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 2026  luglio 25 Sabato calendario

Trump non si ferma, ecco i dazi. Ira della Cina, cautela dalla Ue

«Dopo la sanzione inflitta a Google e le continue minacce in materia di politica commerciale provenienti da Washington, ci eravamo preparati al peggio. Ma non è andata così. La configurazione concreta dei nuovi dazi sui prodotti dell’Ue è migliore del previsto e mi sorprende decisamente in senso positivo». Le parole del presidente della commissione Commercio internazionale al Parlamento europeo Bernd Lange, socialista tedesco, sintetizzano bene lo spirito con cui Bruxelles ha accolto l’introduzione ieri da parte degli Stati Uniti di dazi compresi tra il 10 e il 12,5% nei confronti di 60 partner commerciali, tra i quali anche l’Ue, che copriranno il 99,4% dell’import statunitense, in sostituzione dei dazi generalizzati del 10% scaduti in contemporanea.
Washington ha motivato il provvedimento con la necessità di contrastare l’ingresso di merci realizzate con lavoro forzato, risultato dell’indagine condotta in base alla Sezione 301 del Trade Act del 1974 su Paesi che includono l’Unione europea, la Cina, Singapore, la Svizzera, la Norvegia, l’Indonesia, la Malaysia, la Cambogia, la Thailandia, la Corea del Sud, il Vietnam, Taiwan, il Bangladesh, il Messico, il Giappone e l’India. Un escamotage per imporre le precedenti tariffe dopo il verdetto negativo della Corte suprema e dopo che ieri sono scaduti i dazi temporanei previsti dalla Section 122 (in vigore dallo scorso 24 febbraio). Non è un caso se l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri Kaja Kallas le abbia definite motivazioni «infondate»: «Se si confrontano le nostre leggi sul lavoro con quelle degli Stati Uniti – ha detto a Reuters – noi abbiamo ferie retribuite e condizioni di lavoro molto buone per i nostri dipendenti. Quindi questa motivazione non ha alcun fondamento».
Ai nuovi dazi ha reagito duramente Pechino: «Ci opponiamo a tutte le forme di misure tariffarie unilaterali», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante una conferenza stampa. «Le guerre tariffarie e le guerre commerciali non sono nell’interesse di nessuna delle parti», ha avvertito. Hanno manifestato delusione e disappunto anche Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Singapore ma non sono scattate ritorsioni.
Il Parlamento europeo è di solito sempre molto più agguerrito, rispetto alla Commissione, nelle dichiarazioni nei confronti degli Stati Uniti e dunque le parole pacate del socialista Lange aiutano a mettere in prospettiva la tradizionale cautela dell’esecutivo comunitario. Il portavoce con delega al Trade, Olof Gill, ha detto che la Commissione ha «preso nota» della decisione che reintroduce le esenzioni tariffarie aggiuntive per l’Ue «relative al sughero e ai diamanti, che si aggiungono a quelle già in vigore per aeromobili e componenti, medicinali generici e principi attivi». E dunque di valutare «positivamente il fatto che tale esito sia in linea con gli impegni tariffari degli Stati Uniti concordati nell’ambito della dichiarazione congiunta Ue-Usa», cioè con l’accordo raggiunto con Trump a Turnberry un anno fa, che ha stabilito una tariffa del 15% sulle merci europee esportate negli Usa. Per Lange «l’Ue si troverebbe addirittura in una posizione migliore rispetto all’accordo scozzese. Sarebbe un chiaro progresso, se si considera quanto sia in realtà sbilanciato quell’accordo. È quindi lecito tirare un leggero sospiro di sollievo. Ma non è ancora il momento di abbassare la guardia». A guadagnarci sono diversi beni europei che vedono scendere le tariffe, come compressori industriali, pompe meccaniche e macchinari per refrigerazione, che passano da 14,2% a 10%.
Gill ha anche sottolineato che «l’Unione europea ha già adempiuto alla propria parte dell’accordo, poiché gli impegni tariffari dell’Ue sono entrati in vigore il 1 luglio 2026» e ha messo le mani avanti su possibili nuovi dazi: «L’Ue si aspetta che gli Stati Uniti continuino a rispettare i termini della dichiarazione congiunta Ue-Usa anche per quanto riguarda eventuali misure correttive nell’ambito di ulteriori indagini ai sensi della Section 301», i cui risultati potrebbero portare a ulteriori tariffe sulla Cina e altri Paesi per eccesso di capacità produttiva.