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 2026  luglio 26 Domenica calendario

Lo shopping cinese in Italia: “Puntano alle nostre Pmi”

Non è più lo shopping sfrenato e rumoroso del decennio scorso, quando i capitali cinesi – in Italia come nel resto d’Europa – puntavano ad aziende quotate, brand globali e grandi infrastrutture. Il flusso degli investimenti si è molto ridotto, in parte per una stretta delle autorità di Pechino ai capitali in uscita e in parte per i nuovi meccanismi di filtro (come il nostro golden power) introdotti dai governi dell’Unione europea. Eppure l’impronta della Repubblica popolare sull’economia italiana ha continuato a crescere e approfondirsi anche negli ultimi anni. E nel frattempo è diventata più strategica, concentrandosi soprattutto sulle imprese industriali e puntando a costruire quote più solide di controllo.
Questa evoluzione emerge da una mappatura del capitale cinese in Italia realizzata per Repubblica da InfoCamere, la società informatica delle Camere di commercio, sfruttando i dati e le capacità di analisi del suo registro digitale. I numeri raccontano che a fine 2025 si contavano in Italia 23.243 società partecipate direttamente da investitori della “Grande Cina” (ovvero Cina continentale, Hong Kong e Taiwan). La maggior parte sono piccole attività di quel capitalismo molecolare fatto di ristoranti, bar e negozi che ha cambiato il volto delle nostre città, per lo più controllate da persone fisiche. Ma a fianco a queste c’è stato un netto aumento delle società partecipate da persone giuridiche e holding, passate tra il 2020 e il 2025 da 751 a 906 (+21%). Nei tre quarti dei casi, 710, siamo in presenza di soci che esercitano un controllo assoluto – in media tra il 91 e il 96% del capitale – valore cresciuto del 33% negli ultimi cinque anni.
È in corso un consolidamento, soprattutto in due settori. Per le partecipazioni targate Hong Kong si tratta della finanza, con la città che funge da cassaforte per acquisizioni e altre operazioni. Per la Cina continentale è la manifattura, il comparto con la maggiore presenza di aziende sopra i cinque milioni di fatturato. «È in atto una metamorfosi della presenza – spiega il direttore generale di Infocamere, Paolo Ghezzi – Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito a una decisa avanzata di grandi holding e persone giuridiche il cui obiettivo prevalente è l’acquisizione del controllo di fabbriche manifatturiere di eccellenza», attirate dal know how e dalla possibilità di posizionarsi all’interno delle filiere europee. I target sono spesso medi o piccoli, non quotati, soprattutto nei settori dei macchinari, dell’energia e dei beni di consumo di gamma alta, vedere i casi di Bialetti e Golden Goose.
Questa evoluzione rende ancora più acuto il dilemma posto dai capitali cinesi, tra opportunità di attrarre investimenti e necessità di proteggere gli asset strategici. L’anno record per gli investimenti della Repubblica popolare nel nostro Paese è stato il 2015, quando si è realizzata l’acquisizione di Pirelli da parte di ChemChina per oltre sette miliardi di euro. Mentre nell’anno precedente State Grid aveva acquisito il 35% di Cdp Reti, la holding che controlla Snam, Terna e Italgas. Le tante polemiche sorte in seguito per questa partecipazione e i recenti scontri tra gli azionisti di Pirelli, con tanto di istruttoria golden power, mostrano come il clima sia cambiato.
Dal 2019 l’Italia ha rafforzato i meccanismi di filtro sugli investimenti esteri e dopo il Covid il flusso dalla Cina ha continuato a ridursi, scendendo a soli 165 milioni nel 2025. La tendenza è stata simile nel resto d’Europa, dove però negli ultimi due anni si è registrata una ripresa trainata dai “nuovi” settori come batterie e auto elettriche, con la costruzione di nuovi impianti da parte dei campioni della Repubblica popolare. Investimenti che nel nostro Paese non si sono visti.