Corriere della Sera, 26 luglio 2026
Usa al lavoro per la coalizione su Hormuz
L’attacco massiccio che Benjamin Netanyahu e i generali israeliani aspettavano si è sgonfiato nella prima notte dopo 13 giorni senza bombardamenti americani sull’Iran. «È solo una pausa – spiegano fonti militari al Canale 12 – una calma temporanea per preparare la prossima fase». È quello che vuole capire il premier, quando martedì incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca: quanto il presidente sia disposto ad avventurarsi di nuovo in una guerra totale contro il regime islamico, in quel caso Israele – calcolano gli analisti – verrebbe di sicuro coinvolta o comunque Bibi non starebbe a guardare.
Il Pentagono continua la preparazione per un possibile cambio di passo bellico e in questi giorni gli aerei cisterna per il rifornimento in volo stazionati nello Stato ebraico sono diventati una novantina, oltre all’arrivo di armamenti e di rifornimenti per i sistemi anti-missile. Trump venerdì ha incontrato i consiglieri per ascoltare i dettagli di un possibile ritorno alla sua Furia Epica, l’operazione ordinata il 28 febbraio: dal 4 aprile Washington e Teheran si sono inceppate in un ciclo di cessate il fuoco, negoziati e scontri limitati. Anche se ha deciso di non colpire nella notte tra venerdì e sabato, il presidente starebbe ancora vagheggiando di un’invasione e – secondo il New York Post – i comandanti avrebbero pianificato un raid delle forze speciali per mettere in sicurezza l’uranio impoverito ancora in possesso degli ayatollah, tra gli obiettivi ci sarebbero il sito di Isfahan e il monte Pickaxe vicino a Natanz, l’intervento richiederebbe di schierare migliaia di soldati.
Hormuz resta per ora al centro delle missioni. La Marina americana ha fermato un cargo battente bandiera iraniana che cercava di forzare il blocco e passare attraverso il golfo di Oman. In settimana dovrebbe tenersi a Londra un vertice per organizzare una coalizione di «salvaguardia» della navigazione che, per il Financial Times, potrebbe coinvolgere 40 Paesi. Nonostante l’assedio marittimo, la guerra e le sanzioni economiche il regime islamico ha annunciato di aver già raggiunto il 60% delle entrate previste per quest’anno dall’esportazione di petrolio.
Si agita anche l’altra via d’acqua da cui dipende il commercio mondiale. Gli Houthi proclamano di aver colpito due raffinerie saudite in risposta all’attacco contro il porto di Hodeida in Yemen. I ribelli sciiti vogliono impedire alle navi saudite di attraversare il Mar Rosso.
Per Netanyahu il fronte che potrebbe riaprirsi è quello in Cisgiordania, dopo gli scontri di venerdì. Yair Golan, l’ex generale a capo della sinistra, accusa il premier di voler trasformare i territori occupati in una «polveriera» per ragioni elettorali: il Paese torna a votare alla fine di ottobre. Ieri i coloni hanno assaltato ancora alcuni villaggi palestinesi e creato quattro nuovi avamposti, mentre l’esercito ha arrestato una settantina di arabi nell’operazione lanciata dopo che venerdì due israeliani e quattro palestinesi erano stati uccisi.