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 2026  luglio 24 Venerdì calendario

Lavrov vede Rubio, ma ormai è gelo: Putin non si fida più

Lo spirito di Anchorage diventerà un profumo. Il marchio omonimo è infatti in fase di valutazione per la registrazione commerciale in Russia, come scoperto da Ria Novosti dopo aver consultato il database elettronico di Rospatent, l’agenzia statale per i brevetti. La domanda per «Dukh Ankoridzha» è stata depositata nel luglio di quest’anno e riguarda il lancio di un prodotto con quel nome di «eau de toilette e altre fragranze».
Se saranno aromi ormai impalpabili, fioriranno. Ma quella che senz’altro è appassita da tempo è la fiducia del Cremlino nella capacità di mediazione dell’amministrazione Trump. Già la partenza era stata in salita, e nell’agosto scorso la scelta fatta da Vladimir Putin di andare in Alaska a braccia aperte verso il presidente americano, non aveva riscosso grandi plausi in quel che resta dell’opinione pubblica. Persino Dmitry Medvedev, l’ex presidente ed ex primo ministro che della fedeltà al suo mentore ha fatto la sua unica ragione di sopravvivenza politica, aveva mostrato qualche perplessità, andando incontro agli umori generali. Alla domanda sulla fiducia di Mosca verso Donald Trump, aveva risposto ricordando la battuta di un personaggio dello sceneggiato televisivo Diciassette momenti di primavera su un agente segreto sovietico che si era introdotto ai vertici dello spionaggio hitleriano, la cui visione per altro aveva estasiato un giovane Putin convincendolo del fatto che la sua strada sarebbe stata quella. «Non bisogna credere a nessuno, solo a me stesso», diceva il protagonista. «La prima parte di questa frase è assolutamente appropriata per la nostra situazione», aveva ribadito Medvedev.
Come una recita
Ovviamente Putin andò avanti per la sua strada. E per un breve momento credette di avere in tasca una «pace russa» che prevedeva le pressioni americane per convincere l’Ucraina a cedere quella parte di Donbass ancora in suo possesso. Lo spirito di Anchorage al quale si richiama sempre il ministro degli Esteri Sergey Lavrov non è nient’altro che questo. Ma sappiamo come è andata. Nell’ultimo anno, la demolizione dell’immagine del presidente Usa è stata sistematica, in ossequio a un antiamericanismo che ha radici profonde e sovietiche nel Paese. Le parole con le quali il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha liquidato l’incontro tra Lavrov e il suo omologo Marco Rubio sono un’altra dimostrazione della sfiducia diffusa verso le proprietà taumaturgiche della Casa Bianca. «I colloqui sono stati positivi, ma non ci sembra che ci sia spazio per un eccessivo ottimismo e per una accelerazione del processo di pace. Continueremo a parlare con gli Stati Uniti attraverso i canali di lavoro già esistenti».
Ormai è un dialogo tra sordi, oppure una recita. Lavrov dice a Rubio che Mosca è pronta a seguire le linee guida decise ad Anchorage, Rubio risponde che non vi fu nessun accordo. E si ricomincia da capo, ognuno per sé, almeno per quanto riguarda la guerra in corso. Nel pomeriggio di ieri, dopo l’incontro tra i due ministri degli Esteri, Putin ha convocato una riunione del Consiglio di sicurezza. Il tema del giorno era l’approvvigionamento di materie prime per aumentare la produzione di armi avanzate. «Dobbiamo continuare a essere autonomi per l’assemblaggio in serie di equipaggiamenti militari, oltre alla modernizzazione di quelli esistenti», ha detto. Per quel poco che conta, registriamo anche l’opinione del filosofo ultranazionalista Aleksandr Dugin, secondo il quale «Trump sta definitivamente mostrando la sua sostanza satanica». Passando a cose più serie, il portale economico Bfm.ru afferma che la discussione tra i due ministri degli Esteri si è ridotta a una «sincronizzazione degli orologi». «A Washington aspettano di vedere come si evolve la situazione: nulla spinge gli americani a intervenire in alcun modo».
Fine delle illusioni
Ma non è solo questione di attesa. Mosca ritiene che un eventuale negoziato non sia più nella disponibilità di Washington. E secondo i media russi, anche il vertice di Manila tra i due ministri degli Esteri ne è una prova. Commentando la dichiarazione di Rubio sulla necessità di nuove idee per la risoluzione del conflitto in Ucraina, il politologo Aleksandr Asafov, volto noto della televisione, ha affermato che in questo modo il segretario di Stato sta riconoscendo il fatto che Washington non gestisce il comportamento del governo di Kiev. «Il controllo appartiene ai britannici. Per questo motivo, Rubio ritiene necessari nuovi approcci, in cui sia possibile trovare un compromesso che non faccia sfigurare gli Usa». Come diceva Medvedev, la Russia si fida solo di sé stessa. E quindi, archiviato l’ennesimo vertice come una formalità alla quale adempiere, va avanti con la guerra ad oltranza.