la Repubblica, 25 luglio 2026
Il procuratore de Lucia: “Carceri in mano ai boss”. Nordio: “Ha perso il controllo”
«Ha perso il controllo di se stesso. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l’intero corpo della polizia penitenziaria che svolge il proprio dovere con il rischio della vita». Arriva all’ora di cena l’ultimo attacco alla magistratura del Guardasigilli Carlo Nordio. E questa volta nel mirino del ministro finisce il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia, una delle toghe più esposte nella lotta alla mafia, l’uomo che ha fatto arrestare Matteo Messina Denaro. Nordio replica con crudezza all’allarme che de Lucia, in mattinata a Palermo, durante un incontro sul racket dell’Associazione siciliana dalla stampa, aveva lanciato sulla situazione delle carceri: «Lo Stato non le controlla più – aveva detto de Lucia – Il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono: le carceri non esplodono perché i detenuti non vogliono farle esplodere».
A Nordio quelle affermazioni non vanno giù: «Se qualche fenomeno patologico è avvenuto un magistrato non può estenderlo all’intero territorio nazionale – dice il ministro – Questo non è il modo migliore per creare quell’atmosfera di leale collaborazione che stiamo attuando, con interlocuzioni attente sia con il procuratore nazionale antimafia, sia con il Csm, sia con l’Anm».
Resta sul tavolo la denuncia del procuratore, arrivata a poco più di una settimana dall’ultimo blitz antimafia nel quale è venuto fuori come gli ordini agli affiliati liberi arrivino dai boss rinchiusi nelle carceri. «Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere – afferma de Lucia – La situazione italiana è complicata, vi è una quantità di persone superiore rispetto a quella che potrebbe contenere una struttura penitenziaria, non abbiamo un adeguato sistema di assistenza ai condannati, molti sono tossicodipendenti e non dovrebbero stare in cella».
Da mesi Palermo soffre il ritorno del racket delle estorsioni. La procura in due operazioni ha arrestato alcuni dei responsabili e indaga sui mandanti. «Non ci sono parti del territorio che oramai sono esenti dal fenomeno del racket e in alcune zone si paga il pizzo perché lo si è sempre fatto – dice il procuratore – C’è il ricorso ad armi da guerra, non solo kalashnikov, ma anche bombe ad alto potenziale, che provengono da altri scenari italiani e da guerre passate e presenti, come quella in Ucraina».