corriere.it, 24 luglio 2026
Pos e scontrini, il Fisco incrocia i dati: emersi 9,1 miliardi
Finora è stato il passaggio più complicato: collegare i registratori telematici delle casse di negozi, ristoranti locali con i Pos, gli strumenti adibiti al pagamento con le carte. La svolta è avvenuta da poco, perché per resistenze che si sono protratte per anni, era impossibile mettere insieme due informazioni che hanno sempre viaggiato su binari separati: incrociare ciò che viene battuto alla cassa con ciò che viene effettivamente pagato con moneta elettronica. Dopo anni si è capito che la lobby degli autonomi non poteva prevalere per sempre, complici anche le pressioni della Commissione Ue che ha agganciato le risorse del Pnrr vincolandole ad una serie di riforme. Ecco perché ora sembra lievemente più facile individuare le anomalie e spingere i contribuenti verso l’adempimento spontaneo. Per tanti ci si è affidati alle dichiarazioni fiscali degli autonomi, con una pesante evasione Iva che ancora non è stata risolta del tutto.
Il contatore
Ad ogni modo i primi risultati sembrano dare ragione alla strategia. Rispetto ai 5,3 miliardi di euro di maggiore imponibile emerso nel precedente aggiornamento comunicato dall’amministrazione finanziaria, il contatore in corso di aggiornamento indica ora altri 3,8 miliardi di euro di operazioni intercettate attraverso i corrispettivi telematici. Nel complesso, dunque, l’effetto dell’allineamento tra registratori telematici e strumenti di pagamento elettronico avrebbe portato nel primo semestre a far emergere circa 9,1 miliardi di euro di imponibile aggiuntivo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, registra il Sole 24 Ore. Un risultato accompagnato anche da una crescita consistente del numero di documenti commerciali emessi: la stima è di circa 160 milioni di scontrini in più nei primi sei mesi dell’anno.
Il nuovo obbligo
Il nuovo obbligo è scattato dal 1° gennaio 2026 ed è diventato pienamente operativo da marzo, dopo il periodo di transizione di dodici mesi previsto dalla legge di Bilancio 2025 (ne abbiamo scritto qui). Il tempo è servito a definire le procedure tecniche e a rendere l’adempimento il meno oneroso possibile per commercianti ed esercenti. Il principio è semplice: ogni pagamento elettronico deve poter essere ricondotto all’operazione commerciale che lo ha generato. L’effetto più immediato riguarda il gettito Iva. Applicando un’aliquota media del 18%, considerato che alle vendite certificate con scontrino non si applica sempre l’aliquota ordinaria del 22%, la maggiore base imponibile emersa grazie al solo incrocio tra Pos e registratori telematici potrebbe tradursi in quasi 1,6 miliardi di euro di maggiore Iva potenzialmente dovuta all’Erario.
Le liquidazioni Iva
Naturalmente il dato va letto con cautela. I tempi delle liquidazioni non sono uguali per tutti gli operatori: l’Iva può essere versata con cadenza mensile o trimestrale e alcune categorie, come i contribuenti in regime forfettario, non sono tenute al pagamento dell’imposta. Inoltre, l’Iva effettivamente da versare dipende dalla differenza tra quella a debito sulle vendite e quella a credito maturata sugli acquisti. Qualche segnale, tuttavia, arriva già dai dati ufficiali sulle entrate. Nei primi cinque mesi dell’anno l’Iva sugli scambi interni è aumentata di 1,9 miliardi di euro, pari al 3,1%, rispetto allo stesso periodo del 2025.
L’andamento dei prezzi
Non tutto può essere attribuito all’effetto Pos-scontrini. A incidere è anche l’andamento dei prezzi, con un’inflazione che a maggio si è attestata al 3,2% su base annua. Ma la distribuzione settoriale del maggior gettito offre un elemento di interesse: secondo il bollettino delle entrate tributarie, la crescita dell’Iva sugli scambi interni è stata diffusa, con aumenti particolarmente significativi nel commercio, al 6,5%, e nei servizi privati, al 3,6%. Il monitoraggio dei prossimi mesi dirà quanto di questa dinamica sia effettivamente riconducibile alla maggiore capacità di incrociare i dati dei pagamenti elettronici con quelli dei corrispettivi.
L’effetto indiretto sull’Irpef
L’altro effetto atteso riguarda le imposte dirette. Se la maggiore emersione dei ricavi sarà confermata, il fenomeno dovrebbe riflettersi anche sull’Irpef e sull’Ires. Per misurare questo secondo effetto, però, occorrerà aspettare i versamenti collegati alle dichiarazioni dei redditi del 2027, relative all’anno d’imposta 2026. Il vero bilancio della nuova stagione di compliance, dunque, potrà essere tracciato soltanto tra un anno. La novità introdotta nel 2026 non parte comunque da zero. Da tempo l’Agenzia delle Entrate utilizza gli incroci tra i corrispettivi telematici e i dati sui pagamenti con Pos per individuare possibili anomalie e inviare lettere di compliance. Il nuovo obbligo rende però le due basi informative più facilmente confrontabili e riduce il rischio di falsi positivi legati a errori o imprecisioni nei dati trasmessi dagli operatori finanziari.
