la Repubblica, 25 luglio 2026
La scandalosa estate di Pasolini a caccia di verità per il suo Vangelo
Nell’estate del 1963 la Terra Santa non sembrò poi così santa a Pier Paolo Pasolini che era volato laggiù per studiare i luoghi del suo Vangelo secondo Matteo – ma forse cercava anche di placare la sua irrequietezza inseguendo con lo sguardo nuove terre e cieli nuovi, e in essi magari riconoscere anche la figura del Cristo, oscura luce, che da qualche tempo aveva preso ad amare svisceratamente.
Era una stagione a dir poco complicata della sua vita. A 40 anni appena compiuti, sopraffatto dal successo e da quella spina – l’espressione è di San Paolo – che senza tregua lo spingeva tra i ragazzi di vita. A tanti anni di distanza è più chiara la contraddizione entro cui dignitosamente si era condannato a vivere: i romanzi, i film, i premi e gli scandali, le lodi, le polemiche, le censure e i sequestri, le aggressioni quotidiane della stampa di destra, denunce per oscenità, risse, perquisizioni, perizie psichiatriche che lo descrivevano psicopatico dell’istinto.
Nel 1962 era stato addirittura processato per una tentata rapina a mano armata; né mancavano alle sue tribolazioni i mitomani che minacciando cause bussavano a quattrini. «È dannata alla solitudine la vita che mi hai data» scriveva in versi alla madre. Ma anche il suo produttore, Alfredo Bini, cominciava ad avere paura di Pasolini per i guai giudiziari e i risarcimenti che si tirava dietro: «È come andare a letto con un lebbroso».
Eppure, o forse proprio per questo, ardeva di fervore, lavoro, libidine, afflati spirituali o forse – perché no? – li si può definire pienamente religiosi. Nell’ottobre dell’anno prima, in visita alla Cittadella di Assisi, gli avevano fatto trovare sul comodino una copia del Vangelo, ciò che poi interpretò, in una lettera ai responsabili, come «un vostro delizioso-diabolico calcolo!». L’aveva letto con tale intensità, quella notte, da avvertirne «un’energia terribile, quasi fisica, di fare qualcosa». Un film sul Gesù di Matteo, una visione che pensava scarna e aderente al testo, «pura opera di poesia».
Bini ne prese atto con comprensibile sconcerto e comunque dedicò al progetto i primi denari con l’idea di un documentario nei luoghi santi, «per mostrarlo, come assaggio, ad alcuni distributori e capoccia democristiani». I religiosi della Pro Civitate Christiana presero invece l’idea di Pasolini come una specie di dono dello Spirito, che come il vento soffia dove vuole.
Di quell’estate è appena il caso di ricordare la caccia ai primi topless, lo scandalo dopo la nascita del figlio, dichiarato illegittimo, di Mina e Corrado Pani, perché lui era sposato a un’altra donna; dai juke box si diffondevano le note di Abbronzatissima e Sapore di sale, mentre il Cantagiro spopolava lungo lo stivale.
Così il 27 giugno una singolare combriccola formata dal regista, «insincero ricercatore dei luoghi di Dio», Lucio Caruso della Cittadella, il biblista don Andrea Carraro, il film-maker Walter Cantatore e un operatore alla macchina, Aldo Pennelli, decollò verso Tel Aviv. Per due settimane percorsero in automobile la Terra Santa: Betlemme, Nazareth, il Giordano, il Mar Morto, Gerusalemme. Ma in Palestina – tanto vale dirlo subito – Pasolini non trovò ciò che sperava; invano i suoi occhi si soffermarono su quelle terre, nessun palpito, nessun fremito, nessuna ispirazione lo catturò. L’antico paesaggio evangelico non esisteva più. C’erano i kibbutz, che lo spaventarono per l’architettura e l’arredamento, ma che pure apprezzò come idea; c’erano i primi riusciti esperimenti di agricoltura razionale, le costruzioni industriali; e c’erano anche, insieme con il dramma palestinese, le tensioni che avrebbero portato alla guerra.
