la Repubblica, 24 luglio 2026
In Italia il “Giovane Holden” si sarebbe potuto chiamare “Vacanze a New York”
Deve aver lavorato parecchio bene l’ufficio stampa di Little, Brown and Company perché il giorno dell’uscita di The Catcher in the Rye, il 16 luglio 1951, i maggiori quotidiani americani hanno una sontuosa recensione del libro. Impressiona ancora oggi il pezzo di Nash K. Burger sul New York Times, per come coglie tutte le dominanti del romanzo: «La storia di Holden è raccontata nello stesso linguaggio strano e meraviglioso di Holden, in un romanzo di straordinaria brillantezza… Holden è disorientato, solo, ridicolo e commovente. I suoi problemi, i suoi fallimenti non dipendono da lui, ma da un mondo che va a rotoli. (…). Salinger rende in modo fantastico il linguaggio adolescenziale: l’umorismo inconsapevole, le ripetizioni, il gergo e le parolacce, l’enfasi, tutto è perfetto». C’è pure qualche parere discordante, Anne L. Goodman su The New Republic, per esempio: «Nel corso delle 277 pagine, il lettore si stanca del suo essere così esplicito, delle ripetizioni e della sua immaturità (…). Holden è talmente egocentrico che gli altri personaggi – con la notevole eccezione della sorella Phoebe – non hanno nulla della sua autenticità… Da uno scrittore dal talento innegabile come Salinger ci si aspetta qualcosa di più».
Il successo del libro è straripante e iniziano presto le traduzioni; l’imprendibilità della voce di Holden e la complessità di restituzione del suo graticcio linguistico, che è un terremoto di registri, sono proverbiali. Della prima pioneristica versione italiana (1952, Casini editore, a opera di Jacopo Darca) abbiamo parlato qualche tempo fa su queste pagine. Oggi, anche grazie a nostre ricerche d’archivio e alla pubblicazione a cura di Teresa Franco di un volume dedicato alla traduttrice Adriana Motti (Einaudi), possiamo entrare nell’officina dell’edizione che ha veicolato per cinquant’anni la conoscenza di Holden in Italia e renderci conto di difficoltà e intuizioni. Quando traduce Catcher, Motti ha trentasei anni e l’esperienza di chi ha maneggiato le opere di Wodehouse, Wells e Tutuola. Holden, però, è il libro che le cambia la vita. Tutti ricordiamo i suoi «vattelappesca», l’«infanzia schifa», gli «e compagnia bella», il «marpione sfessato», «l’aria fredda come i capezzoli di una strega», gli «stantuffare» per non dire «scopare».
Vediamo come andò quell’impresa. Il 21 aprile 1961 la «signorina» Adriana Motti si dice pronta a tradurlo. Entusiasta com’era, traduce «a tutto vapore» con la copia di Vita da uomo – questo il titolo della prima traduzione di Darca – sulla scrivania. Di fronte a «BB guns», scrive a Carlo Fruttero, allora redattore dell’Einaudi, «può darsi che sia come traduce Darca, “fucili ad aria compressa”, ma francamente non lo so».
A luglio inoltrato ha finito e rivisto la sua stesura e sta per spedire il plico a Torino, così scrive a Fruttero e affronta alcune delle criticità: «Quando leggerà la traduzione, vedrà che non ho potuto trovare una soluzione unica per and all e phoney e and something ecc. Impossibile. Ogni volta che mi pareva di aver trovato la parola giusta, mezza pagina dopo dovevo sballare tutto perché non funzionava più. L’accidente che lo colga!». C’è da dire che i dubbi s’infittivano anche perché si avvaleva di eccellenti consiglieri, Giacomo Debenedetti («il mio signore») e Roberto Bazlen per esempio. Non so se è chiaro: Adriana Motti aveva a disposizione il fine intelletto di due tra i più acuti lettori che abbiamo avuto in Italia. Ma non solo loro – continua Motti: «… tutti, indistintamente tutti (da Paolo Milano a Emilio Cecchi), sostengono che la traduzione di phoney è “fasullo”». La sua ricerca linguistica era pervasiva: «Stavo per scrivere a Battaglia per sapere se includerà la parola “fasullo” nel suo dizionario, ma è inutile, perché so già che ce la mette. Allora tanto vale che qualche volta la usi anch’io, non le pare? Non ne ho abusato, comunque. Del resto, non diciamo tutti “fasullo” quando vogliamo dire “fasullo”?» Ancora: «Non ho trovato (…) una soluzione unica per certe espressioni che in Salinger sono sempre uguali; ma la ripetizione “costante” di certe frasi e parole credo che renda ugualmente l’idea». Motti è fiera dell’idioletto che ha escogitato: «… sono andata avanti a mettere “a me mi” e cose del genere. So che se ci si mette a spulciare la grammatica è sbagliato ma a me devo dire che mi piace molto. Del resto, equivale a una certa disinvoltura sintattica di Salinger. (…) Ma se il signor correttore di bozze mi toglie tutti i “mi” ripetuti di sua iniziativa, lo scanno, quant’è vero iddio».
Al rientro dalle vacanze, l’8 settembre, Fruttero non ha ancora letto l’opera e Motti lo incalza: «Aspetto le bozze corrette da Lei, se ci sono ancora dei dubbi, vediamo di risolverli insieme». Il 12 settembre Motti insiste: «Sono molto curiosa di sapere il suo giudizio sulla traduzione, perciò si spicci a leggerla. E mi dica se è d’accordo di dire “il vecchio tal dei tali”, “la vecchia Phoebe” ecc. Io non so. Noi lo dicevamo, ma che ne so cosa dicono i giovani oggi?».
La questione del titolo riempie le settimane successive. Il 29 settembre Calvino le manda un espresso un po’ preoccupato. Da quel momento è lui a prendere in mano le redini editoriali del libro: «L’abbiamo cercata al telefono per mare e per terra. (…) Come lo traduciamo il titolo del Salinger?». Il 4 ottobre Motti ribadisce quello che ha detto a Fruttero, cioè che come titolo sceglierebbe Il pescatore nella segale. Motti sottolinea che al suo «signore e padrone e consigliere spirituale» non piaceva («gli ho fatto fare un salto per aria») ma «alla fine ci si è abituato» e solletica: «A lei che bazzica i visconti e i baroni dimezzati e rampanti non dovrebbe dispiacere troppo un tale che pesca tra le biade».
Il 7 ottobre Motti torna sulla questione, e abbiamo la certezza che tra lei e Calvino c’è stato uno scambio telefonico. Motti dice di gradire la proposta di intitolare il libro semplicemente Holden, ma rilancia con tre alternative piuttosto brutte: Vacanze in città, Vacanze a New York, Libertà provvisoria. Ve lo immaginate il capolavoro di Salinger intitolato Vacanze a New York? L’abbiamo scampata bella.
Il libro, come sappiamo, si chiamerà indelebilmente Il giovane Holden e Calvino si sente in dovere di vergare nel colophon una nota che è ormai parte della storia dell’editoria: «Il titolo The Catcher in the Rye, letto come puro accostamento di parole, suona come potrebbe suonare da noi Il terzino nella grappa».