Corriere della Sera, 23 luglio 2026
Intervista a Francesco De Carlo
Tra i tanti soprannomi che Francesco De Carlo ha avuto nella vita, uno era Pluto. Non c’entra il cagnolone disneiano, il riferimento era al calciatore della Roma Pluto Aldair. O meglio, alle sue orecchie. «A 15 anni mi ero inventato con i miei amici un tg satirico, il Tg Pluto, ma non riuscivamo a non ridere». Il comico italiano più famoso all’estero, l’unico invitato al Tonight Show di Jimmy Fallon, ha capito lì che «far ridere» poteva essere la strada.
L’intuizione fu al liceo?
«Ero nel classico gruppetto di amici maschi che si diverte con niente. Non parlavo con le ragazze, non ho avuto relazioni con l’altro sesso fino alla maggiore età perché stavo a ridere con questi quattro scemi. Mi sono pure sviluppato tardi fisicamente e nel mentre vedevo queste signore di 14 anni... al ginnasio ho scambiato un paio di mie compagne per le prof».
Oltre ai suoi amici, chi la faceva ridere allora?
«Sono cresciuto con Totò, Franco e Ciccio, Banfi. E ho amato tantissimo la tv di Serena Dandini e della Gialappa’s per cui ho una stima infinita. Ma, dopo di loro, ho abbandonato la comicità come pubblico: non mi piaceva più».
Quando ha cambiato di nuovo idea?
«Ho conosciuto la stand-up comedy ed è stato amore. Era uno strumento che rispondeva alla mia esigenza di ridere della vita. Sono cresciuto in un quartiere di Roma confinante da una parte con la Magliana e, dall’altra, con il borghese Monteverde: un limbo che ha dato anche il titolo al mio spettacolo (sempre sold out ndr) in cui racconto come sono rimbalzato tra un mondo radical chic e uno popolare».
Il risultato qual è?
«Mi sento fuori luogo ovunque. Ma ho scoperto che in tanti si riconoscono nell’incapacità di sentirsi a proprio agio. Anche per questo non avrei potuto fare un altro lavoro se non il comico, non avevo un piano B».
Eppure ai suoi inizi il suo lavoro quasi non esisteva.
«Vero. C’erano cabarettisti e animatori oppure, per diventare famoso, dovevi passare dalla tv. Solo che a me non piaceva e mi sono inventato questo».
Dopo essersi iscritto a Scienze politiche si è occupato di comunicazione al Parlamento europeo.
«Mi ero iscritto a Economia ma la prima lezione di Analisi matematica mi sembrava in una lingua sconosciuta: non capivo niente. Così, piacendomi la politica, ho cambiato facoltà. Ho iniziato a lavorare al Parlamento europeo ma avrei voluto fare lo spin doctor di Obama, diventare l’esperto di comunicazione di un politico. Visto quanto quella italiana è andata deteriorandosi mi sono detto: chi me lo fa fare?».
Differenze tra la comicità in Italia e all’estero?
«All’estero realizzi quanta misoginia, sessismo, omofobia e anche razzismo noi abbiamo nel linguaggio. Il politicamente scorretto nasce in Inghilterra perché il loro modo di parlare è molto pulito. Non puoi dire niente, in Italia diciamo tutto. Pensiamo di poterlo fare in nome della libertà d’espressione».
Non è così, quindi?
«Le destre sono state bravissime a sfruttare il “non si può più dire niente”. Non a caso ora, anche in America, la comicità sta tornando a offendere le minoranze, le disabilità e tutto gratuitamente, senza un pensiero dietro. Penso sia molto pericoloso. Faccio questo mestiere per mettere in discussione il punto di vista del pubblico, non per unirci nel tutti contro uno».
Ha annunciato un suo tour europeo, «Live in Europe».
«Sono felice del successo all’estero: far ridere in inglese è la sfida più alta. Poi all’estero c’è competizione con gli altri comici, mi piace tantissimo».
Ama la competizione?
«Sì, mi fa sentire vivo. E in America non hanno la sensazione che abbiamo noi, che il comico possa cambiare le cose. Lo apprezzo. In generale odio gli applausi. O meglio, la comicità di consenso: se il pubblico invece di ridere ti batte le mani perché approva quello che dici corri il pericolo più grande. Non stai facendo un buon servizio: sei lì per far ridere».
Lavora a teatro, in tv, scrive libri (il suo ultimo è «I malviventi», edito da Rizzoli)...
«Ho tante idee e me ne pento perché un giorno libero nel 2026 lo vorrei prendere».
Veniamo a Jimmy Fallon. Niente Italia ai Mondiali ma abbiamo avuto lei nello show più popolare del pianeta...
«Ho sentito un grande affetto. Tutto è successo perché mi sono esibito in una serata di stand up in America, in un locale. Eravamo in tanti comici a salire sul palco ed è venuto a vederci Fallon. Che poi mi ha proposto di andare da lui».
Agitato?
«Sapevo che poteva cambiarmi la vita, ma non riuscivo a essere agitato. Ero concentrato. Ho avuto una carriera lenta, che mi ha portato a stancarmi della paura e dell’ansia. Me la sono goduta».
Cosa non capiscono all’estero dell’Italia?
«Tanti non si capacitano che non tutti gli italiani sappiano cantare, siano grandi amatori o non siano ossessionati dal cibo. O, peggio, non sappiano cucinare, come il sottoscritto».