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 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Intervista a Ema Stokholma

Il mare della tranquillità (non quello della Luna, eh) attraversato sulla piroga della normalità. Con un timoniere ideale: la noia. Signore e signori, stiamo parlando di questo con Ema Stokholma che solo a descriverne abilità, impegni, cose accertatamente realizzate con successo ti viene il mal di mare. Dj? «Sì». Conduttrice? «Certo, al Social Club da anni, a Sanremo in radio». Pittrice? «Già, anche e forse soprattutto: vorrei vivere di quello». Attrice? «Vero: con Verdone nella serie, per esempio». Teatrante (ora in tour con Gino Castaldo in 80 vs. 90). Ballerina ammaliatrice. Scrittrice? Pure, lo diciamo noi: premio Bancarella per la sua durissima autobiografia (Per il mio bene), un romanzo violento e tenero (avrebbe detto Venditti). E ora anche maestra di cerimonie nell’happening più scatenato d’Italia, la Taranta. Appunto: roba da tarantolati che si fanno travolgere in Salento dalla musica (in onda su Rai 1 il 22 agosto).
Ema, partiamo dalla noia, va. Che fa tanto estate.
«Faccio tante cose, è vero, ma il mio scopo vero è il riposo. E per dipingere, per esempio, ho bisogno proprio di quel momento che è la noia: lo svuotarsi. Quando comincio un quadro ho bisogno di 24 ore senza... Senza tutto, cervello fermo. La noia è fondamentale”.
E noi invece ce la neghiamo, la neghiamo ai nostri figli, per esempio.
«Un tempo creativo, rigenerativo. Vedi, la pittura è il momento davvero mio tra le tante cose che sono. Quello è il tempo della mia solitudine: che io ricerco, che mi ritaglio. Silenzio e ascolto di me. Poi per vivere questi tempi devi stare bene con te stessa: io mi faccio aiutare da una psicologa e una psichiatra per non lasciare spazio ai fantasmi».
La ricerca del silenzio per una come lei che vive di radio, di musica, regina della techno, dj che ha fatto ballare migliaia di persone. Che ha vissuto in modo estremo, come ricordava nel podcast Tintoria.
«Vero: la techno è stata importante per portarmi via da un’infanzia difficile. Dentro quelle discoteche, vivendo in case occupate, mangiando quello che capitava cercavo la libertà. Della mia uscita di casa a 15 anni, del rapporto duro con mia madre ho parlato tante volte, ma la musica mi ha salvato. Quella ad alto volume. Poi, però, da sempre ho rispettato i miei silenzi. Se non scavo quel momento di solitudine, poi mando a quel paese tutti».
Per anni ha fatto dipingere messaggi sul suo corpo coi tatuaggi, che ora sente ingombranti. Ora è lei a dipingere il suo mondo. Ema pittrice a chi si ispira?
«Hopper e la sua descrizione della realtà che sfocia nel surreale. Mi disturba, mi mette a disagio. Come Dalì o De Chirico: oggetti del quotidiano che si deformano. Sulla realtà, sui palazzi, sui bar, sulle colonne, sulle persone io calo un’ombra per fermare l’attimo».
I tatuaggi, invece restano. Stava provando a rimuoverli, ma...
«Fa troppo male. Significano qualcosa in quel momento, ma poi restano per sempre. E invece nella vita cambi. Oggi mi dispiace vedermeli se indosso una canottiera, un vestitino sexy: ho cambiato gusti, ho cambiato case, fidanzati e Paesi e non posso cambiare la mia pelle... Oggi mostro me stessa, come sono ora attraverso quei quadri. Bella differenza: a 20 ti tatui, a 40 dipingi per tre giorni ascoltando un podcast crime o la Signora in Giallo».
Interessante: il crime... Sarebbe da chiedere alla sua psicologa. Scherzi a parte, che apporto dà la psicoterapia alla sua vita?
«La scoperta di meccanismi anche della comunicazione che nessuno ci ha insegnato. La psicologa era scioccata dalla mia vita passata. Anche l’affiancamento di una psichiatra mi sta facendo bene. Sono giorni che mi dico: ma questa è la sensazione delle persone normali? È incredibile, bellissimo sentirsi normali».
Le piace la “normalità”?
«Sentirmi dire: sei normale è il complimento più bello».
In effetti colpisce sentirlo dire da Ema. Il suo è un percorso niente affatto normale. Anche se non se la tira.
«Nel mio percorso è normale capire che sono stata fortunata, che sono stata brava a cogliere le occasioni. E anche paracula a capire che era un gran privilegio cogliere l’attimo dalla discoteca alla radio, alla tv al cinema. Ma essere famosi non è un lavoro: se mi descrivi come simpatica e “normale” insomma mi fai felice. E se riesco a convincere di questo chi mi chiede una foto o un autografo anche meglio. Moltissimi di quelli che lo fanno sono persone più preparate di me, che hanno studiato per fare il medico o il giornalista o anche il ragioniere. Io sono scappata di casa a 15 anni e sono qui. Il fanatismo è una cosa che mi colpisce».
