Corriere della Sera, 24 luglio 2026
Selina Giuliano racconta suo padre Giorgio "Boris"
Da quasi mezzo secolo l’Italia lo ricorda come il commissario Boris Giuliano, capo della Mobile di Palermo, il poliziotto che seguiva il denaro della mafia. In realtà era vicequestore aggiunto e Boris il secondo nome. Il primo? Giorgio. Per Selima, invece, era papà. Il 21 luglio 1979 il boss corleonese Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, lo uccise con sette colpi alle spalle.
Selima Giuliano, chi era suo padre in famiglia?
«Per noi era Giorgio: il Giorgio di mia madre, degli amici, della famiglia. Boris, il poliziotto integerrimo e brillante, lo abbiamo conosciuto più tardi, nei racconti dei colleghi dopo la sua morte».
Suo padre aveva un vezzeggiativo per lei?
«Sì, mi chiamava Chicchi. Nella sua famiglia tutti ne avevano uno. Erano quattro fratelli, uniti e allegri. Avevano persino formato una band: suonavano jazz e musica americana, ciascuno con uno strumento diverso. Ricordo serate magiche nella casa dei nonni, a Piazza Armerina, nell’Ennese. Papà amava molto quel luogo; è sepolto lì».
Perché la chiamò Selima?
«È un nome arabo. Mio nonno, sottufficiale della Regia Marina, era stato di stanza nella base di Tripoli. Papà e i suoi fratelli erano cresciuti con ragazzi libici. Quel mondo lo affascinò e gli rimase dentro».
Qual è la prima immagine di suo padre che le torna in mente?
«Il sorriso. A casa era allegro, affettuoso, dedito a noi figli e a mia madre, con un’ironia disarmante».
È vero che cambiava le favole o le inventava del tutto?
«Sì. Se un personaggio, il contesto o il finale non gli piacevano, li cambiava. Spesso inventava tutto, attingendo al mondo arabo. Persino il disordine della nostra stanza diventava un gioco: per farcela riordinare organizzava cacce al tesoro».
Giorgio che cambiava le favole coincideva con Boris che voleva cambiare Palermo?
«Sì. Palermo negli anni Settanta era sotto una cappa, la stessa che a volte mi pare si stia ricreando. Lui non sopportava i soprusi. Era un sognatore, ma aveva senso della realtà, preparazione, intuito e una visione globale rara. Voleva migliorare Palermo».
È vero che portava a casa vostra i bambini smarriti?
«Sì. Non voleva lasciarli nell’atmosfera della questura e chiedeva a noi di giocare con loro mentre gli agenti cercavano i genitori».
Che cosa non è mai stato raccontato di suo padre?
«Che aveva una mentalità moderna, aperta, e non aveva inflessione siciliana. Nella serie tv Il capo dei capi è rappresentato con i baffoni e un’inflessione marcata, quasi fosse retrogrado. Se deve essere raccontato male, preferiamo che non lo sia. Aveva vissuto a Messina, in Libia, aveva lavorato come cameriere in Gran Bretagna per imparare l’inglese e come dirigente aziendale a Milano. Amava le altre culture. Ad esempio, non giocava a calcio ma a basket con il Cus Messina, in Serie B».
Che cosa ricorda di quel maledetto 21 luglio 1979?
«Avevo sei anni, Emanuela otto, Alessandro dodici. Papà aveva voluto che andassimo con la mamma dai nonni a Piedimonte Etneo perché aveva capito che presto sarebbe stato ucciso. Aveva ricevuto minacce e ci salutò in modo più affettuoso del solito. Camminava per le strade, andava nei mercati per capire quale aria tirasse: un poliziotto che consumava le suole, anche se dirigeva la Mobile. Fu agghiacciante. Sentimmo alla radio che aveva subito un agguato. Non avevamo il telefono in casa e mamma chiese ad Alessandro di andare in piazza a chiamare la questura da una cabina telefonica per avere informazioni. Sentimmo le sirene: vennero a prenderci e ci portarono a Palermo. Io ed Emanuela fummo affidate ad amici. Non ci fecero andare né alla camera ardente né al funerale e non ci dissero subito che papà era morto. Per Alessandro fu diverso: a 12 anni divenne uomo all’istante».
Che cosa vi ha rubato la mafia, oltre a vostro padre?
«Cose che non capisci mentre cresci e comprendi forse quando diventi genitore. Ti ruba un rapporto padre-figlia che non conoscerai mai: possiamo solo vederlo negli occhi dei nostri figli o degli altri. Ti ruba la complicità, i momenti da condividere, un pezzo di vita».
