arrivare al punto in cui uno stupido ti ammazza. Ho un pensiero buddista, una pratica che porto sempre con me: quello che ti succede è sempre lo mejor, la cosa migliore che ti doveva succedere. Magari, se a me non fosse successo questo, sarebbe accaduto di peggio”.
Diceva che Madrid è la sua casa. Come vive questo incredibile momento per la Spagna, tra cinema, calcio e politica?
“I Mondiali li ho seguiti da lontano, non mi piaceva l’aura che avevano. Ho tifato squadre che sono state eliminate presto. La vittoria della Spagna mi ha sorpreso, come tutti. Sul fronte del cinema, è vero che nessuno è profeta in patria. La mia carriera è stata tutta fuori, compreso Emilia Pérez, che non era un film spagnolo anche se girato in spagnolo, non so perché. Mi piacerebbe un film con Pedro Almodóvar, c’è una stima reciproca. Ora ho girato un western, il primo film dopo tutto quello che è successo. È un omaggio libero a Lo chiamavano Trinità. Quando me l’hanno proposto ho pensato: “Oh, che bello, un film con i cavalli, le pistole, un po’ di avventura”. E invece mi hanno detto: “Il personaggio che vogliamo per te è una signora bionda, su una sedia a rotelle. La cattiva, una signora americana con sei figli”. Abbiamo girato alle Canarie, in inglese”.
Altri progetti?
“In Italia e in Spagna ci sono cose bellissime in divenire. Soprattutto ho appena girato in Argentina Las malas, Le cattive. È una storia tratta da un libro incredibile di Camila Sosa Villada, che ha avuto moltissimo successo in America Latina e nella nostra lingua. È ambientata negli anni Novanta. Sono il capo di un gruppo di prostitute trans che trovano un bebé abbandonato. La regia è di Armando Bó, che ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura di Birdman. Le faccio una previsione: sarà Emilia Pérez 2.0. Ma speriamo non finisca nello stesso modo”.