A Sanremo e in Social Club vede passare tanti che l’ondata della celebrità violenta la vivono e a volte non la gestiscono.
«Molti non capiscono che tutto può finire in fretta. Non dobbiamo diventare tutti numeri 1 al mondo a far qualcosa, però possiamo sopravvivere, possiamo uscirne, possiamo stare bene. Un solo tatuaggio ho cancellato: ciascuno sceglie la sua famiglia. Non potevo continuare a pensare al passato: ho preso un treno dalla Francia e la famiglia me la costruisco con le persone che frequentano casa mia. Sono stata brava e ho scelto persone che sono ancora intorno a me. Ora non ho più bisogno di leggere quel tatuaggio».
A proposito, cito tre persone: Andrea Delogu, Luca Barbarossa, Gino Castaldo (ormai Ginotto, dopo l’imitazione di Giulia Vecchio).
«Tre anime straordinarie: il mio Pantheon. Mi amano e lo sento, ognuno a modo suo. Con Andrea è stato un incontro potentissimo: lei è una diretta. Non scappava dalle mie storie: mi ha cambiato con la sua intelligenza. Siamo cresciute insieme, anche come dimensione artistica, e io so che lei vuole sempre il meglio per me. Mi consigliò lei di scrivere il libro».
Passiamo a Gino Castaldo, con cui è in tour: ’80 contro ’90.
«Quando ho cominciato a fare radio con lui, temevo di non essere all’altezza: la sua enorme competenza musicale. Lui un pezzo del Muro di Berlino se l’è portato a casa: era lì. E invece si è sempre messo a cercare di capire perché mi piacesse certa musica. Non è giudicante. Magari anche lui è cambiato grazie a me... Ma io difendo i ’90: Nirvana, Radiohead. Perfino Madonna è diventata più profonda, con Frozen. E poi Twin Peaks, con cui nascevano le serie. E Friends: per la prima volta in tv scoprivi che potevi farcela con gli amici: non serviva una famiglia borghese. E grazie a Kurt Cobain, anche se era bello disagiato, ti sentivi elegante anche con una t-shirt bucata. E il finale di stagione col Millennium Bug...».
L’imitazione di Giulia Vecchio cosa significa per Ema (e per Ginotto Castaldo).
«Un regalo enorme: io Giulia la amavo da prima. Poi ti trovi protagonista della Gialappa’s. A lei ho detto: quanto vuoi per imitarmi così? La cosa più iconica di Ema non l’ha fatta Ema».
Poi c’è Luca Barbarossa.
«Anche lui è cambiato un po’ con me: a Social Club porto il buonumore. Con lui in radio ho fatto pace con la mia voce, che mi ha costretto a studiare, cosa che odiavo e ora amo. Amo studiare i progetti film, libri, dischi dei miei ospiti: mi fa entrare nel loro mondo: sentirti chiedere da Muccino che fine deve fare quel tale personaggio, confrontarti con Ammanniti che ti dice: ho amato il tuo libro... Eppoi sentire Luca quando canta la canzone sulla madre mi fa scendere le lacrime».
Il treno da Romans-sur-Isère Morwenn Moguerou (il vero nome di Ema) arriva in Italia.
«Se non mi fossi trovata bene ne avrei preso un altro. E invece Roma è stata madre, un po’ a pezzi come me, ma accogliente. L’Italia non mi somiglia e Roma è barocca, mentre io resto una francese gotica e verticale, dura come le gargolle in pietra certe volte. Sadica con me stessa».
Parlavamo prima di solitudine creativa, di una casa piena di amici. Una Ema di coppia, invece?
«Mamma mia, faccio una fatica... Io so che sono in evoluzione, ma è dura far accettare a qualcun altro (un partner o un figlio) il mio decidere se svegliarmi tardi o no, se scalare una montagna o restare zitta per giorni. E faccio fatica a fidarmi di qualcuno. Mi vedo tra 10 anni a vivere dipingendo, con animali e amici ma senza qualcuno sentimentalmente legato a me. In ogni caso il desiderio non c’è mai stato».
Ha scritto una riflessione sulla maternità su X.
«Non ho mai avuto il pensiero di diventare madre, ma amo molto stare coi bambini, sono brava con loro e ho un istinto materno. Ma non per figli miei».

Ma un’ambizione ce l’avrà pure, ’sta Ema Stokholma, no? Magari condurre Sanremo?
«In radio. La vera ambizione è vivere vendendo quadri e poter aiutare gli altri così. L’altro giorno mio fratello mi ha fatto un gran complimento, mi ha detto: Ema, sei stata proprio brava tu, tu non avevi la luce, mangiavi la pasta con gli insetti e ora stai bene e fai stare bene quelli che ami. Non è poco».
No, non è poco. È tutto.