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 2026  luglio 26 Domenica calendario

India, le proteste di sapore gandhiano preoccupano Modi

Prima di ogni corteo, gli “scarafaggi” si scrivevano sull’avambraccio, con il pennarello, il numero di telefono del proprio avvocato. Le batterie si scaricano, l’inchiostro resiste. Il vademecum diffuso dal Partito popolare degli scarafaggi, il movimento di ventenni che ieri ha ottenuto le dimissioni del ministro dell’Istruzione di Narendra Modi, prescriveva solo quattro slogan patriottici, niente di ideologico, gruppi di tre persone, niente armi, nessuna risposta alle provocazioni. La non-violenza come logistica.
Quest’estate lo spirito che si aggira per l’India è quello del Mahatma Gandhi. Il che è un paradosso perché a Gwalior, in Madhya Pradesh, esiste dal 2017 un tempio con il busto di Nathuram Godse, l’uomo che sparò a Gandhi, costruito dai fondamentalisti indù, e più di un deputato della maggioranza ha definito l’assassino «un patriota». Da 12 anni il nazionalismo al governo ha trattato l’eroe del pacifismo internazionale come un santino da esibire all’estero e da svuotare in casa. Ma ora il suo metodo è tornato in strada, e a impugnarlo sono quelli che il potere aveva descritto come «scarafaggi e parassiti».
Non sono i soli a ricorrere alla non-violenza. A poche centinaia di chilometri da quel tempio, sulle rive del Barana, centinaia di contadini adivasi delle popolazioni Gond e Kol sono rimasti per due settimane con l’acqua alla vita e un cappio al collo, sotto le sferzate del monsone, mentre accanto a loro galleggiavano pire funebri di legno. Il messaggio era che sono già morti: la diga in costruzione sommergerà i loro villaggi, e a una famiglia erano state offerte solo 16 rupie, 20 centesimi, come indennizzo per la casa, per un progetto da 4,6 miliardi di euro. Anche il loro leader, Amit Bhatnagar, ha digiunato. Al 14esimo giorno è stato trascinato di peso in ospedale dalla polizia. Nello stesso mese, a 2 mila chilometri di distanza, il militante per i diritti del Ladakh, Sonam Wangchuk, ha smesso di mangiare per 26 giorni in solidarietà con gli studenti, venendo trascinato anche lui a forza in ospedale e attaccato alle flebo. Wangchuk e Bhatnagar hanno smesso quando il governo ha concesso qualcosa di concreto. Gli scarafaggi hanno tenuto duro nella protesta, fino alle dimissioni.
Il neo-gandhismo dei figli non è quello dei padri. Gandhi opponeva alla forza il proprio corpo esposto, e contava sul fatto che qualcuno lo vedesse. Definiva la sua tecnica non-violenta satyagraha, la forza della verità. Questi ragazzi contano invece sul fatto che tutti li riprendano. Il movimento è esploso quando i video delle manganellate sono diventati virali. L’immagine che ha fatto il giro dell’India arriva da Mumbai: sotto il diluvio, Rhiya Yadav, 27 anni, capisce che la polizia sta caricando dei ragazzi su un furgone senza averne l’ordine scritto: blocca il camioncino con il braccio e non si sposta. Mezza Bollywood rilancia la foto, tanti la paragonano all’uomo davanti al carro armato di Tienanmen. Una piccola Tienanmen senza massacro. «Il sistema è spezzato», ha detto lei. «Siamo qui per aggiustarlo».
Tutto nasce da quella battuta di un giudice sui giovani «scarafaggi e parassiti». È la forza della post-verità, quella di una generazione che all’ideologia preferisce l’ironia. Ma in realtà ciò che quei ragazzi indiani chiedono è la verità più letterale che esista: di ammettere che un esame è stato truccato, che le tracce sono state vendute in anticipo, che dei ragazzi si sono uccisi per questo. Contestano un fatto. E chiedono che abbia delle conseguenze. Fare un passo indietro, chiedere scusa, pagare. Nell’India di questi ultimi 12 anni non era mai successo.
Non è un caso che mentre a Jantar Mantar si festeggiava, dalla folla si alzassero i ritratti di B. R. Ambedkar, il padre della Costituzione, il dalit che di Gandhi fu l’avversario più duro sulle caste. Usano il metodo del Mahatma sotto il volto di chi lo contestava, e poi cantano l’inno dei nazionalisti mentre chiedono la testa di un loro ministro. Prendono tutto quello che serve, senza chiedere il permesso a nessuna tradizione. E così hanno vinto la prima battaglia. Con creatività.