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 2026  luglio 26 Domenica calendario

Un rito stanco ma sempre più pericoloso

Tutti al palio di Chiomonte il sabato sera. Succede ogni fine luglio, in occasione del festival dell’Alta felicità, succederà il prossimo cinque dicembre, anniversario della cosiddetta battaglia di Venaus, anno di grazia 2005, quando c’era ancora la neve, i prati erano ghiacciati e i No Tav liberarono con la forza i terreni requisiti dalla Polizia. Quanti anni passati a prendere freddo, insulti e anche qualche sasso in testa lanciato da militanti che poi avrebbero fatto una discreta carriera tra le file del nascente Movimento 5 Stelle.
Altri tempi. Non è una questione di ricordi, o di com’era verde la mia Val di Susa. L’ultima dimostrazione di forza del movimento in quanto tale risale al biennio 2011-2013, la Libera Repubblica della Maddalena, lo sgombero all’alba eseguito dalla Polizia, gli scontri e le manifestazioni che ne seguirono, con Beppe Grillo alla testa del corteo. Allora come oggi, i rappresentati indigeni del movimento No Tav promettevano ogni volta quel che non potevano mantenere, l’andamento pacifico delle dimostrazioni e dei raduni, mentre accanto a loro sfilavano esponenti dell’antagonismo torinese che avevano intenzioni più bellicose. Risale a quell’epoca il tentativo di trasformare lo lotta di un solo popolo, che una comunità ben definita e fiera della sua identità, in una lotta dell’intero popolo della sinistra, trasformando la bandiera No Tav in un simbolo nazionale.
L’idea non attecchì. Troppo locali le ragioni e i torti di quella lotta, troppo volatile la situazione in quell’estremo lembo d’Italia per potervi apporre un sigillo più o meno istituzionale. Il movimento No Tav continuava a battersi per la sua causa, giusta o sbagliata che fosse, e per un certo periodo è stato anche un fenomeno di democrazia davvero partecipata. Faceva gola alla politica, e i primi a capire di essere elettori e attivisti «spendibili» a ogni refolo di vento romano furono proprio i valsusini, sedotti e abbandonati dal Pci nei primi anni Novanta, e dai pentastellati nel nuovo secolo. Per questi ultimi, i capi No Tav avevano fatto una deroga alla loro neutralità. Erano stati illusi di potercela fare, e si sono fidati, quando tutto suggeriva invece una conclusione di segno opposto, come poi avvenne.
Oggi non resta molto, né di quella spinta dal basso, che si è affievolita in un ricambio generazionale mai compiuto, né di un interesse pubblico che ormai considera le periodiche scaramucce come un tributo da pagare a una vicenda, a una sigla, che due volte all’anno come una calamita attrae in valle non veri attivisti, ma qualche centinaio di sbandati vogliosi di fare casino. Peccato soltanto che i tempi siano cambiati, e che la situazione politica si sia fatta più torbida e nevrotica, con tutte le parti alla ricerca di un pretesto per puntarsi il dito contro. Proprio per questo, le parole diventano ancora più importanti di prima. Ci sono personaggi, come l’ex sindaca di Torino Chiara Appendino, tanto per fare un esempio, che ancora agitano la causa No Tav come un feticcio, nel tentativo di creare dibattito, o divisioni all’interno dello schieramento di centrosinistra. Ma forse, in questo clima sempre più invelenito, anche gli scontri di ieri e l’utilizzo che ne viene fatto a livello mediatico, dovrebbero indurre a riflettere sulle conseguenze dei propri slogan. Da una parte e dall’altra, se possibile.