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 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Intervista a Franco Fava

Quando correva c’erano due Germanie, una Macedonia sola, i pettorali attaccati con gli spilli, i Mondiali di calcio di notte (beh, quelli anche adesso), le facce dei campioni del ciclismo chiuse dentro una biglia. Si correva per evadere. Per vedere il panorama al di là della collina. E poi di un’altra ancora. Fino a ritornare al punto di partenza. Da Roccasecca a Roccasecca. Italia centrale, Lazio. Per diventare fuoriclasse non bastava arrivare primo. Ci voleva anche la sfrontatezza di cercare nuove strade e orizzonti. Per Franco Fava sono state le Olimpiadi ma anche e soprattutto un viaggio in Bolivia. Campione su tutte le distanze quando i chilometri aggiungevano tanti zeri al primo numero. Dai tremila siepi alla maratona. Una delle punte di diamante di quell’Italia che negli anni Settanta correva «per rabbia e per amore». Una macchia mediterranea in mezzo ai campioni scandinavi e britannici. Poi arrivano gli africani e cominciò tutta un’altra storia. In squadra con lui c’erano Mennea e Fiasconaro. E dal campione pugliese si prese persino una querela. Anni dopo, quando lasciate le piste, Franco continuò a «correre» come giornalista. A Mennea non andò giù un articolo. E si andò per avvocati. «Ci rimasi male – confessa Fava —. Avevamo diviso ritiri con la Nazionale e passato ore sui campi e nelle stanze. Bastava un chiarimento». Oggi Franco Fava gira ancora il mondo, ma in aereo, con due luoghi del cuore: Giappone e Sudafrica.
L’inizio.
«Tutto è nato da una bugia. Per iscrivermi a una gara i miei dirigenti dissero che avevo un anno di più. Non mi sembrava un gran vantaggio. Ero il più piccolo. In realtà avevo cominciato con il ciclismo. L’atletica è arrivata dopo. Insieme a mio fratello. Bravo anche lui. Forse più di me. Poi gli studi di Medicina lo inghiottirono. Divenne cardiologo».
Qual è stata la scintilla: perché un ragazzo italiano sceglie l’atletica e non il calcio?
«L’atletica è stata il mio Erasmus. Un modo per conoscere il mondo. Per evadere. Mi ha permesso di viaggiare. Ho visitato posti che altrimenti non avrei mai visto. Mi ha aperto agli altri. Alla curiosità. Alla comprensione di modi di stare al mondo diversi dai miei. Un vizio che continuo a portarmi dietro».
La prima gara vera?
«Una manifestazione che si chiamava “Le leve dello sport”. L’aveva voluta il proprietario del Corriere dello Sport, Francesco Amodei, per scovare i futuri talenti. La finale si teneva a Termoli. Ci arrivai e per le gare veloci si era qualificato un ragazzino pugliese: Pietro Mennea».
Eravate amici?
«Mennea non dava tanta confidenza. Era spigoloso, chiuso. Ricordo anni dopo che ci misero nella stessa camera durante una manifestazione internazionale. Se ne stava chiuso per ore con le tende tirate. Poi la storia della querela».
Insieme anche all’Olimpiade di Monaco 1972.
«Strappai il tempo per partecipare ai Giochi all’ultima gara utile. Ero fuori di me dalla gioia. Anche se pensavo di andare nel Principato di Monaco. Non in Baviera. Andò bene lo stesso. Fu quasi un viaggio premio».
Poi la tragedia.
«Noi italiani eravamo vicini alla palazzina di Israele. Abbiamo vissuto tutto il dramma quasi in diretta. Da quel giorno l’Olimpiade non fu più la stessa».
Ma a Monaco incontrò un mito di un’altra Olimpiade tedesca, quella di Berlino 1936?
«Mi regalarono dei biglietti per le gare. Pensai di venderli. Trovai un signore che mi sembrava di avere già visto. Era Jesse Owens. Mi diede qualche dollaro. Peccato che all’epoca non ci fossero i selfie».

