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 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Miriam Toews parla del rapporto che ha con la scrittura

Un grido di protesta per dimostrare che sei viva: scrivere è sempre un atto autobiografico. «Alcune volte di più, altre di meno. Non necessariamente nei dettagli specifici, o nei personaggi, ma di sicuro per quanto riguarda i temi di cui a quanto pare torno a scrivere ogni volta». Non ha dubbi Miriam Toews, acclamata autrice canadese cresciuta in una comunità mennonita in Manitoba, dalla quale neanche ventenne è fuggita, come ha raccontato nei suoi romanzi più noti, Un complicato atto d’amore e I miei piccoli dispiaceri. Mentre in Women Talking, diventato anche un film premio Oscar, ha affrontato la violenza di genere contro un gruppo di donne mennonite in Bolivia, partendo da una storia vera.
Ora torna a parlare di sé in un memoir, Una tregua che non è pace, dove la malattia mentale e poi il suicidio del padre e della sorella Marj si rivelano intimamente legati alla sua decisione di mettersi a scrivere. Tutto il libro è infatti una lunga interrogazione sul senso della scrittura. A partire dal tema di un saggio, “perché scrivo?”, che avrebbe dovuto consegnare a un consesso letterario organizzato a Città del Messico. «Ma quello è solo lo spunto narrativo», ci confessa candidamente quando la raggiungiamo in videochiamata nella sua casa di Toronto. Toews oggi ha 62 anni ed è nonna «di quattro nipoti» ci tiene a precisare. Eppure conserva l’entusiasmo e la passione della ragazza ribelle che è stata.
Allora perché scrive? Ha trovato la risposta?
«Penso che la domanda incomba ancora su di me, ma credo di essermi avvicinata a capire perché ho bisogno di farlo. È evidente dai temi attorno ai quali continuo a girare: la mia famiglia, il suicidio di mio padre e di mia sorella, la malattia mentale, la comunità religiosa fondamentalista da cui provengo... La scrittura è una sorta di esorcismo dei demoni che ho dentro. Serve a dare senso alle cose, soprattutto a ciò che non ce l’ha».
Scrivere aiuta a conoscere meglio noi stessi, o serve a creare un ponte per entrare in relazione con gli altri?
«È un tentativo di prendere ciò che hai dentro – la tua esperienza, la memoria, i sentimenti, i pensieri – e darne una rappresentazione esteriore. Per me è una sorta di rito di purificazione: creare qualcosa al di fuori di me stessa, in modo da dire va bene, adesso è uscito da me, sta lì. Ma serve anche per entrare in contatto con gli altri. È come se dicessi a chi legge: sono sola o sai di cosa sto parlando? Possiamo riconoscerci uno nell’altro?».
Lei fa un parallelo tra scrittura e silenzio. Suo padre e sua sorella nel corso della loro vita hanno smesso di parlare per lunghi periodi. Lei invece ha scelto di scrivere.
«Entrambi, silenzio e scrittura, nascono dalla consapevolezza che il linguaggio non basta a esprimere quel che c’è dentro di noi, la nostra coscienza, ciò che significa essere vivi. Perciò, ogni singolo tentativo di scrivere è in qualche modo un fallimento. Nel caso di mia sorella e di mio padre, la scelta del silenzio derivava dalla comprensione che, nella condizione di profonda depressione in cui erano scivolati, le parole fossero semplicemente inutili. Troppo limitate per descrivere ciò che avevano dentro. L’unica alternativa era il silenzio. Oppure scrivere, sapendo però che non sarà mai abbastanza».
Come ha fatto lei. A quel punto è stata la scrittura a salvarla?
«Certamente ti può salvare quando intorno non vedi altro che oscurità. Ogni volta che inizio a scrivere, da una parte cerco di costruire una narrazione, di creare qualcosa di artistico, ma per me è anche un modo per sopravvivere».
Scrivere può essere anche un tentativo figurato di porre fine alla propria vita: sono parole sue. In che modo le due cose sono collegate?
«Non in senso letterale, ma da un certo punto di vista è così. Scrivere vuol dire uscire da se stessi per restare sani di mente. Se non lo facessi, non so cosa mi accadrebbe. Penso davvero di scrivere per rimanere “centrata”, mantenere un equilibrio interiore. In questo senso è una rimozione di me da me».
Nel memoir ha inserito alcuni stralci delle lettere che mandava a sua sorella. Perché?
«Era il 1982, ero così giovane allora, è buffo ripensarci ora. Lei è stata la prima persona a incoraggiarmi a scrivere. Io non sapevo di volerlo fare, non mi era mai venuto in mente. Stava già molto male. Io avevo 18 anni, lei sei di più: aveva lasciato l’università, il fidanzato, l’appartamento in città ed era tornata a vivere con i nostri genitori perché stava attraversando una crisi profonda. In quel momento io ero in partenza per l’Europa con il mio ragazzo, il mio primo vero assaggio di indipendenza, di libertà. E lei mi pregò di inviarle delle lettere. Tu vivi, io scrivo: le promisi. È stato allora che mi sono resa conto di quanto mi piacesse scrivere. Ed è stato grazie a lei».
L’ultima è del 2023. Continua a scriverle anche se non c’è più?
«Sempre. Lei è qui, seduta sulla mia spalla come il grillo parlante di Pinocchio. E nella mia mente continuiamo a parlare di tante cose. Le chiedo consigli, mi domando: lei cosa farebbe in questa situazione? Quale sarebbe la sua reazione? Come posso continuare a imparare da lei? A tenerla vicina a me?».
 
Lei è cresciuta in una comunità mennonita patriarcale e conservatrice. Che rapporto ha oggi con quella realtà?
«È sempre stata una comunità chiusa e fondamentalista e oggi è ancora più grande. All’epoca non potevo saperlo, ma ora mi rendo conto di quanto sia stato forte il suo impatto su di me. È la mia comunità ma non avrei potuto viverci a lungo, né essere compresa. E questo è difficile da accettare. Ho ancora parenti lì e qualche amico ma non li vedo da tanto. Quando morirà mia madre – ha 91 anni, tocchiamo ferro, come dite voi – sarà sepolta accanto a mio padre in quella comunità. E allora dovrò tornarci».
Un elemento importante nei suoi libri è l’umorismo. Come riesce a essere divertente anche quando tratta argomenti così cupi?
«È il modo in cui vedo il mondo. Come un luogo pieno di tragedie, sofferenza, ingiustizia e, allo stesso tempo, di assurdità e tanta comicità. L’umorismo funziona come un’armatura, una difesa. Mi ha sempre accompagnato. Con mio padre e mia sorella depressi, solitari e malinconici per gran parte del tempo, il mio ruolo era portare un po’ di leggerezza in quella casa, nel tentativo di strappare una risata».
Ma per lei la vita è una tragedia o una commedia?
«Se la vedi come una commedia, diventa tutto molto più difficile. Piuttosto direi che è una tragedia, perché soffriamo, perdiamo le persone e poi moriamo. Ma disseminata lungo questo cammino c’è anche molta comicità».
Ha mai pensato di non scrivere più?
«Ci penso certo, ma poi come farei a restare viva? Come rimanere sana di mente?».
Eccola dunque la risposta. Perché scrivo? Perché vivo?