Quel che Pasolini e i suoi dotti compagni di viaggio notarono e le discussioni sui luoghi confluirono effettivamente in un documentario, montato un po’ alla buona, al quale tuttavia il suo ispiratore dedicò poi il minimo interesse, anzi nulla, nemmeno quando due anni dopo venne presentato al festival di Spoleto con il titolo Sopralluoghi in Palestina. Per dirla breve quel viaggio fu una «delusione pratica», ma anche – sono sempre parole sue – «una rivelazione estetica». In fondo si può addirittura pensare che la trasformazione impressa a quei luoghi da uno «sviluppo senza progresso», insieme alla nostalgia lancinante di qualcosa che animava la sua accorata memoria anticipassero la poetica della «scomparsa delle lucciole», metafora attraverso cui dieci anni dopo Pasolini portò a compimento la sua profetica analisi sulla fine irrimediabile del mondo contadino stravolto dalla civiltà della tv, delle merci e dei consumi.
Ma senza troppo avventurarsi nelle interpretazioni, per tornare a quell’estate e allo scandalo di dar seguito al Vangelo ambientandolo là dove meglio corrispondevano i suoi pensieri incandescenti, ecco che appena tornato in Italia Pasolini compì da solo un lungo viaggio nel Mezzogiorno. Si sa poco di questa peregrinazione automobilistica, se non che fu in Basilicata, in Puglia, in Sicilia e probabilmente, se non altro per ragioni geografiche, anche in Calabria.
Sta di fatto che nell’umile Italia trovò finalmente i posti giusti dello spirito e del racconto, quella Giudea e quella Galilea che non aveva ritrovato dove erano geograficamente, ma dove il suo sguardo poteva intensamente rinfrancarsi dinanzi a un paesaggio ancora immune dalla mutazione antropologica: «Non il passato mascherato da presente, ma il presente mascherato da passato».
Così il Vangelo venne girato sull’Etna, a Crotone, a Massafra e soprattutto fra i Sassi di Matera. Ulteriori location, in fase di produzione, furono scelte nei pressi di Tivoli, a Villa Adriana, e nella campagna fra Orte e Viterbo, là dove Pasolini si innamorò della torre di Chia, che in seguito volle comprarsi e nella quale soggiornò come in un eremo. Rispetto alla difficoltosa partenza, il progetto si sviluppò a questo punto come sospinto da una tensione che era certo individuale, ma finiva per lambire le persone che sentiva più vicine. Elsa Morante diede consigli sulle musiche; per il cast vennero selezionati amici intellettuali come Alfonso Gatto, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano, Giorgio Agamben, Rodolfo J. Wilcock, Francesco Leonetti. La mamma del poeta, Susanna, recitò il ruolo di Maria. Riguardo alla figura di Cristo, inizialmente, Pasolini si rivolse per lettera al poeta sovietico Evgheny Evtushenko, ma pensò anche ad Allen Ginsberg. In un recente documentario dal titolo Capelli quasi biondi, occhi quasi azzurri – 78 lettere a Pier Paolo Pasolini, con la regia di Simona Risi e il soggetto/sceneggiatura di Donata Scalfari, è documentato che un vero e proprio “Cercasi Gesù” venne pubblicato sul rotocalco Le Ore. Alla fine fu scelto come Cristo un ignaro studente spagnolo di origine basca, Enrique Irazoqui, che aveva chiesto di conoscere Pasolini ed era andato a trovarlo a casa. Era bruno, anche di occhi. Affidato nelle mani di un uomo che per molti aveva fama di pornografo pervertito e blasfemo, il film continuava ad essere a rischio. Ma dalla Cittadella di Assisi, non vennero che incoraggiamenti e consigli, alcuni dei quali furono accolti: via la Maddalena, tolti dei riferimenti ingiuriosi ai preti, eliminate alcune volgarità del popolino, irriconoscibili le divise dei soldati, che nell’idea di partenza Pasolini aveva identificati nei celerini.
Ne venne fuori un’opera che più passano gli anni e più risplende di autentica poesia religiosa. Dedicata «alla cara, lieta, famigliare ombra di Giovanni XXIII», scomparso pochi giorni prima del viaggio in Terra Santa – là dove la santità non sta nei luoghi, ma nella vicinanza, specie di chi è lontano, al Signore.