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 2026  luglio 24 Venerdì calendario

Brescia, decine di studentesse denunciano episodi di molestie e discriminazione

Il report «secretato» con le segnalazioni delle studentesse (risalenti al 2023) finisce in senato accademico
Dalle violenze verbali in aula a quelle fisiche durante i tirocini, dal sessismo mascherato dietro una battuta a quello esplicitato con infondate superiorità di un genere sull’altro, fino alle allusioni a carriere universitarie e accademiche rovinate in caso di rifiuto oppure pesanti avances e casi di stupro.
C’è veramente di tutto nelle 160 pagine contenute nella versione completa dell’indagine conoscitiva sulla violenza di genere e le molestie nell’Università degli Studi di Brescia che il Corriere è riuscito a visionare. Decine di testimonianze a sostanziare un fenomeno che, va detto con chiarezza, purtroppo è strutturale e coinvolge tutti gli ambiti sociali e lavorativi, non solo l’università, luogo che non è certo immune da un contesto sociale segnato da evidenti disuguaglianze e discriminazioni, nelle quali la violenza di genere si manifesta sia nelle relazioni gerarchiche che nelle interazioni tra pari.
Anzi, a UniBs va dato atto di avere avuto il coraggio di promuovere un’indagine per conoscere e affrontare il problema, come tra l’altro viene riconosciuto spesso tra i quasi 2500 intervistati che hanno risposto alle 40 domande dalle quali si percepisce come molestie e violenze di genere non siano casi isolati tra studenti, docenti e personale amministrativo: uno su tre dichiara di aver subito almeno un episodio di questo tipo in ambito universitario, ma si sale al 43% se parliamo di ragazze e al 50% tra chi non definisce il proprio genere.

Restando prettamente in ambito studentesco, si ritrovano testimonianze pesanti: docenti «che rinomatamente hanno relazioni con studentesse» o le «contattano sui social» oppure che all’esame «avrebbe anche potuto promuovermi, ma ha detto che avrebbe preferito risentirmi, offrendo la sua disponibilità ad aiutarmi a studiare qualora lo avessi contattato privatamente». Poi ci sono esplicite richieste sessuali: da quella «perpetrata più volte di avere rapporti nei bagni dell’università» oppure «commenti maliziosi sul mio vestiario, sul mio aspetto e proposte a sfondo sessuale» e fino a chi ha ricevuto «mail con apprezzamenti fisici e proposte di incontri».
I dipartimenti maggiormente coinvolti da episodi di sessismo sono quelli di ingegneria e medicina: dal tipico «ingegneria è per uomini» all’altrettanto deprecabile «non fate questa specializzazione a medicina, non è da donne, poi avete figli», riferito a chirurgia. Sul fronte maschile invece si trova chi segnala come «da uomo sono stato ritenuto inferiore intellettualmente» o nel caso di omosessuali «è gay, farà strada» fino a «allusioni o accuse riguardanti la presunta incapacità maschile di svolgere più compiti contemporaneamente». Non manca l’esibizionismo: uomini che costringono «a vedere video di donne che facevano sesso orale» piuttosto che «foto di pene non richiesta in chat».
Per quanto riguarda le violenze fisiche, si ritrovano contatti non richiesti che vanno da «baci sulle guance» a «palpeggiamenti sui fianchi» oppure «in zone erogene e baci nonostante il ripetuto tentativo di divincolarmi con ripetuti “no!” e conseguente mia fuga». Per non parlare di chi «con una scusa e in modo pesante mi ha chiesto di seguirlo nel suo studio, ha chiuso la porta e mi si è gettato addosso obbligandomi a baciarlo. Gli ho dato uno spintone ho detto di no e me ne sono andata» o addirittura chi è stata vittima di uno stupro, che non si è concluso nel momento dell’atto sessuale «ma è andato avanti per mesi» con altri tipi di persecuzioni.
L’ambiente sanitario viene definito dalla stessa indagine di UniBs «come quello in cui proliferano di più i comportamenti molesti» e si ritrovano testimonianze di donne che si sono sentite dare della «poco di buono» per lo «smalto alle unghie» piuttosto che «della grassona» e quindi invitata a «non indossare abiti attillati».
A una tirocinante sarebbe stato detto: «l’unico modo per farvi stare zitte è mettervi incinta», oppure alcuni dottori avrebbero parlato tra loro di «casi di revenge porn e ridevano come fosse una barzelletta» o «primari che, senza troppi fronzoli, facevano capire alle nuove arrivate che potevano fare una carriera, che mai farebbero altrimenti, semplicemente in cambio di piccoli favori a sfondo sessuale». Emblematico il caso di una tirocinante che, dopo aver colto un suggerimento da un collega maschio, si ritrova il medico che le dice «ora dovresti fargli un servizietto».
Di fronte a tutto questo però si fatica a denunciare «perché, purtroppo, denunciare qualcuno per insulti provocatori o sessisti non porta mai a nulla» scrive una ragazza, oppure perché «si tende a minimizzare o rimanere indifferenti di fronte a frasi ritenute dette “per scherzo”». Ma c’è anche chi non lo fa «per timore che la denuncia mi si ritorca contro» oppure perché «ogni forma di lamentela ha sempre portato a peggiorare la situazione. La denuncia sarebbe stata garanzia di rinunciare a laurearsi» o ancora «perché per sporgere denuncia bisogna rivelare la propria identità e nel contesto accademico vorrebbe dire avere la carriera rovinata». C’è chi vede miglioramenti, chi invece sente indifferenza o chi addirittura ostilità. Tutti atteggiamenti che si auspica siano elementi propulsivi perché le azioni che Unibs sta già mettendo in campo sul tema possano risultare ancora più incisive e risolutive in futuro.