il venerdì, 24 luglio 2026
La dura vita delle prime "lupe di Wall Street"
Mettetevi nei panni di Muriel Siebert: è il 1967, finalmente siete la prima donna membro ufficiale della Borsa di New York, dopo aver comprato un seggio per ben 445 mila dollari del tempo (oltre 4 milioni odierni), e scoprite che il tanto agognato tesserino d’accesso è pensato per una giacca da uomo, proprio perché Wall Street è un tempio maschile e maschilista. Non vi resta che, proprio come fece lei, appuntarvelo con una spilla da balia. È una delle immagini più emblematiche di Le lupe di Wall Street (Neri Pozza, traduzione di Valentina Guani), il libro in cui la storica Paulina Bren ricostruisce mezzo secolo di lotte di donne costrette a reinventare le regole di un gioco progettato per escluderle.
Ancora più rivelatore dell’eterno sessismo di Wall Street è l’aneddoto di Ginny Clark, prima donna ammessa al corso per trader di Salomon Brothers. «Alla fine del corso, come “benvenuto nella confraternita” gli uomini ricevevano un orologio d’oro: a Ginny, invece, diedero un coniglio vivo», racconta Bren. «Oggi può sembrare solo bizzarro, ma nel 1969 i conigli si usavano ancora per i test di gravidanza. Il messaggio era brutale: hai finito il corso, ora va’ a fare figli». In un ambiente così ostile, una tecnica di sopravvivenza per le donne era mettere alla berlina gli uomini che esageravano. «Karen Valenstein, di Lehman Brothers, quando un trader le mise una mano sul ginocchio, rispose: “Ha perso una mano, per caso?”», ricorda l’autrice. «Ancora più pungente fu Alice Jarcho, prima donna trader a tempo pieno sul parquet della Borsa, nel 1976: per il suo compleanno i colleghi le mandarono uno spogliarellista vestito da poliziotto. Lei non si scompose: lo portò nel proprio ufficio, gli fece togliere gli slip e poi li sventolò fuori dalla porta come una bandiera, davanti a tutta la sala contrattazioni, tra gli applausi».
Se l’umorismo era la prima linea di difesa, la seconda consisteva nell’usare le regole aziendali contro chi le aveva scritte. Barbara Byrne – poi tra le figure più rispettate dell’investment banking americano – ottenne il congedo di maternità con un colpo di genio burocratico: ricordò al capo che un collega, tornato da un viaggio di lavoro con un’epatite presa mangiando frutti di mare avariati, aveva avuto tre mesi di malattia pagata. «Mi sembra di aver diritto allo stesso trattamento: dopotutto porto in grembo un futuro contribuente», gli disse. Il capo cedette, creando così, senza volerlo, un precedente.
Spogliarelli e privé
Ancora più sessismo imperava nella filiale Shearson Lehman di Garden City negli anni Ottanta: il direttore Nicholas Cuneo, che dichiarava apertamente di non voler assumere donne perché «dovevano stare a casa a badare ai figli», avvertiva le nuove assunte che sarebbero state pagate meno degli uomini e imponeva loro gonne corte. «Nel seminterrato era stata anche allestita una stanza per soli uomini dove, tra whisky e sigari, si esibivano spogliarelliste», spiega la storica. «La chiamavano Boom-Boom Room, e la cosa più incredibile è che la stanza figurava così anche sull’elenco telefonico aziendale, alla lettera B, come un ufficio qualsiasi. Del resto Cuneo, compiaciuto, definiva la filiale “il bordello più grande di Garden City”».
Nel 1996 le dipendenti di Shearson Lehman (diventata Smith Barney nel 1994) intentarono una class action per molestie e gestione misogina: la società fu condannata a pagare 150 milioni di dollari. Un ostacolo ancora più subdolo all’affermazione professionale delle donne in Borsa era l’esclusione dal networking: «Per gran parte del Novecento, gli affari a Wall Street si concludevano nei pranzi di lavoro organizzati in club esclusivi dove le donne non erano ammesse, come l’Harvard Club. Lì, nel 1969 doveva entrare dalla “porta delle signore” sul retro, persino Priscilla Rabb, celebre per essere una delle prime donne diplomate proprio alla Harvard Business School», racconta Bren. «Lehman Brothers offrì a Rabb un lavoro a patto che si formasse con le segretarie invece che con i trader uomini: lei rifiutò sdegnata». Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta un importante canale per stringere accordi o passare informazioni preziose erano, oltre a circoli e ristoranti, gli strip club: lì in teoria le donne potevano entrare, ma spesso venivano accompagnate in macchina e poi lasciate fuori, con frasi da manuale del patriarcato come: «Torna pure in albergo, adesso noi uomini abbiamo cose da fare».
La discriminazione rimaneva avvertibile ovunque: «Nel 1993 una dirigente appassionata di golf si presentò a un importante evento di networking aziendale con sacca e mazze, per scoprire che il circolo scelto non ammetteva donne. Non poté nemmeno protestare, perché lì c’erano i clienti», spiega l’autrice del libro.
Ingresso vietato
Spesso il sessismo rasentava il farsesco, come capitò a un’analista amica di Bernadette Bartels Murphy (una delle prime analiste di Borsa diventate celebri in tv): «Fu invitata a tenere un discorso a un pranzo in un club dove l’ingresso alle donne era vietato persino dalla porta laterale. L’unico modo per farla entrare fu farla salire dalla scala antincendio: aprirono una finestra, la tirarono dentro, lei parlò, e infine la fecero uscire dalla stessa finestra», dice Bren. «O facevi queste cose, o ti arrendevi. E queste donne non volevano arrendersi».
Una delle immagini più potenti del libro è la Fearless Girl, l’iconica statua della bambina in posa da supereroina che sfida il toro di Wall Street. «È stata un grande simbolo di empowerment femminile», chiosa Bren. «Peccato che, poco dopo la sua realizzazione nel 2017, State Street Global Advisors, ovvero proprio la società che l’aveva commissionata, fu condannata a risarcire 300 dipendenti donne per discriminazioni di genere e razziali».