corriere.it, 24 luglio 2026
Scattano i nuovi dazi Usa tra il 10 e il 12,5% su 60 Paesi. L’Ue nel mirino per la multa a Google
Arriva il nuovo regime tariffario imposto dagli Usa su decine di Paesi in tutto il mondo, in vista della scadenza delle tariffe generalizzate del 10% introdotte come misura provvisoria. Le misure, valide per 150 giorni, erano state adottate dall’amministrazione del presidente Donald Trump dopo che la Corte Suprema aveva annullato gran parte delle sovratasse varate al suo ritorno alla Casa Bianca.
I nuovi dazi, che entreranno in vigore alle 00:01 di venerdì (ora della costa orientale degli Stati Uniti, le 6 di mattina in Italia) e compresi tra il 10 e il 12,5%, riguarderanno 60 partner commerciali, tra i quali anche alcuni Paesi europei, e copriranno il 99,4% del commercio statunitense, secondo una scheda informativa pubblicata dall’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti.
Le accuse e la multa a Google
Le misure saranno introdotte contro i Paesi accusati di non aver contrastato adeguatamente le pratiche di lavoro forzato nelle catene commerciali con gli Stati Uniti. «Si tratta della più ampia azione internazionale mai intrapresa dagli Stati Uniti, e da qualsiasi Paese, in materia di diritti dei lavoratori», ha dichiarato un alto funzionario dell’amministrazione Trump durante un briefing con i giornalisti. Il funzionario ha precisato che i nuovi dazi non si sommeranno alle tariffe già esistenti su acciaio e alluminio, introdotte da Trump lo scorso anno per motivi di sicurezza nazionale ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act.
Intanto, per complicare le cose, il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha detto che la multa a Google da 890 milioni di euro annunciata il 23 luglio dall’Unione europea mette a rischio l’accordo sui dazi e minaccia, di conseguenza, la relazione transatlantica.
La reazione europea
Dopo le dure parole di reazione della vicepresidente della Commissione Kaja Kallas – motivazioni «infondate» – pronunciate a margine della riunione dei ministri degli Esteri dell’Asean a Manila, questa mattina è arrivata la dichiarazione molto più pacata della Commissione europea che dice di «prendere atto della decisione» e sottolinea che sono state «reintrodotte le esenzioni tariffarie aggiuntive per l’Ue, quali il sughero e i diamanti, oltre a quelle relative agli aeromobili e ai loro componenti, ai medicinali generici e ai principi attivi». Quindi «l’Ue valuta positivamente il fatto che questo risultato sia in linea con gli impegni tariffari degli Stati Uniti concordati nell’ambito della dichiarazione congiunta Ue-Usa».
Un portavoce della Commissione spiega che questo fornisce «uno slancio positivo per proseguire il lavoro volto a esplorare ulteriori esenzioni tariffarie e ad approfondire la cooperazione in un’ampia gamma di settori, tra cui i CRM, la sicurezza economica, l’intelligenza artificiale e le questioni digitali». Quindi «in prospettiva, l’Ue si aspetta che gli Stati Uniti continuino a rispettare i termini della Dichiarazione congiunta Ue-Usa, anche per quanto riguarda eventuali misure correttive nell’ambito di ulteriori indagini ai sensi della Sezione 301».
L’indagine di marzo sui prodotti da lavoro forzato
I nuovi dazi derivano da un’indagine avviata a marzo dall’Ufficio del rappresentante per il commercio degli Stati Uniti (Ustr), guidato da Jamieson Greer, per verificare se i partner commerciali di Washington abbiano eliminato dalle proprie catene di approvvigionamento prodotti realizzati con lavoro forzato. «Stiamo cercando di porre fine al commercio di questo tipo di prodotto. Negli Stati Uniti, abbiamo agenzie e processi per identificare aziende e paesi che presentano una prevalenza di lavoro forzato e fermiamo i loro prodotti al confine. Altri Paesi non hanno questi processi, chiediamo loro di metterli in atto», ha dichiarato Greer alla Cnn. «Se permetti l’importazione di beni fatti con lavoro forzato, crei una concorrenza sleale per i tuoi prodotti. Vogliamo che tutti i paesi abbiano lo stesso tipo di protezioni», ha aggiunto.
I Paesi ritenuti dotati di una legislazione incompleta saranno soggetti a dazi del 10% su parte delle loro esportazioni verso gli Stati Uniti. Tra questi figurano l’Unione Europea, il Canada, l’India, il Regno Unito e il Messico. Per circa 40 altri Paesi, tra cui Cina, Giappone, Svizzera e Corea del Sud, l’aliquota salirà al 12,5%. Energia e materie prime non prodotte negli Stati Uniti dovrebbero tuttavia restare escluse. Dopo l’annuncio, intanto, la Borsa di Tokyo ha aperto in netto ribasso. L’indice Nikkei ha perso il 3% nelle prime contrattazioni, mentre il più ampio Topix ha ceduto l’1,2%. A guidare i ribassi sono stati soprattutto i titoli tecnologici e le società legate ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale, sulla scia della chiusura negativa di Wall Street.
