Corriere della Sera, 26 luglio 2026
India, il ministro lascia. Vincono gli «scarafaggi»
Quando squilla il telefono, Abhijeet Dipke è sul palco di piazza Jantar Mantar, nel cuore di New Delhi, dove da settimane sono accampati i suoi «scarafaggi». Per un attimo il rumore della folla si trattiene in un silenzio carico di attesa. Poi, l’annuncio sperato: «Il ministro dell’Istruzione si è dimesso. We have done it!», ce l’abbiamo fatta!, urla con la voce spezzata. La marea di giovani intorno esplode in un boato, gli smartphone sollevati in alto come torce per documentare una vittoria che sembrava impossibile. Sventolano il tricolore indiano, ballano e cantano, in un tripudio di gioia dopo aver affrontato bastonate e arresti per difendere il valore del proprio futuro contro test universitari truccati.
Per capire questa euforia, bisogna comprendere il peso del tradimento subito da questa generazione. In India, i concorsi nazionali come il Neet, per accedere alla facoltà di medicina, o come quelli per diventare funzionari pubblici, non sono soltanto esami molto competitivi. Sono per molti l’unica porta d’accesso per fuggire dalla precarietà, il culmine di anni di sacrifici familiari, notti insonni e debiti contratti per pagare i corsi di preparazione in un Paese dove la disoccupazione giovanile viaggia a doppia cifra. Quando lo scandalo dei leak – i test venduti illegalmente – è venuto a galla a maggio, milioni di ragazzi si sono visti restringere ulteriormente quella porta, ingiustamente. La loro rabbia è stata intercettata da Abhijeet Dipke, ingegnere indiano di trent’anni che da Boston, fresco di master in comunicazione, ha lanciato online quasi per scherzo il movimento degli «scarafaggi», «cockroach» in inglese, risposta umoristica a un commento sprezzante del presidente della Corte suprema indiana che aveva definito «scarafaggi» alcuni giovani disoccupati. «E se tutti questi scarafaggi si unissero?», è la provocazione diffusa su Instagram a metà maggio. Alla sua chiamata nel giro di pochi giorni hanno risposto in 20 milioni sui social, poi molti si sono trasferiti nelle piazze. Compreso lui, rimpatriato apposta per condurre questa lotta: «Se non ci aveste chiamati “scarafaggi”, non sarei tornato in India – ha chiarito —. Se non ci aveste chiamati “scarafaggi”, i giovani del Paese non sarebbero scesi in piazza. Se non ci aveste chiamati “scarafaggi”, le dimissioni di Dharmendra Pradhan non sarebbero avvenute».
È stato il ministro ad annunciare per primo ieri il suo passo indietro: «Per impedire alle forze antinazionali di sfruttare questa situazione e preservare l’unità nazionale e garantire che il futuro di ogni studente indiano non sia compromesso da complicazioni legali», ha spiegato Pradhan su X.
Ma per gli «scarafaggi» le dimissioni del ministro sono solo l’inizio: i manifestanti continueranno a fare pressione sul governo per riforme più ampie del sistema educativo indiano, assicurano. È questa la prima sfida per il nuovo ministro dell’Istruzione, Pralhad Joshi, già incaricato ieri.