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 2026  luglio 25 Sabato calendario

Teheran respinge la tregua

C’è chi non sa «niente di niente» e chi prova a indovinare. I consiglieri di Benjamin Netanyahu hanno bistrattato un deputato di seconda fila del suo Likud perché è andato in televisione a proclamare «questo fine settimana c’è l’attacco», per poi precisare «degli americani». Il Pentagono sta però già bombardando l’Iran da quattordici giorni, la novità sarebbe l’intervento di Tsahal: gli israeliani aspettano mentre i sindaci riaprono e ripuliscono i rifugi anti-missile. Aspettano soprattutto quale scenario emergerà dall’incontro del primo ministro con Donald Trump. Tra le ipotesi e gli annunci anonimi, è arrivata la conferma ufficiale: lo incontrerà martedì a Washington, dove parteciperà anche ai funerali di Lindsey Graham, il senatore repubblicano grande sostenitore dello Stato ebraico. L’ambasciata americana in Israele avverte i suoi cittadini di non viaggiare in Medio Oriente, c’è il rischio «di chiusure improvvise dello spazio aereo e cancellazione dei voli».
Dopo essersi visti ogni due mesi nell’anno iniziale del secondo mandato presidenziale, Bibi e l’amico Donald non si sono ancora seduti uno davanti all’altro da febbraio, da quando insieme si sono imbarcati nella campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal scrive che Trump è irritato con il premier, più volte avrebbe rifiutato di rispondergli al telefono. Ma Netanyahu spera di trovarlo ancora nella «modalità vendetta»: è indispettito perché non riesce a piegare gli ayatollah, a imporre i negoziati come li vuole lui, a ottenere da subito la riapertura totale dello Stretto di Hormuz senza i balzelli imposti dal regime, com’era prima dell’operazione Furia Epica ordinata dalla Casa Bianca il 28 di febbraio.
«Non ci piegheremo al bullismo degli Stati Uniti», dichiara Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano. Che considera «gli interessi nel Golfo Persico la priorità». Teheran ha respinto un’offerta di tregua presentata dagli americani attraverso l’Iraq, proprio perché non intende accettare «cessate il fuoco temporanei per poi discutere i dettagli»: l’obiettivo è stabilire il controllo sullo Stretto e così sui commerci mondiali, a partire dall’esportazione del petrolio estratto nei Paesi del Golfo. Stati Uniti e Gran Bretagna, per contro, stanno cercando di trovare il modo di riaprire Hormuz e hanno convocato un summit a Londra su questo tema, che – rivela Axios – dovrebbe svolgersi già la prossima settimana.
Bersagliati anche ieri, assieme alla Giordania e al Kurdistan iracheno dove sono posizionate alcune basi americane, dai droni esplosivi e dai missili lanciati dai pasdaran: all’inizio del mese – ricostruisce ancora il Wall Street Journal – il Kuwait e il Bahrein avrebbero fatto decollare i jet per colpire in Iran. Si tratterebbe, se confermata, della prima risposta diretta. Nella notte colpito nello Yemen anche il porto di Hodeidah controllato dagli Houthi, che accusano l’Arabia.
Per ora le città israeliane non vengono colpite, le Guardie della Rivoluzione avvertono però di essere pronte ad attaccare Tel Aviv: «La nostra rappresaglia, se Trump ordinasse di bombardare Teheran e le infrastrutture energetiche». Il Pentagono ha proseguito nei raid, che Netanyahu considera solo «tattici e non strategici», ovvero non sufficienti a far crollare il regime come ha promesso agli israeliani. Da Trump vuole farsi assicurare che gli obiettivi verranno allargati al programma nucleare e missilistico, che restano secondo l’intelligence funzionanti. Il presidente americano preferisce per ora scagionare la Cina e la Russia da qualsiasi coinvolgimento: «Xi e Vladimir Putin mi hanno assicurato di non inviare armi al regime». Con un avvertimento: «Se lo facessero, sarebbe molto dannoso per loro».