Corriere della Sera, 26 luglio 2026
«Isolare i violenti». Sicurezza, la stretta del governo
Il concetto è chiaro. Detto e ripetuto più volte, anche in questi ultimi giorni: «Noi siamo con le forze dell’ordine». E ieri pomeriggio la premier Giorgia Meloni l’ha confermato ancora una volta. I blindati dei carabinieri ancora fumavano in Val di Susa, dopo essere stati incendiati dalle molotov lanciate dai black bloc, e la presidente del Consiglio è stata fra i primi a manifestare solidarietà agli operatori impegnati sul campo per impedire agli antagonisti di invadere i cantieri dell’Alta velocità. Vicinanza immediata, senza discussioni. Al netto delle emozioni innescate dalle drammatiche immagini della guerriglia contro poliziotti e carabinieri, quella della premier viene vista anche come una scelta non casuale. Segno di una precisa strategia di essere vicina a chi indossa la divisa, sempre e comunque.
Del resto è proprio sulla sicurezza – da sempre argomento chiave dei governi di centrodestra – che si gioca il futuro dell’esecutivo. Sarà in cima alle sfide della prossima campagna elettorale, per alcuni già iniziata. In questo ambito il tempo è tutto: quindi comunicazione immediata. E trasparente. Raccontare tutto – l’ordine dopo la tragedia di Abderrahim Fakir – senza nascondere, come è successo in passato. E allo stesso tempo metterci la faccia, stare al fianco delle forze dell’ordine, è la linea di palazzo Chigi, condivisa con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ma non solo: l’obiettivo è spingere anche le opposizioni a fare lo stesso. Come è successo, in buona parte, ieri.
Un’incondizionata vicinanza, quella della premier, dimostrata anche di recente, con la visita al reparto volanti della polizia a Roma. Per voltare pagina dopo l’inciampo dei vertici di Palazzo Chigi del gennaio scorso – prima la solidarietà e poi la condanna – nella vicenda del poliziotto Carmelo Cinturrino, poi destituito, arrestato per l’omicidio dello spacciatore Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, a Milano. Una mela marcia, i poliziotti sono altro.
Un concetto ribadito adesso, dopo gli scontri. Che ieri sarebbe successo qualcosa di grave alla «Festa dell’Alta felicità» in Val di Susa era nell’aria. Il Viminale aveva inviato 600 uomini di rinforzo ai presidi alla Tav e chiuso le frontiere con la Francia. Gli analisti del Comitato di analisi strategica antiterrorismo non mettono in relazione quanto accaduto con i fatti di Bologna. Gli scontri ci sarebbero stati ugualmente, come ogni anno, non solo per la presenza degli antagonisti francesi, ma anche per l’arrivo di esponenti dei movimenti da tutta Italia. Un’azione pre-ordinata per scatenare la guerriglia.
E mentre il capo della polizia Vittorio Pisani, che ieri ha telefonato al questore di Torino Massimo Gambino, sottolinea che «il personale è stato ripetutamente esposto a un elevato rischio per l’utilizzo diffuso di bottiglie incendiarie da parte dei violenti», Piantedosi conferma la «volontà, da parte di qualcuno, di dare luogo a un’escalation che richiede la massima attenzione. Se qualcuno lo aveva sottovalutato, quanto accaduto rappresenta la riprova che c’è chi considera la violenza uno strumento legittimo di contrapposizione politica e che individua nelle forze dell’ordine il bersaglio privilegiato da colpire. Probabilmente – sottolinea ancora – anche perché hanno capito che non arretreremo sulla difesa della democrazia».
Per questo il responsabile del Viminale ha rivolto un appello a tutte le forze politiche e alle istituzioni per «una presa di posizione unitaria, netta e senza ambiguità»: «Isolare chi alimenta la violenza deve essere un dovere condiviso, al di là di ogni appartenenza. Diversamente – conclude Piantedosi – questi delinquenti si convinceranno di poter fruire di compiacimento e condivisione della loro violenza eversiva».