Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 24 Venerdì calendario

La guerra ai narcos in Salvador colpisce anche gli innocenti

Una volta al mese, Isamar Granados e Reina Hernandéz si svegliano alle 4 del mattino e ci mettono cinque ore per arrivare a San Salvador dalla piccola isola El Espiritu Santo. Poi salgono su un microbus che scende in una conca della capitale che sa di non ritorno. Capiscono di essere vicino al carcere La Esperanza, detto La Mariona, quando il telefono smette di prendere. Mentre dalle torrette del penitenziario, le guardie riprendono ogni movimento, loro si avvicinano all’ingresso e da quattro anni fanno sempre la stessa domanda: «Sono ancora qui?».Lì fuori, sono due delle tante donne che cercano notizie dei propri familiari. Dentro, Nestor, il marito di Isamar, e Ronie, il figlio di Reina, due delle 92 mila persone finite in carcere dall’inizio dello stato di emergenza, dichiarato dal presidente di ultradestra Nayib Bukele per combattere le pandillas Mara Salvatrucha 13 e Barrio 18, organizzazioni criminali che per venti anni hanno insanguinato il Salvador con assassini ed estorsioni.
Di fatto gli omicidi sono crollati e oggi il Paese è considerato sicuro, ma il costo umano è stato enorme. Con un detenuto ogni cinquanta persone, il Salvador ha il più alto tasso di detenzione al mondo. In Italia, ad esempio, il rapporto è di circa uno ogni 900 abitanti. Inoltre, il 36 per cento dei detenuti salvadoregni, oltre 33 mila persone, non avrebbe legami con le pandillas, come emerge da registri interni della polizia, trapelati alla stampa. Eppure, sono stati arrestati. Secondo Human Rights Watch, un sistema di premi a fronte di arresti avrebbe spinto la polizia a catturare persone anche in assenza di prove valide.
I processi di massa
Di Nestor e Ronie e della maggior parte dei detenuti non si sa nulla. Nessuna chiamata. Nessuna visita. Ingoiati dalle carceri salvadoregne, senza processo, né condanna.Pescatori di professione, vivevano nell’isola El Espiritu Santo, nota per le piantagioni di cocco e perché le pandillas non si sono mai radicate. La comunità di circa 1.500 abitanti, infatti, è sempre riuscita a preservarsi, grazie a un sistema di controllo degli ingressi. Ma nel 2022, Nestor e Ronie sono stati arrestati, insieme a 25 concittadini. «Quest’isola è sana: lasciamo le biciclette in strada e le porte aperte» racconta Reina, nata qui 63 anni fa. «Quando hanno portato via mio figlio mi sono sentita morire. Ci hanno detto che sono stati arrestati per agrupaciones ilícitas. Ma con quali prove?». Stessa domanda se la fa Movir, il Movimento delle vittime del regime, realtà che denuncia gli arresti arbitrari. «Abbiamo tutti sofferto la violenza delle pandillas» dice il portavoce Samuel Ramírez «ma la lotta alla criminalità non può giustificare la detenzione di innocenti». Eppure, il rischio c’è. Da aprile sono iniziati processi di massa con centinaia di imputati nella stessa udienza e condanne collettive senza valutazione individuale delle responsabilità.
Una preghiera
C’è un solo modo per i familiari di stare vicino ai detenuti: el paquete. Un pacco di cibo, medicine, prodotti per l’igiene e bucato, calze, boxer e magliette. Tutto rigorosamente bianco. L’uniforme carceraria, completa di ciabatte, è a carico delle famiglie. A parte qualche alimento, lo Stato non fornisce nulla. Davanti a La Mariona, piccoli negozi vendono paquetes económicos, ma una fornitura per un mese non costa meno di 150 dollari. Chi può, aggiunge fino a 300 bustine di caffè solubile, usato come moneta di scambio in carcere. «Ti prego fammi scrivere il nome di mio figlio sul paquete perché riconosce la mia calligrafia e saprà che lo penso», dice una donna al negoziante. Quando lo consegna alle guardie, però riceve solo un foglietto con il numero di cella. Nulla più. «Non siamo sicure che il pacco arrivi intero, ma lo facciamo ugualmente perché è l’unico modo per far sapere ai nostri cari che ci siamo», spiega Isamar, che da quando il marito è in carcere fa tre lavori, tra cui la muratrice, per mantenere i figli. Anche Reina, nonostante l’età pensionabile, è tornata a lavorare in una cooperativa di trasformazione del cocco. «Prima era mio figlio a mantenere me e mia madre. Ora sono io che mantengo lui». Dice con un sorriso amaro.
