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 2026  luglio 26 Domenica calendario

Intervista a Marisa Laurito

Marisa Laurito, com’è la (sua) vita a 75 anni?
«Bellissima. Da giovani si ha forza, entusiasmo, coraggio. Poi arrivano esperienza, pazienza, la voglia di restituire qualcosa agli altri».
A chi?
«Ai giovani. Un giorno mi piacerebbe smettere di stare in scena e dedicarmi solo alla direzione artistica, per donare la mia esperienza».
È un pensiero materno. Anche se figli non ne ha voluti.
«Quando ero giovane sì che li volevo. Ma pensavo che si dovessero fare con l’uomo giusto, e io non ce l’avevo. Ma non sono assolutamente pentita di non averne avuti».

Perché, principalmente?
«Oggi è difficilissimo. Tu puoi trasmettere ai tuoi figli valori come rispetto, lavoro, disciplina, poi escono e trovano un mondo completamente diverso».
Il valore che la contraddistingue di più?
«Io lavoro moltissimo. Ho anche diretto un teatro, dipingo, scolpisco. Il lavoro ha occupato tanto spazio nelle mie scelte personali. Già a 9 anni avevo deciso che avrei fatto l’attrice».
Ha sempre vissuto intensamente, anche da bambina.
«Non si può vivere a metà».
Eduardo De Filippo è stato il suo primo maestro.
«A scuola mi portavo i suoi copioni sotto il banco. Lo inseguivo fuori dal Teatro San Ferdinando ma non riuscivo neppure a fermarlo, incuteva molto rispetto».
Finché?
«Grazie a un amico feci il provino il giorno del mio ventunesimo compleanno. Morivo di paura. Eduardo arrivò con uno splendido abito blu. Pareva che il trucco non abbandonasse mai il suo viso. Aveva il teatro sotto la pelle... Preparai il monologo di Donna Concetta tratto da Non ti pago. Ero in trance. Alla fine mi disse: “Potete andare a firmare il contratto”. Piansi dalla gioia».
Il primo giorno del resto della sua vita?
«Eduardo mi ha cambiato la vita: mi prese in compagnia e mi insegnò la disciplina».
Com’era l’educazione eduardiana?
«Con lui non potevi neppure stare male. Ho recitato con una gamba ingessata, con la febbre a 40, perfino con un’intossicazione alimentare da pesce. Andavo dietro le quinte, un medico mi faceva un’iniezione e tornavo in scena».
Troppo?
«No. Quella disciplina mi ha messo in contatto con la mia forza più profonda. Mi ha fatto capire che avrei potuto superare qualunque cosa».
Un punto di svolta?
«Quando sono diventata primadonna del Bagaglino. Erano gli inizi e lavoravo con attori straordinari come Oreste Lionello e Leo Gullotta. Ninni Pingitore, come Eduardo, era molto rigoroso. Si diceva che il Bagaglino portasse fortuna».
E gliela portò?
«Venne Arbore e mi propose di partecipare a una trasmissione televisiva della quale non si sapeva ancora nulla».
Quelli della notte.
«Non conoscevamo neppure i ruoli. Sapevamo soltanto che saremmo stati in tanti e che ci saremmo divertiti. Fu un salto nel vuoto, ma io seguo sempre la pancia e la mia pancia mi diceva di andare. Chiesi a Pingitore di sciogliermi dal contratto e lui fu un gran signore».
Lei e Arbore siete rimasti legatissimi.
«Siamo una famiglia. Ci sentiamo quasi tutti i giorni. È come avere un padre o un fratello al quale racconti tutto ciò che ti succede, e per lui è lo stesso. Parliamo di lavoro, di politica, di qualunque cosa. Quando ci siamo conosciuti, abbiamo passato un anno a “giocare”. Uscivamo la sera con Luciano De Crescenzo e con gruppi nutriti di amici, cazzeggiavamo continuamente. Capì allora che io avrei potuto improvvisare. Gli devo moltissimo».
Dove conobbe Luciano De Crescenzo?
«Sul set di un film di cui ero protagonista insieme a Nino Manfredi e Ugo Tognazzi. Mi è stato al fianco tutta la vita. Mi manca moltissimo».
Cosa, di più?
«I suoi occhi, perché erano bellissimi. E il suo sorriso, e la sua bontà. Mangiava spesso da me. Quando mi salutava sull’uscio, gli dicevo sempre: “Luci, ti voglio molto bene”. E lui mi rispondeva: “E io più di te”. Raccontarlo mi fa venire le lacrime agli occhi…sapevo di poter contare su di lui qualunque cosa mi accadesse, e lui su di me».