Il sincronismo
Il sincronismo tra transazioni elettroniche e scontrini consente così di rafforzare non soltanto le comunicazioni preventive ai contribuenti, ma anche l’analisi del rischio fiscale. I dati potranno essere incrociati con le altre informazioni disponibili nell’Anagrafe tributaria per individuare i profili con una maggiore probabilità di non compliance e orientare l’attività di controllo verso i soggetti considerati più a rischio. È una logica coerente con il nuovo modello di amministrazione fiscale: prima l’incrocio dei dati, poi l’alert e l’invito a regolarizzare, infine, nei casi più gravi, il controllo vero e proprio. L’obiettivo è concentrare le risorse sugli operatori meno affidabili e ridurre il più possibile gli interventi generalizzati.
La celebre dichiarazione di Patuelli
Ma la lotta al sommerso può essere alimentata anche dal comportamento di chi compra. Una celebre dichiarazione di Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, pronunciata qualche anno fa, fotografa con efficacia il problema: «Dovremmo forse dirlo una volta per tutte. In Italia abbiamo due prezzi: uno con l’Iva e uno senza» (ne abbiamo scritto qui). Un’affermazione difficilmente smentibile, almeno nella percezione quotidiana di chi si trova a pagare un bene o un servizio. Per questo, se l’obiettivo è spingere verso una maggiore diffusione dei pagamenti elettronici, il ragionamento può essere ribaltato: il potere di cambiare i comportamenti della filiera può essere spostato a valle, nelle mani del consumatore. È il principio della concorrenza esercitata attraverso le scelte di acquisto. Lo stesso Patuelli lo aveva sintetizzato in modo diretto: «Bisogna mettere in concorrenza tra loro gli esercenti. Comprare solo da quelli dotati di Pos adibiti al pagamento delle carte. Non li hai? Vai altrove. Semplice».
Le zone d’ombra
Il nuovo sistema di collegamento tra Pos e registratori telematici prova ora a trasformare questo principio in una infrastruttura permanente di controllo e trasparenza. Il consumatore sceglie dove acquistare e come pagare; il Fisco, dall’altra parte, può verificare se il pagamento elettronico trova corrispondenza nel corrispettivo registrato. È in questo incrocio tra comportamento individuale e tecnologia che si gioca una parte della nuova strategia di compliance. Il sistema, però, non è una panacea. Restano zone d’ombra, a partire dall’utilizzo di Pos esteri, che possono rendere più difficile per l’amministrazione finanziaria ricostruire integralmente il flusso delle transazioni.
Gli escamotage
Un’operazione della Guardia di Finanza di Sassari, resa nota nei giorni scorsi, offre un esempio concreto delle strategie utilizzate per aggirare la tracciabilità. In alcuni punti vendita, secondo quanto accertato, ai clienti che pagavano con il Pos veniva rilasciato uno scontrino regolare, mentre a chi saldava in contanti veniva consegnato un semplice documento gestionale. Un sistema apparentemente innocuo, pensato per non destare sospetti nella clientela, ma che consentiva di evitare la successiva trasmissione dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate. Le operazioni restavano così fuori dal radar del Fisco e potevano sfuggire alla tassazione.
L’associazione virtuale
L’obbligo di collegamento è stato introdotto dalla legge di Bilancio 2025 e riguarda le operazioni effettuate dal 1° gennaio 2026. Non è necessario alcun collegamento fisico tra i dispositivi: l’associazione è virtuale e avviene attraverso la piattaforma «Fatture e Corrispettivi» dell’Agenzia delle Entrate. L’esercente, direttamente o tramite un intermediario, deve utilizzare la funzione «Gestione collegamenti» per associare la matricola del registratore telematico ai dati identificativi dei Pos. Il sistema mette a disposizione l’elenco degli strumenti di pagamento già comunicati dagli operatori finanziari. Per i Pos già attivi all’inizio dell’anno o entro il 31 gennaio 2026, il termine per effettuare l’associazione era fissato al 20 aprile, mentre per i nuovi dispositivi e per le variazioni successive valgono le finestre temporali previste dalla procedura. Il meccanismo è flessibile: un singolo Pos può essere associato a più registratori telematici e più Pos possono essere collegati allo stesso registratore. Nel caso dei server RT, l’abbinamento avviene con il server e non con i singoli punti cassa. La stessa procedura è disponibile per chi utilizza il «Documento commerciale on-line».
Chi è escluso dall’obbligo
Restano esclusi dall’obbligo i distributori automatici, la vendita di carburanti, la ricarica dei veicoli elettrici e le operazioni per le quali non è prevista la certificazione dei corrispettivi. Se, però, lo stesso Pos viene utilizzato sia per operazioni soggette a certificazione sia per quelle esonerate, l’associazione resta obbligatoria.