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 2026  luglio 25 Sabato calendario

Canton Ticino, la telefonata del presidente a un’amica: «Potrei far picchiare quella donna»

Una telefonata registrata e diffusa via social in cui il capo del governo del Canton Ticino, Claudio Zali, programma di «far pestare» una donna da un sicario; un’inchiesta della magistratura secondo la quale il medesimo Zali sarebbe intervenuto a favore di un ragazzo detenuto in un istituto minorile di Lugano; una richiesta unanime di dimissioni da parte di numerose formazioni politiche all’indirizzo sempre di Zali. È uno scandalo politico senza precedenti quello esploso nella regione della Svizzera italiana e al quale il diretto interessato ha risposto in maniera minimale: ha restituito le sue deleghe di governo (era responsabile del dipartimento di polizia e giustizia) e ha annunciato querele contro i suoi rivali politici.
L’episodio centrale – la telefonata registrata e diffusa – che rischia di costare la carriera politica di Zali, esponente della Lega dei Ticinesi, risale al 2022 e sul come e il perché sia divenuto pubblico solo oggi ci sono molti interrogativi. Resta la gravità delle affermazioni, pronunciate per di più da un rappresentante delle istituzioni e responsabile della sicurezza e dell’amministrazione giudiziaria del Ticino. Nella telefonata Zali parla con una sua amica (la cui identità viene tenuta coperta): quest’ultima si lamenta di essere vittima da qualche tempo di molestie e atti di stalking da parte di un’altra donna. Che anche Zali conosce.
Rispondendo alla donna l’esponente politico elvetico rompe gli argini. Prima invita la sua interlocutrice a malmenare senza tanti complimenti la molestatrice. «Ma non è nella mia indole e se lo faccio di sicuro perdo il lavoro...» replica lei. Al che Zali mette il carico: «Allora chiamo un mio amico di Milano, uno che non mi tradirebbe mai e mi aiuta a risolvere questo problema tramite quarte o quinte persone». Con aggiunta di una pezza d’appoggio letteraria: «Anche Orwell, in “1984”, dice che le persone hanno paura solo del dolore fisico. E ci sono persone che capiscono solo questo». Non bastasse, in un altro passaggio il politico ammette di aver già alzato le mani sulla misteriosa donna («quando è venuta a casa mia l’ho pestata»).
La conversazione finisce su Instagram e da lì all’esplosione dello scandalo è un amen. Il governo del Canton Ticino in una nota «stigmatizza ogni forma di violenza e ribadisce la propria ferma condanna nei confronti dell’incitamento alla violenza, anche verbale, e intende rafforzare la lotta alla violenza di genere».
Oltre a ciò tre partiti (centristi, liberali e socialisti) chiedono che Zali chiarisca pubblicamente il suo comportamento mentre la Lega dei Ticinesi abbozza una difesa: prima ricostruire i fatti, poi verranno le valutazioni.
Ma la scioccante conversazione telefonica non è l’unica tegola piovuta sul capo del presidente ticinese. Zali risulta infatti indagato dalla procura cantonale per abuso di autorità: il fascicolo si riferisce a una telefonata fatta per attenuare le condizioni carcerarie di un quattordicenne, figlio di conoscenti, detenuto nell’istituto minorile di Lugano: Zali avrebbe convocato nel suo ufficio alcuni funzionari e la giudice minorile.
Un terzo caso, infine, ha investito sempre lo stesso esponente politico nel volgere di pochi giorni: Zali avrebbe telefonato ad alcuni dirigenti della sanità pubblica ticinese per caldeggiare l’assunzione di una conoscente. In questo caso il presidente ticinese proponeva di «licenziare uno dei frontalieri (ndr, i lavoratori italiani) di cui è pieno come un cannolo alla crema» per fare posto alla sua protetta.
Il Consiglio di Stato (vale a dire la giunta) del Ticino si è riunito in seduta straordinaria: ha auspicato e poi preso atto della decisione del presidente di fare un passo indietro. Non le dimissioni tout court ma la rinuncia temporanea ad esercitare le sue deleghe di governo.