Sua madre come attraversò quel dolore lancinante?
«Con una forza immensa, racchiusa in un grande silenzio. Non l’ho mai sentita lamentarsi. Era messinese e viveva a Palermo per lui. Dopo l’omicidio restammo in una città non nostra, senza parenti. Rimase per seguire le indagini e i processi, crescendo tre figli. Ci ha trasmesso la dignità nel dolore e l’orgoglio di essere figli di Boris Giuliano».
Lui vi nascose la paura?
«A me ed Emanuela sì. Negli ultimi tempi era diventato triste e taciturno. Dopo il funerale del vicebrigadiere Filadelfio Aparo, un suo uomo ucciso dalla mafia, prese da parte Alessandro. Gli fece promettere che, se gli fosse accaduto qualcosa, si sarebbe comportato con la compostezza dei figli di Aparo».
Prova rabbia perché non chiese mai il trasferimento?
«No. Si trovò davanti a una scelta e andò avanti. Provo dolore e ho pensato mille volte a come sarebbe stata la mia vita. Ma tutti noi sentiamo un grande orgoglio per quello che ha fatto».
Essere sua figlia è un orgoglio, ma è un’eredità gravosa?
«Sono stata assunta come dirigente della Regione Siciliana grazie a una legge per i familiari delle vittime di mafia. Ho sempre voluto dimostrare che non era un regalo, come qualcuno forse pensa ancora. Tutto quello che ho fatto me lo sono conquistato. Se agli altri si chiede responsabilità, io sento di doverne avere il doppio e di dover fare ancora meglio il mio lavoro».
Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha detto che il delitto fu «il terribile epilogo di una vicenda profondamente segnata dalla solitudine istituzionale della vittima». Che cosa ne pensa?
«Mamma comprese la sua solitudine e la sua sofferenza. Se c’è un filo comune negli omicidi di quegli anni è che le vittime furono lasciate sole dallo Stato che avrebbe dovuto difenderle. Un caso emblematico è Pietro Marchese».
Perché?
«Era un mafioso che papà aveva arrestato per una rapina. Seppe che una turista inglese poteva aver visto tutto. Attivò i suoi contatti di polizia all’estero, la fece rintracciare e testimoniare. Marchese fu arrestato, ma ottenne gli arresti ospedalieri ed evase: fece parte del gruppo di fuoco che uccise mio padre. Per me la sua evasione dimostra le connivenze presenti in alcuni apparati dello Stato».
Che cosa rendeva unico il poliziotto Giuliano?
«Non solo il metodo follow the money. Con pochi mezzi ricostruiva fatti e relazioni. Senza pc, cellulari o internet, delineò la gerarchia dei clan mafiosi e i rapporti di parentela, decisivi nel maxiprocesso. Li tracciò in schizzi custoditi negli archivi della Mobile. Dopo l’omicidio mia madre denunciò al Csm l’immobilismo di parte della magistratura: temeva che le sue indagini finissero nei cassetti».
Quando suo fratello Alessandro, oggi prefetto e direttore centrale Anticrimine, disse di voler entrare in Polizia, come reagì vostra madre?
«Con apprensione, perché sapeva che avrebbe indossato la divisa con lo stesso senso del dovere e della responsabilità di nostro papà. Ancora oggi si preoccupa quando mio figlio Giorgio, che ha 19 anni, dice di voler fare il poliziotto. Figurarsi quando lo disse Alessandro, appena sei anni dopo l’omicidio di papà».
Che padre sarebbe diventato e che nonno sarebbe stato?
«Mio padre ci viziava e giocava con noi, ma sapeva anche essere severo. Per lui contavano lo studio, il dovere e l’impegno. Quando nacque Giorgio, mia madre mi disse: “Tuo papà oggi sarebbe stato contentissimo”. Lui è cresciuto con i racconti sul nonno».
Ci sono oggetti che le restituiscono subito suo padre?
«Il suo fucile, la sua chitarra e la sua pipa: dentro c’è ancora il suo tabacco».
Lei ha dichiarato di interesse culturale la Casa memoria di Peppino e Felicia Impastato, la casa di padre Puglisi e l’Albero Falcone. La bellezza può combattere la mafia?
«Sì. Se la mafia rappresenta il brutto, tutelare la bellezza e restituire dignità ai luoghi è un modo concreto per contrastarla. Ognuno può aggiungere un tassello con il proprio lavoro».
Se potesse tornare Chicchi per cinque minuti, che cosa chiederebbe a suo padre?
«Se è contento di quello che abbiamo fatto e di quello che siamo diventati. Se siamo stati bravi».