Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Alberto Angela dice la sua sull’"Odissea" di Nolan

Visto il successo mondiale dell’Odissea di Christopher Nolan, il nuovo film del grande regista britannico, ospitiamo volentieri l’esclusivo intervento di Alberto Angela, il più apprezzato e popolare fra i divulgatori televisivi italiani. Il popolare conduttore e autore domenica 26 luglio tornerà su Rai1, a partire dalle 21.30, con la seconda puntata del suo programma “Noos”. 
C’è un’espressione che mi torna in mente ogni volta che ripenso al trionfo di questo film nelle sale: ciò che è vicino agli occhi è vicino al cuore. I giovani conoscono già l’Odissea, conoscono Omero e l’Iliade, li hanno nel cuore anche se non se ne rendono conto. Andare al cinema a vedere un’opera che già si conosce, ma raccontata in un modo così diverso, non può non incuriosire le nuove generazioni: ed è proprio questo pubblico di giovani, oggi, a riempire le sale e a spingere l’Odissea di Christopher Nolan verso ogni record di incassi.
Ho intervistato Christopher Nolan e Matt Damon per parlare della loro Odissea e sono uscito da quell’incontro con una convinzione che voglio condividere con i lettori: il vero protagonista di questo successo, prima ancora del regista o degli attori, è Omero stesso, riscoperto oggi grazie soprattutto ai giovani. E Nolan è stato bravissimo a tradurre un testo antichissimo, scritto nell’VIII secolo a.c., fondante della cultura mediterranea, in qualcosa di comprensibile a tutti, e in particolare ai più giovani. L’Odissea è la storia con la S maiuscola: c’è l’avventura verso l’ignoto, il destino, le divinità della mitologia. Una sceneggiatura che narra vicende accadute, 3200 anni fa e che è perfetta fin dai tempi di Omero, come la Divina Commedia o i Promessi Sposi. Opere che ogni generazione, compresa quella dei giovani di oggi, ha amato perché hanno gli ingredienti giusti. Al centro c’è un concetto universale, il ritorno a casa, al calore della famiglia. Odisseo, che noi chiamiamo Ulisse, è una figura vicinissima ai giovani. Deve affrontare l’ignoto con razionalità e astuzia, deve dribblare l’avversario, inventarsi sempre qualcosa di straordinario. Tra sfide climatiche e tecnologiche, l’incognita dell’intelligenza artificiale e un mondo del lavoro che non dà più certezze, il viaggio di Ulisse è il viaggio che tutti i giovani devono compiere con fatica ogni giorno per arrivare alla propria Itaca. Mi è sempre piaciuta una poesia di Konstantinos Kavafis, scritta nel 1911: Itaca è il punto d’arrivo, ma è il viaggio a formarti, tra perdite, autonomia conquistata, paure superate. È il viaggio della vita stessa, il viaggio che ogni giovane spettatore riconosce come proprio. Credo che Omero sia stato uno dei più grandi motivatori dell’esistenza umana! E pensare che le vicende narrate risalgono a più di tremila anni fa, all’età del bronzo di Troia, di Ramses II, rende tutto ancora più straordinario agli occhi di un giovane pubblico che si affaccia oggi a quella storia per la prima volta. Guardando il film mi sono immedesimato in lui: anch’io, con la figura di Cesare, ho dovuto prendere un testo antico e tradurlo in un modo gradevole per il grande pubblico, penso soprattutto ai giovani. All’inizio nell’Odissea notavo incongruenze che mi rendevano perplesso: navi simili a quelle dei vichinghi, paesaggi nordici, corazze ed elmi non proprio fedeli. Poi ho capito, lui doveva rendere comprensibile ai giovani un componimento di tremila anni fa, e mi sono sentito suo fratello in questa operazione che ha portato avanti in maniera così abile. Ci sono messaggi nel film che sono molto moderni, e che parlano soprattutto ai giovani. L’idea che Ulisse capisca di aver distrutto, con una sua idea, un intero popolo, e ne soffra. È il concetto di Xenia, il rispetto dell’ospite, perché dietro ogni vagabondo poteva nascondersi una divinità. Qualcuno ha parlato anche di disturbo da stress post-traumatico: un veterano della troupe ha detto a Nolan che è il film più potente mai visto sul trauma dei reduci.
Il poema antico è diventato dunque attualissimo, capace di parlare a un pubblico giovane cresciuto con altre urgenze e altre paure. Alla fine, emerge un concetto che noi italiani conosciamo bene: il calore della casa e della famiglia. Il ritorno di Ulisse non è il ritorno alla comfort zone, ma ai propri valori. E dove, se non in Europa, ci si preoccupa così tanto dei diritti umani e del clima? Per i giovani europei questo film è quasi una bandiera. Parlando con Nolan ho capito anche la logica del cast: scegliere attori già riconoscibili per rendere subito comprensibili i personaggi, anche ai giovani che magari non conoscono a memoria l’epica omerica. Charlize Theron è Calypso, Zendaya è Atena. E Matt Damon, nell’intervista, si è rivelato umile, disponibile, empatico: uno con cui faresti serate di risate. Nel suo Ulisse ritrovo il filo che attraversa Soldato Ryan e Jason Bourne, un uomo che lotta sempre contro un destino avverso. Mi ha colpito anche il gruppo, l’equipaggio. Il vero protagonista, insieme a Ulisse, è forse proprio il viaggio, lo stesso viaggio che tanti giovani stanno scoprendo per la prima volta in sala. Sulle polemiche legate al presunto wokismo non mi sbilancio: ognuno la vede come vuole, e le polemiche, si sa, portano gente al cinema, giovani compresi. Io vedo un grande affresco dell’avventura umana. Certo, alcuni riferimenti pop mi hanno divertito: l’Agamennone che sembra uscito da Batman, Ulisse sulla zattera che ricorda Cast Away con Tom Hanks, gli zombie nella scena dell’Ade, forse la più bella del film. Nolan e Damon mi hanno raccontato le riprese in Islanda, sotto una pioggia incessante. Anche noi, in televisione, viviamo le stesse dinamiche, davanti alla telecamera con freddo e maltempo. È lì che si forma un vero equipaggio, esattamente come quello di Ulisse, e forse è anche per questo che il film restituisce ai giovani un senso autentico di squadra e di fatica condivisa. Questo film mi rende felice per un motivo semplice. Per una volta la sceneggiatura non nasce da un ufficio marketing, ma da un testo di tremila anni fa, ed è proprio questo a conquistare i giovani più di ogni strategia di comunicazione. E non a caso, quando qualcuno pesca nel mondo classico, arrivano gli Oscar: Cleopatra, Ben-Hur, Il Gladiatore. Eppure questo immenso giacimento di storie resta spesso ai margini, lontano dai radar dei più giovani. Arriva Nolan, racconta Omero, ed ecco il risultato: un successo che sta battendo ogni record al box office, trainato in gran parte da un pubblico giovane che ha ritrovato in Ulisse la propria storia. Noi che viviamo in Italia, e che raccontiamo spesso queste storie immortali ai giovani, per fortuna lo sappiamo bene.