La Stampa, 23 luglio 2026
Sara Curtis parla della sua evoluzione come atleta
I record aprono gli orizzonti. Sara Curtis è in Germania, a preparare gli Europei costruiti nel suo primo anno in Virginia. Negli Usa, dove studia psicologia e si allena in una delle squadre di nuoto più forti al mondo. Scelte radicali confermate da risultati notevoli.
Ricapitoliamo: da che è partita record italiano nei 100 e nei 50 stile libero e primato europeo nei 50 dorso, gare che porterà agli Europei di Parigi tra una ventina di giorni.
«Tutto mi dà la prova che il trasferimento negli Stati Uniti è ideale. Per il nuoto e per me. La velocità femminile è esplosa e non si possono più cercare scappatoie. La quotidianità vicino a Gretchen Walsh, che ha due record mondiali, nei 100 farfalla e nei 50 sl, me lo dimostra. E mi esalta, lei è davvero una persona buona».
Essere buoni nello sport aiuta?
«In generale bisognerebbe essere buoni. Lei è d’oro: ha i piedi per terra, è una con cui si può socializzare e oggi non è scontato. Siamo ragazze e giovani: essere rispettose l’una con l’altra è un dovere. Sono arrivata in un gruppo che ha vinto un numero di medaglie ben sopra la media e non me lo hanno mai fatto pesare. Green flag, bandierina verde».
La Virginia le ha insegnato come portare il ruolo della sportiva nota? Continua a essere la sola nuotatrice afroitaliana in Nazionale.
«La cultura americana aiuta. In questo almeno. Da noi pare che l’atleta debba essere un hikikomori: solitario, chiuso in casa, dedito al riposo e all’allenamento senza nessun altro interesse. Pena la distrazione e la sconfitta. Personalmente, così sarei senza energia. In Virginia ho compagni esuberanti, con una vita intensa, praticano più sport contemporaneamente e hanno comunque risultati eccezionali. In Italia devi specializzarti e buttarti allo sfinimento sulla stessa cosa. Lo facevo anche io. A casa, a Savigliano, mi chiudevo in una bolla. Era molto più faticoso».
Mentre ora?
«Esco e non parlo di baldoria, ma di passeggiate, chiacchierate, serate con gli altri, risate, relax. Tutto toglie pressione e gravità, mi piacerebbe che questo messaggio arrivasse anche da noi».
L’opposto della vita descritta dal suo collega e campione olimpico dei 100 dorso Thomas Ceccon.
«Ognuno si gestisce secondo le proprie idee. Per me non era la strada corretta, non mi permetteva di costruire un piano B. Oggi mi alleno in una università prestigiosa e mi confronto con persone che hanno intellettualmente un altro passo. Mi arricchiscono. Non sono una macchina: fare shopping non toglie qualità alla nuotata. Servirebbe essere più flessibili».
Tre aspetti degli Usa da mescolare all’italianità e viceversa. Cibo escluso.
«Per gli Stati Uniti mi prendo: l’esperienza di squadra, l’atteggiamento mentale che ho descritto e la qualità del tempo».
Pausa. Appena trasferita ci ha raccontato la vita da college ed era entusiasta dei «trash journal», pensieri scritti intorno a piccole cose trovate per strada. Tiene ancora quei quaderni?
«Ho comprato una piccola agenda in cui ogni giorno appunto i motivi per cui dire grazie. Sembra stupido, mi aiuta al confronto, dà equilibrio».
Importiamo anche il Giorno del ringraziamento?
«No, quello no: è un’altra cosa e tengo alle festività italiane».
Passiamo all’Italia da mescolare agli Usa.
«Legami familiari più forti. Devo escludere il cibo, ma voglio dire pasta perché è cultura e lì manca. E poi...». (lunga pausa)
Fa più fatica a trovare il lato italiano da esportare?
«Solo perché è la mia normalità e ora sono alla scoperta dell’altra via».
Mondiali di calcio americani, è passata l’immagine del Paese scoperto a Charlottesville?
«Quando ero ancora là, la squadra di nuoto si riuniva spesso per le partite, ho visto una partecipazione magari non prevista. Poi ho guardato solo gli ottavi di finale perché il mio ragazzo è un grande fan di Ronaldo e c’era Spagna-Portogallo».
Da qui, valutiamo gli Usa per come sono o attraverso degli stereotipi?
«Incontro molti più pro che contro rispetto a come se ne parla, anche se so che il campus è un luogo protetto. Lì però ho scoperto che gli studi sono molto più complicati di quanto si racconta. In Italia sento dire “solo crocette”. Sì, in teoria: rispondere a 75 domande con opzione multipla sulla politica americana, al primo semestre da straniera... è dura».
Sui vari palchi frequentati ultimamente si muove con grande spontaneità. Caratteristica innata o elemento generazionale? Succede anche a Kimi Antonelli e a Mattia Furlani.
«Mi ci sono abituata. Alla fine, devo parlare di me».
Persiste il grande scambio di complimenti con Larissa Iapichino.
«Spero di vederla presto. Ci siamo incontrate tanto tempo fa e sento una particolare sintonia. Ho visto il nuovo record italiano di salto in lungo, ha battuto sua madre Fiona May e io l’ho vissuto un po’ come un fatto personale. Mia madre, ex atleta, mi ha spesso parlato di Fiona quando ero bambina. Ho mandato gli auguri per il compleanno, per ora è una relazione a distanza».
Che le raccontava sua madre di quella di Larissa?
«Una grande atleta italiana, multiculturale, ha sempre avuto grande stima. Me l’ha presentata come esempio. E ironizzava perché io da bimba non facevo le pubblicità senza una mamma famosa».
Ora sì. Le piace?
«Mi diverte, sono sempre curiosa di conoscere settori non miei».
Anche lei ha una relazione strettissima con sua madre. Che cosa ha significato saperla in tribuna nelle ultime gare da record?
«Quando ci sono i miei genitori è stupendo, saranno a Parigi per gli Europei e non vedo l’ora. Mamma è fondamentale, quando non è presente fisicamente la percepisco: trova sempre il modo di farmi avere la sua forza».
Ci sono dialoghi tra voi che si ripete nei momenti tosti?
«Non è di grandi parole, è una donna di gesti. Mi tengo i suoi abbracci».
I cosiddetti cinquantini, di cui lei è grande interprete, hanno trovato la giusta importanza da quando sono olimpici?
«Sono sempre stati la gara per me. Non capivo perché fossero sminuiti, sono distanze spettacolari e imprevedibili. Ci vorrà tempo per la dignità che meritano, ma me ne frego: è lì che mi piace tuffarmi. Sono spietati. Sbagli la partenza ed è finita, è difficilissimo migliorarsi e lasciano porte aperte a qualsiasi rivalità, senza troppe classifiche precostituite».
Parte con aspettative alte. Più fastidio o motivazione?
«Ho tanta convinzione. Tengo la testa bassa e Parigi porta fortuna: ho debuttato in Nazionale alle Olimpiadi in quella piscina».