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 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Intervista a Darko Perić

Lo avevamo lasciato mentre fuggiva, in elicottero, dopo la rapina del secolo. Ce lo ritroveremo discepolo di Mel Gibson. Il post La casa di carta di Darko Perić – per tutti, l’indimenticabile Helsinki – passa per la Via di Damasco. «Sarò uno dei discepoli di Gesù in The Resurrection», svela in esclusiva a La Stampa l’attore serbo, ospite alla XVIII edizione di Marateale, dove ha presentato il film Greta e le favole vere. «Non posso ancora rivelare quale dei Dodici». L’unica certezza è che non sarà San Pietro: un ruolo con il quale si era già misurato nel film Il vangelo di Giuda, diretto da Giulio Base. E chissà che proprio questa pellicola non abbia ispirato Mel Gibson...
Non le chiederò di fare paragoni.
«The Resurrection è un kolossal senza eguali: un’esperienza pazzesca. Il set è durato mesi e mesi, con un livello di professionalità altissima. Lavorare con Mel Gibson è stato straordinario: sul suo conto circolavano alcune leggende controverse ma, appunto, solo leggende. Nulla di vero. Essere diretti da lui è un sogno che diventa realtà. Gibson è al contempo creativo e tecnicamente molto preparato: da attore sa esattamente come relazionarsi con noi interpreti, tirandoci fuori il meglio. Però non rinnego quello che già dissi in passato: l’Italia ha un caos creativo che adoro. I set sono qualcosa di vivo, la gente grida a destra e a sinistra... Ai colleghi che vogliono lavorare qui dico sempre: prima devi guardare Boris, così capisci come funziona».
Lo prendiamo per un complimento?
«Lo è. Il caos è anche ispirazione, arte di saper improvvisare. A me piace molto lavorare con voi. Per esempio, mi ero ripromesso di non fare più un mafioso russo, a meno che non mi riempissero di soldi. Poi ho letto il copione del film Greta e le favole vere (nelle sale il 6 agosto, ndr) e ho trovato il ruolo del bracconiere russo di orsi così bello che ho accettato. C’erano ironia e denuncia sociale».
Dopo La casa di carta le proponevano sempre quel ruolo?
«Quello succedeva prima. Da La casa di carta in poi ho potuto finalmente scegliere i progetti e spaziare, cercando di consolare il veterinario frustrato che c’è in me».
Prego?
«Ho una laurea in veterinaria: sono nato in Serbia, sul confine con la Romania, e come vicini avevo due veterinari. Volevo diventare come loro e curare gli orsi in montagna. Esatto, gli orsi: ne ho uno gigante tatuato sulla pancia (lo mostra, ndr). Con i film cerco di “curare” gli animali a modo mio, sensibilizzando il pubblico sulla loro tutela. Mi batto anche per l’ambiente: non si tratta di essere di destra o sinistra ma di avere una coscienza civile. Il disastro è oggettivo: una volta il Danubio ghiacciava e l’inverno lì durava fino a marzo. Per questo non ho più la macchina: in Spagna (dove abito adesso) giro in bici».
Ma non sognava di fare l’attore?
«Non subito. All’inizio volevo fare il disegnatore. Adoravo i fumetti (e li amo ancora) ma poi nel 1991 è scoppiata la guerra in Jugoslavia e il conflitto ha cancellato quei sogni. La guerra è tremenda: se anche non muori, la vita si spegne comunque. Confinando con la Romania, sono cresciuto con la cortina di ferro accanto: la vedevo dal balcone. Non bombardavano a Est, dove abitavo, ma il clima era tesissimo, c’era l’inflazione. Avevamo 2 marchi tedeschi per arrivare a fine mese: meno di un euro».
Da qui la scelta di andare in Romania?
«Volevo trovare la mia strada. La Romania era appena uscita dalla dittatura di Ceausescu e con poco facevi la bella vita. Me la sono goduta: sono stato un punk di nome e di fatto (ho una mia band). Ero un po’ egocentrico, vivevo solo per me, al grido di No future. Ho messo la testa a posto quando è arrivato mio figlio George: è per dargli un futuro migliore che cerco di sposare progetti anche impegnati».
La cosa più punk che ha fatto?
«Non glielo dico. Però è stato liberatorio tagliarmi la barba. Lo feci per esigenze di copione e fu stupendo: nessuno mi associava più a Helsinki. Peccato che in due anni feci solo due film. Mi sono arreso, l’ho fatta ricrescere e ho avuto nove ingaggi in 12 mesi. Come direbbero i ragazzi: six, seven...».
Perché ha inciso di nuovo Bella ciao?
«Per ridarle lo spessore politico che aveva perso con La casa di carta. Ricordo quando era arrivato il copione sul set: i miei colleghi non la conoscevano. Non me ne capacitavo: per me era notissima, la conoscevo dal ’78. Poi ho capito: loro erano nati in Spagna, uno stato fascista fino al ’75, io invece in Jugoslavia, dove abbiamo fatto più di mille film anti fascisti. Per me Bella ciao è sempre stato un inno punk, partigiano e politico, e tale doveva restare».
Le piacerebbe portare il suo punk a Sanremo?
«Sono cresciuto guardando in tv il Festival con mamma. Ora però è un evento diverso... preferirei andare a Lucca Comics e incontrare Zerocalcare, che adoro».
Il fascismo potrebbe tornare?
«Non credo sia mai andato via, così come il razzismo. La differenza è che una volta gli immigrati potevano tornare in patria. Oggi invece la guerra ha spazzato via interi Paesi».
L’anno prossimo saranno dieci anni da La casa di carta: ci sarà una reunion?
«Sarebbe bello. Ho letto che vogliono creare una sorta di Casa di carta Universe: io sono a disposizione. Ho suggerito ad Alex Pina (il creatore) di fare una versione Lgbtq+. Lui ha riso. Però sa com’è? Intanto si pianta un seme e poi magari...».