Un funzionario statunitense ha spiegato che l’amministrazione considera il mercato americano una leva negoziale per raggiungere i propri obiettivi commerciali. Per evitare contestazioni legali, l’Ustrha basato le nuove misure sulla stessa normativa utilizzata per giustificare i dazi settoriali già in vigore su acciaio, alluminio, rame, legname e automobili, non toccata dalla decisione della Corte Suprema. Restano inoltre aperte altre indagini commerciali, comprese quelle sulla possibile sovraccapacità industriale, che coinvolgono anche l’Unione Europea.
Le misure contro Canada e Brasile
Il nuovo pacchetto di dazi arriva dopo le recenti misure contro Brasile e Canada. Da mercoledì, il Brasile è soggetto a tariffe del 25% su quasi metà delle esportazioni verso gli Stati Uniti, mentre il Canada dovrà affrontare dazi aggiuntivi del 50% a partire dal prossimo mese. In entrambi i casi, Washington ha limitato le misure a specifiche categorie di prodotti anziché estenderle a tutte le importazioni provenienti dai due Paesi.
Le reazioni dei Paesi interessati
Intanto, il governo brasiliano ha respinto i nuovi dazi del 12,5% imposti dagli Stati Uniti sulle esportazioni del Paese per presunte carenze nella lotta al
lavoro forzato, definendo la decisione di Washington
«completamente arbitraria e ingiustificata». In una nota ufficiale, l’esecutivo di Luiz Inácio Lula da Silva afferma che l’Ufficio del rappresentante per il Commercio
degli Stati Uniti (Ustr), «in assenza di una base giuridica
interna per sostenere la propria politica commerciale
protezionistica, ha scelto di manipolare un tema caro ai diritti
umani e alla tutela dei lavoratori di tutto il mondo». Brasilia sottolinea di aver fornito nel corso dell’indagine
«ampie spiegazioni e una vasta documentazione» sulla
legislazione nazionale e sull’attività delle autorità doganali
per impedire l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Il governo ricorda inoltre che il Brasile è riconosciuto da
decenni dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) per
il proprio impegno contro il lavoro forzato, di aver ratificato
tutti e quattro gli strumenti dell’agenzia dell’Onu in materia e
66 convenzioni, contro le 10 ratificate dagli Stati Uniti. «Alla luce del carattere completamente arbitrario e
ingiustificato delle tariffe annunciate contro il Brasile – conclude la nota – il governo avvierà «immediatamente» le
procedure previste dalla legge brasiliana sulla reciprocità
economica e porterà il caso davanti al meccanismo di risoluzione
delle controversie dell’Organizzazione mondiale del commercio».
Anche l’Australia ha reagito alle nuove tariffe imposte dagli Stati Uniti ai partner commerciali di Washington: «Questi dazi sono ingiustificati, incompatibili con il nostro accordo di libero scambio e devono essere rimossi», ha dichiarato il ministro del Commercio australiano Don Farrell.
Il ministro
dell’Economia messicano Marcelo Ebrard ha dichiarato che il Paese non subirà «nessun cambiamento nel dazio effettivo
che il Messico paga», a seguito della decisione del governo
statunitense. L’impatto sul Paese
sarà del tutto neutralizzato dalle esenzioni previste per le
merci conformi all’accordo di libero scambio nordamericano
Usmca, le quali rappresentano circa l’85% delle esportazioni
messicane verso gli Stati Uniti e che continueranno a viaggiare
senza dazi.
Attraverso un video sui social media, Ebrard ha chiarito la
situazione relativa alle restanti quote di esportazioni. Un
ulteriore 10% dei beni era già soggetto alla Sezione 122 del
Trade Act del 1974, una misura in scadenza proprio venerdì.
Poiché i nuovi dazi americani entreranno in vigore in perfetta
concomitanza con la scadenza di quelli precedenti, andranno ad
applicarsi esattamente a questa medesima quota del 10% di merci.
«L’una sostituisce l’altra, quindi il trattamento tariffario
viene mantenuto», ha concluso il ministro.
Il Giappone «deplora» i nuovi
dazi statunitensi in una dichiarazione ufficiale dle governo, dopo che Tokyo è
stata inclusa nella lista di partner commerciali di Washington
colpiti da tariffe che vanno dal 10 al 12,5%: «L’industria e il commercio giapponesi si svolgono in
conformità con le norme internazionali. Il Giappone deplora che
quest’ultima misura imponga dazi unicamente sulla
base del fatto che non esiste un divieto di importazione di
prodotti realizzati con il lavoro forzato», ha affermato il
portavoce del governo Minoru Kihara.
Netta condanna anche dalla Nuova Zelanda. Il primo ministro Christopher Luxon ha definito «estremamente deludenti» i nuovi dazi imposti da Trump: «L’indagine statunitense non ha fornito prove significative a sostegno delle accuse relative al lavoro forzato – ha scritto su X -. I dazi non sono la soluzione: aumentano i costi e l’incertezza per le imprese».