la Repubblica, 25 luglio 2026
Cristina Pavarotti parla di sé e dei suoi genitori
Ovvio che c’entra il celebre papà, l’infanzia tra le quinte dei teatri e la musica che c’era sempre nella vita quotidiana, ma crescere all’ombra di un gigante non le ha impedito di trovare la propria strada nel teatro musicale. Cristina Pavarotti, secondogenita delle tre figlie di “Big Luciano” e di Adua Veroni (Alice, la quarta è nata dal secondo matrimonio con Nicoletta Mantovani), 61 anni, è l’autrice del libretto di Diario di una madre, un’opera intima, lontana dai cliché che debutterà in prima assoluta in Spagna, al Festival di Peralada, il 26 luglio. «Mi piacerebbe presentarla anche in Italia», dice Cristina «perché in un’epoca carica di una cappa di morte spaventosa, mi pare necessario tornare al legame primordiale, che ci costringe a interrogarci sul senso della vita». L’opera è un ciclo di quattordici canzoni e due interludi per pianoforte del compositore spagnolo (ma italiano di adozione) Alberto García Demestres, interpreti il soprano Sabina Puértolas e il pianista Rubén Fernández Aguirre.
In che modo il libretto scava nel rapporto tra madri e figlie?
«Parte dall’inizio biologico, quando la creatura è nel grembo materno e arriva fino alla scelta della figlia di non diventare madre. Emergono dinamiche complicate, compresi certi condizionamenti sociali legati a una cultura maschilista che rischiano di essere tramandati proprio dalle madri. Musicalmente, poi, è un lavoro complesso, specie per gli interpreti, perché si passa continuamente dal tono drammatico a quello quotidiano quasi recitato, fino a momenti di agilità rossiniana».
Come mai questa passione per la scrittura operistica?
«È stato Alberto García Demestres a coinvolgermi nel mio primo libretto, e già anni fa avevo collaborato con un amico che scriveva canzoni pop, quasi un training, perché la scrittura per la musica ha regole tutte sue. Con Alberto c’è l’idea profonda di poter rinnovare il linguaggio operistico partendo dai testi e dalla musica, non solo dalle regie. Per questo abbiamo scelto di parlare di questioni attuali, che ci riguardano da vicino».
È vero che all’inizio della sua carriera, quando faceva la regista ha usato il cognome di sua madre?
«Sì, è vero. Era il periodo della furia mediatica sulla separazione dei miei genitori. Ho usato il cognome di mia madre per arginare un po’ la cosa, anche se tutti sapevano chi ero, ovviamente. Ma serviva a me».
Essere parte di una famiglia famosa è stato difficile?
«Ho avuto una madre moderna rispetto ai tempi, mentalmente libera, forte, anche se le dinamiche della famiglia erano ovviamente patriarcali. In questo i miei lanciavano messaggi contraddittori: mia madre per esempio spingeva noi figlie a inseguire la nostra indipendenza, ma buona parte della sua vita lei la dedicava a mio padre, di cui era anche l’agente».
E “big Luciano”?
«Era contraddittorio anche lui. Papà esercitava il principio d’autorità, spesso da lontano oppure quando era a casa in un modo che a volte ci faceva arrabbiare: ci negava i permessi solo per averci lì, forse perché non poteva vederci quanto voleva. Però, al tempo stesso, era un uomo avanti sui tempi. Ammirava le donne forti, amava lavorare con loro. Ci ha spinto a fare esperienze. Mio padre era un uomo del suo tempo scaraventato nel futuro».
Anche nella musica?
«Sì, il suo essere tenore aveva un ancoraggio solido nella lirica, ma aveva capito prima di tutti che per far vivere l’opera bisognava portarla al grande pubblico, scendere dal piedistallo. Per questo la gente lo ama ancora così tanto».
La separazione da sua madre fu dura per tutti.
«Il dolore più grande fu l’eco mediatico. In quel frastuono, forse, non mi sono sentita protetta fino in fondo da mio padre, né ho sentito protetta mia madre. Ma sono cose passate».
Nel 2027 saranno vent’anni dalla scomparsa di Pavarotti. C’è già un programma di iniziative della Fondazione istituita da Nicoletta Mantovani?
«La Fondazione farà senz’altro qualcosa, ma io non so niente. È nata così, senza noi della prima famiglia, e ormai non avrebbe senso. Con loro collaboro quando ci sono fake news o contenziosi. Per esempio siamo state tutte unite e compatte nell’impedire a Donald Trump l’utilizzo della voce di papà, nella chiusa finale del verso Vincerò quando è stato rieletto. Per il resto c’è una visione del ricordo artistico di mio padre che non sempre coincide».
In che senso ?
«Quello che è venuto prima degli ultimi anni della sua vita, ha avuto un valore artistico immenso, è stato il più alto e mi riferisco alla attività operistica di mio padre. La svolta pop è stata interessante, ma dal punto di vista musicale non la più importante. Per questo le commemorazioni ufficiali per me non sono mai momenti che vanno via lisci, quando si ricordano soprattutto le esibizioni più pop. D’altra parte, mia madre o noi tre figlie non veniamo quasi mai interpellate nonostante i nostri siano ricordi vissuti, perché la nostra famiglia era dentro il percorso di quasi tutta la storia operistica di Pavarotti».
C’è amarezza?
«Fa male soprattutto per il papà, perché tutto quello che è venuto prima della sua seconda vita ha avuto un valore fondamentale. Ma va bene così. A Modena abbiamo un archivio fisico di materiali in continua espansione: chi vorrà fare ricerche e scavare nella sua vita operistica potrà venire lì. Per il resto al momento io ho anche una piccola idea in testa per il ventennale della morte ma devo ancora verificarne la reale fattibilità».
Nel libretto Diario di una madre la figlia ha da recriminare qualcosa alla madre. E lei a suo padre?
«No, assolutamente. La separazione fu un inferno per la famiglia in quegli anni. Ma poi, col tempo, mio padre ha cercato di conciliare le due realtà familiari e negli ultimi anni, durante la malattia, siamo tornati a vederci con una quotidianità maggiore. E al di là delle tensioni, la nostra è stata una bellissima famiglia. Complicata, certo, ma rischiarata dal privilegio enorme di aver vissuto in mezzo alla musica».