Corriere della Sera, 26 luglio 2026
La crisi? Ecco i veri numeri
Ci risiamo. La tregua tra Stati Uniti e Iran è ormai finita. Hormuz è quasi chiuso, come pure Bab el-Mandeb sul Mar Rosso e il prezzo del greggio si è di nuovo impennato. Che accadrà ora all’economia mondiale, e come dovrebbe rispondere il governo italiano a questi sviluppi?
Facciamo un passo indietro. La crisi iniziata a fine febbraio con l’attacco all’Iran non ha per ora causato, nonostante tutto, i danni economici devastanti che qualcuno aveva prospettato.
Se prendiamo, in particolare, l’economia italiana, la crescita del Pil nel primo trimestre (che comprendeva già marzo, mese di guerra) è stata un po’ più alta del previsto e i dati disponibili per occupazione, produzione industriale e costruzioni per aprile e maggio sono piuttosto buoni. Giovedì prossimo l’Istat pubblica le stime del Pil per il secondo trimestre. Non mi aspetto certo l’inizio di una recessione. Lo stesso vale per le altre principali economie. È vero che la Cina (per la quale sono già disponibili le stime del Pil per il secondo trimestre) ha rallentato, con un tasso di crescita dello 0,9% rispetto all’1,3% del primo trimestre, ma non è certo un disastro.
Perché questa tenuta dell’economia mondiale? Il prezzo del greggio, pur aumentando, non aveva raggiunto livelli record: al netto dell’inflazione si era rimasti un po’ al di sotto del 2022 e del 30% più bassi del 2011-12 e del secondo shock petrolifero degli anni ’70 (quando peraltro il peso del petrolio come input produttivo era ben superiore a quello attuale). A questo aveva contribuito sia il convincimento da parte dei mercati che Hormuz non sarebbe stato chiuso per un periodo prolungato, anche alla luce delle difficoltà politiche per Trump di avere prezzi elevati della benzina negli Usa. Inoltre, l’economia mondiale aveva iniziato ad aggiustarsi alla chiusura di Hormuz, dirottando verso il Mar Rosso il petrolio che non poteva più passare per Hormuz e aumentando le fonti di approvvigionamento da altre parti del mondo. Inoltre, l’aumento dei prezzi degli idrocarburi ne conteneva il consumo.
Come cambia ora la situazione? La chiusura non solo di Hormuz ma anche dell’alternativa Mar Rosso ha riportato il petrolio (versione Brent) vicino ai 100 dollari al barile. Siamo ancora sotto il livello di 120 dollari raggiunto nell’aprile scorso, ma il greggio potrebbe crescere ancora. Brutta notizia in termini immediati soprattutto per l’inflazione. Ma, riguardo all’impatto sull’attività produttiva, continuo a pensare che non siamo comunque di fronte a una crisi neppure lontanamente confrontabile con quella Covid, con quella di Lehman Brothers, o con quella del debito sovrano europeo di una quindicina di anni fa, anche perché resto convinto che, dopo una fase anche più intensa dei bombardamenti reciproci, le due parti torneranno a una qualche forma di tregua.
Nel frattempo, cosa deve fare il governo Meloni? Do per scontato che le maggiori entrate Iva derivanti dall’aumento del prezzo dei carburanti pre-imposte saranno usate per ridurre le accise (le celebri accise mobili). Ma è poca cosa: questo meccanismo evita semplicemente di far aumentare il prezzo alla pompa più di quanto aumenta il prezzo del carburante al netto delle imposte. Trovare soldi per andare oltre a questo non sarà semplice. Ma se si trovano soldi, questi dovrebbero essere usati per trasferimenti monetari alle famiglie o imprese più in difficoltà piuttosto che per interventi universali, come il taglio generalizzato delle accise. Di questo taglio beneficerebbe anche chi si può permettere di pagare la benzina un po’ di più e conterrebbe l’aumento dei prezzi del carburante necessario per indurre famiglie e imprese a consumare meno benzina e gasolio, prodotti che sono diventati più scarsi per la chiusura dei due stretti.
C’è poi la questione di cosa può fare la spesa pubblica per sostenere l’economia di fronte alle spinte recessive derivanti dalla maggiore «tassa» pagata ai produttori di petrolio. La Commissione europea ci ha gentilmente concesso flessibilità per 6 miliardi nel 2026 e 14 nel 2027 purché li utilizziamo per ridurre la nostra vulnerabilità energetica. Credo che questi margini debbano essere utilizzati solo se necessario, ossia per evitare che l’Italia finisca in recessione. Sarà questo il caso? Vedremo, ma inviterei a una certa prudenza, visto che si tratta comunque di ulteriore debito pubblico.