Corriere della Sera, 24 luglio 2026
Pasolini e Pound, patto fra eretici
Un incontro che rischia di trasformarsi in scontro. Un azzardo perché quei due, che non si sono mai trovati uno di fronte all’altro, hanno storie inconciliabili. Il primo è il poeta americano Ezra Pound, 82 anni segnati dallo stigma di aver dato sostegno al fascismo, scelta che gli costa l’accusa d’alto tradimento nel suo Paese, dove si rinuncia a processarlo preferendo farlo sparire in un manicomio criminale: per evitargli la sedia elettrica lo si condanna alla follia. L’altro è Pier Paolo Pasolini, quarantacinquenne marxista non ortodosso, nel pieno della maturità come poeta e regista, al centro di scandali e polemiche e, soprattutto, uno dei rari intellettuali che hanno rifiutato di firmare gli appelli per liberare l’Omero del Novecento. Pound, appunto, che da lunghe stagioni si è chiuso nel silenzio. Tempus tacendi, aveva annunciato.
Che cosa potranno dirsi, si chiede il 26 ottobre 1967 Olga Rudge, la violinista dell’Ohio compagna dell’autore dei Cantos, nel timore che il suo uomo, stremato dall’età e dai drammi vissuti, cada in una trappola e «vada al macello». Invece accade il miracolo di un colloquio aperto. Senza cattive intenzioni. Senza la pretesa di abiure. Senza scatti di reciproco disprezzo. Senza amletismi politici, anche se nei ragionamenti che fanno la politica c’è, e moralmente alta.
Ad aprire il dialogo è Pasolini. Che spiega il proprio «stato d’animo» recitando i versi di A pact dedicati dal vecchio Ez nel 1913 a Walt Whitman e che declina sostituendo i nomi: «Stringo un patto con te, Ezra Pound:/ ti ho detestato ormai per troppo tempo./ Vengo a te come un fanciullo cresciuto…/ sono abbastanza grande, ora, per fare amicizia…». E Pound replica, in italiano: «Bene! Amici, allora? Pax tibi, pax mundi».
Quell’incipit è un atto d’umiltà di Pasolini, una supplica che contraddice le sue censure a colui che era stato maestro di tutti, da Eliot a Joyce, per cominciare. «Il patto» che propone non è un’astuzia retorica, ma una richiesta di alleanza generazionale tra due «perseguitati dal potere», che apre tra loro una zona franca al di sopra delle rovine dei totalitarismi su cui il secolo breve li ha divisi.
E la poesia è lo spazio in cui entrambi possono riconoscersi in quel faccia a faccia nella piccola casa di calle Querini, a Venezia, dove Pound abita. I due si parlano davanti a una telecamera della Rai, perché l’idea di quell’intervista è pensata e orchestrata da Vanni Ronsisvalle, scrittore e inviato speciale della tv di Stato, quando ancora faceva cultura. Una memorabile trasmissione che va in onda il 7 giugno 1968, con flash di Eugenio Montale, Carlo Izzo, Sergio Pautasso e letture di Arnoldo Foà. E con indimenticabili fotografie di Vittorugo Contino.
Conversazione ricostruita oggi in un prezioso libro dell’anglista Luca Gallesi, che nelle pagine di Pound e/o Pasolini (Edizioni Ares) racconta genesi e sviluppi di quell’appuntamento dimenticato, sgombrando certe ambiguità interpretative, il nodo ermeneutico dell’evento. E che ci fa comprendere come, e per influenza di chi (in primis il poeta beat Allen Ginsberg, adoratore di Pound), era avvenuta la conversione pasoliniana.
Decisiva fu, per PPP, la presa di coscienza che Pound non era un esecrabile borghese piegato dai miraggi della civiltà industriale già in via di globalizzarsi, ma un profeta eretico con radici nell’idealizzato mondo contadino del suo Idaho, come lui lo era del suo Friuli rurale e arcaico. E poi, per simmetria, capisce che il reazionario americano era mosso da una critica antimoderna parente di quella che faceva fremere lui: una visione apocalittica che spingeva Pound a invettive contro l’usura, e PPP a impennarsi contro l’omologazione consumistica. Infine, la vocazione pedagogica che spinse entrambi a un ruolo da educatori (perfino di Mussolini Pound disse: «I tried to educate him»). Parla di tante cose, Pound, aggrottando gli occhi azzurri incorniciati da una ragnatela di rughe. Di come gran parte della poesia nasca dall’amore, anche se «gran parte della letteratura sorge dall’odio, ma quanto c’è di sano è ciò che emerge dalle rovine». Di guerra e di pace: «Quando i nostri amici si odiano fra di loro/ come può esservi pace nel mondo?». Di alcune critiche sui suoi versi, quasi che fossero «scritti a casaccio», in libertà, e lui chiarisce: «Non è così. È musica, temi musicali che si ritrovano». Di avanguardie letterarie, alle quali non ama essere accostato. Di Dante, Shakespeare e in particolare Confucio, cui ricorre per spiegare il filo conduttore della sua opera e le coordinate della sua visione del mondo: «Io forse avevo provato di vedere l’universo confuciano come una serie di tensioni».
Ed ecco il punto: i Cantos racchiudono «a series of tensions» dove non c’è sintesi, ma solo tesi e antitesi, forze che possono benissimo contraddirsi e convivere. Un’opera totale, ragionerà poi Pasolini, in chiave autobiografica. «Una trasfusione stilistica e filosofica maturata quel giorno», è stato detto.