Per Irma Sanchéz, di 64 anni, el paquete è davvero un rompicapo. Entrambi i figli sono in carcere e lei è rimasta sola, senza lavoro né pensione. «Posso fare il pacco solo una volta ogni quattro mesi – dice –. Mi sento colpevole, perché se non mangiano si ammaleranno o peggio». Secondo l’organizzazione Socorro Jurídico Humanitario, almeno 537 persone sono morte in carcere dal 2022: il 94 per cento senza legami con il crimine organizzato.
Ieri e oggi
Maria Lidia ha 76 anni e cammina con il bastone davanti a La Mariona. Ha bisogno di parlare. Cerca un avvocato, ma le basta una giornalista, perché non ne vede da un po’. Molti giornalisti critici nei confronti del governo di Bukele hanno dovuto abbandonare il Paesea causa di intimidazioni e minacce. Maria Lidia si trascina fino a casa e tira fuori da un cassetto due fototessera in bianco e nero. Sono i suoi due figli. Uno è José di 56 anni in carcere da quattro anni nonostante una malattia cronica a reni e polmoni. L’altro è Samuel, scomparso nel conflitto armato interno che devastò il Salvador tra il 1980 e il 1992. «Sai cosa c’è di peggio di perdere un figlio? Non sapere dove piangerlo. Ho paura di non vedere più neppure José perché da queste carceri non si esce».Gli unici detenuti di cui il mondo conosce il volto sono i presunti capi delle bande Mara Salvatrucha e Barrio 18 rinchiusi nel Cecot, il carcere simbolo della guerra alle pandillas di Bukele. Le loro immagini, con i tatuaggi in evidenza, servono al governo di Bukele per costruire la figura del nemico che vuole mostrare al mondo. Degli altri migliaia di detenuti, invece, non esistono foto, spariti anche dal racconto pubblico.
C’è chi dice sì
Eppure, per molti salvadoregni la sicurezza viene prima dei diritti umani. «Il Salvador non è mai stato meglio. Qualcuno dice che Bukele è un dittatore, ma se anche fosse, allora ¡Qué viva la dictatura!» dice un autista di Uber a San Salvador. Poco importa se ha riformato la Costituzione per rimanere al potere indefinitamente o se il Paese è militarizzato in uno stato di emergenza permanente. Nayib Bukele, 44 anni, è apprezzato da circa il 90 per cento della popolazione ed è un modello per molti leader di ultradestra dell’America Latina. Da sette anni al potere, è famoso anche per le sue ambizioni tecnologiche e finanziarie, dall’introduzione del Bitcoin come moneta nazionale, la cui obbligatorietà è stata revocata per pressione dal Fondo Monetario Internazionale, all’uso dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità in collaborazione con Google, fino all’arrivo di imprese di criptovalute attratte da regimi fiscali favorevoli.
Dietro l’immagine del Salvador digitale, però, il salario minimo resta a 400 dollari e una famiglia su cinque vive in condizione di povertà multidimensionale. Tra di loro, migliaia di famiglie che aspettano risposte. «Chiediamo solo una cosa: che vengano svolte indagini serie», conclude Isamar, «e quando tutto questo sarà finito, vogliamo essere risarcite dallo Stato. Anche se non c’è modo di compensare gli anni perduti in questa maniera».