Che uomo era?
«Diceva di essere stato fortunato perché era nato a Napoli. Era bello, intelligente, simpatico e anche colto, spiritoso. Eccelleva in moltissime cose. Era stato ingegnere all’IBM, a 50 anni lasciò quella carriera per dedicarsi interamente alla scrittura. Vendette milioni di libri in 42 Paesi. Fu pure attore e regista. Anche campione di offshore. Cosa avrebbe potuto fare di più?».
Vi siete mai amati?
«Non sesso e non storie d’amore, né tra me e lui né tra me e Renzo. Ma quanto bene: non c’è stato Natale che abbiamo trascorso separati. Insieme alle nostre famiglie».

A proposito di famiglia: sua mamma?
«Era un’artista, sono così grazie a lei. Mi ha insegnato ad amare. Un giorno accompagnai un amico da una medium. E la pensai. Mentalmente le dissi: “Se esiste un modo per parlarti, senza disturbarti, fammelo capire”. Mi parve di udire un: “Ti amo”. Riavvolgendo il nastro, sentimmo chiaramente una voce femminile che lo pronunciava».
Altri punti di riferimento?
«Gigi Proietti. Quando preparavo uno spettacolo speravo venisse a vederlo. Se mi diceva che funzionava, ero tranquilla. Se mi dava un consiglio, lo seguivo».
E Celentano?
«Non risponde neppure più a me. Mi piacerebbe che liberalizzasse i suoi lavori. I giovani apprezzerebbero il nostro Fantastico».
Una certa retorica dice che l’amicizia tra maschi e femmine sia impossibile.
«Non è vero. Luciano e Renzo avevano capito prima di me che il mio matrimonio (con l’ex calciatore Franco Cordova, ndr) sarebbe fallito. Luciano non voleva farmi da testimone. Renzo mi chiamò: “Lascia perdere: facciamo la festa e basta”».

Ma si sposò. Cosa non andò?
«Fu dolorosissimo. Io non volevo sposarmi. Lo feci a 50 anni quindi fu una scelta matura, pensavo di mettere un punto fermo».

Invece?
«È durato solo tre mesi. Ho sofferto perché lui voleva che rimanessi sempre a casa. Non potevo abdicare alla mia esistenza».

Proprio lei, la regina dei «salotti» romani.
«La mia era una casa aperta, creativa. Ci venivano una marea di amici importanti ma anche tanti artisti sconosciuti e intelligenti. Sono stata brava a mescolare tutti e a rendere quelle serate indimenticabili».
Qualche nome?
«Fissi: Nori e Sergio Corbucci, Nanni Loy, Lina Wertmüller, Monica Vitti e Mariangela Melato. Tantissimi scrittori. Oliviero Diliberto e Giorgio Napolitano da ministri. Francesco Cossiga partecipava a riunioni che si tenevano al piano sopra, dove c’era Beniamino Placido, e si fermava da me a prendere un aperitivo prima di salire. Con Massimo D’Alema, con cui abbiamo i compleanni vicini, una volta festeggiammo a casa mia. C’erano anche Bud Spencer e Giuseppe Patroni Griffi. Almeno tre sere a settimana le porte erano aperte. Una volta venne anche Francis Ford Coppola».
Adesso è serena con il suo Pietro (Perdini).
«Dopo la fine del matrimonio non volevo uscire. Una sera Renzo mi obbligò e andammo a cena con Luciano. Finimmo poi in un bar. Pietro era lì con un amico. Era rientrato dalla Romania e solo per caso era uscito».

La dea bendata e i suoi due angeli…
«Si mise a parlare con Renzo, è un appassionato di jazz».
Colpo di fulmine?
«Non proprio. Ma dall’indomani cominciammo a telefonarci. E, dopo 20 giorni, ci siamo incontrati. A quel punto sapevamo tutto l’uno dell’altra. È stato un colpo del destino, più che altro».

È l’amore vero?
«All’inizio, mi chiedevo quando ci sarebbe stato un problema. Con Pietro è tutto facile. L’amore non è una battaglia: stai con una persona, la ami, fai del bel sesso, basta».

E non lo sposa perché?
«Stiamo insieme da 26 anni. Abbiamo anche regolato il fine vita davanti a un notaio: vogliamo esserci se uno di noi sta male. Scherzando, ci diciamo che ci sposeremo a 90 anni, quando ne saremo davvero sicuri».

È sempre stata attivista: oggi per chi si spende?
«Per le donne afghane: non ne parla più nessuno».