Ha corso nel Sudafrica dell’Apartheid.
«Ci andai negli anni Settanta. Partecipai alla prima gara open. Bianchi e neri insieme. Ma sugli spalti il pubblico era ancora diviso. Arrivai secondo. Ma il giorno dopo sul giornale misero solo la mia foto. Il vincitore era un nero. La discriminazione era inaccettabile ma mi innamorai di quel Paese. Quando fu annunciata la liberazione di Mandela e la fine dell’apartheid, Primo Nebiolo, il mitico presidente della Federazione di atletica, fece di tutto per essere il primo a riportare gli atleti sudafricani a una manifestazione internazionale. Non ci riuscì. Incontrai e collaborai anche con il ministro dello Sport, Steve Tshwete. Era molto amico di Nelson Mandela. Avevano vissuto insieme anche il carcere, nella famigerata Robben Island. Il Sudafrica venne riaccolto ai Giochi di Barcellona 1992. E c’era anche Mandela. Ricordo la sua emozione quando risuonò l’inno sudafricano Nkosi sikelele Afrika, che era il canto di battaglia dell’African National Congress».
Ha conosciuto i grandi podisti africani, prima che dominassero il mondo.
«Ho visto sbocciare i futuri campioni del Kenya e dell’Etiopia. Ma all’inizio non fecero in tempo a monetizzare le loro imprese. Una volta negli Stati Uniti incontrai a un distributore Henry Rono, il primatista di tutte le distanze. Faceva il benzinaio».

Tra i grandi della terra anche l’incontro con Fidel Castro, grande appassionato di sport.
«Nel 1992 in occasione della Coppa del Mondo di atletica a L’Avana, la World Athletics di Primo Nebiolo e Fidel Castro invitarono alcuni giornalisti a un ricevimento. In mattinata ero stato colpito da una foto del Lider Maximo mentre trionfante tagliava il traguardo di una gara universitaria di 800 metri. Così quando Fidel ci venne incontro gli chiesi: “Comandante, conoscevamo i suoi trascorsi sportivi, dalla boxe al baseball, ma nulla sapevamo dei suoi successi in atletica”. La sua risposta: “In realtà avevo grandi qualità agonistiche da giovane, probabilmente ho sbagliato tutto nella mia vita: avrei dovuto scegliere lo sport e non la rivoluzione”. Il giorno dopo sul mio giornale titolammo “Metti una sera a cena con Fidel”».
Vittorie, ma anche tante medaglie di legno: il quarto posto.
«Il più doloroso agli Europei di Roma del 1974. Quarto nella gara dei tremila siepi, quella che mi era più congeniale. Ma feci un gran tempo. Sono contento che anni dopo il presidente Mattarella abbia ridato il giusto valore a chi arriva a un passo dal podio. L’elogio del quarto posto».
Però arrivò primo come sperimentatore ed esploratore di nuove tecniche di allenamento.
«Vero. Capii in anticipo i vantaggi degli allenamenti in alta quota. Andai in Bolivia, a La Paz, quattromila metri. Prendevamo un autobus su cui viaggiavano anche dei guerriglieri».
Aveva intuito anche il boom delle maratone aperte a tutti.
«Anche in questo caso sono stato un apripista: portai, e non era mai successo, un gruppo di podisti italiani alla maratona di New York. Eravamo agli inizi degli anni Ottanta. Mi ricordo ancora quanto costò il pacchetto completo: volo, soggiorno e iscrizione: 640 mila lire, compreso il pettorale».
La chiamavano «cuore matto».
«Sì, per via della tachicardia. Con le regole di oggi non avrei mai potuto gareggiare. Quando arrivavano gli attacchi dovevo interrompere la corsa. Duravano anche trenta secondi. È un tipo di patologia che col tempo diventa persino psicosomatica. A volte avevo gli attacchi anche prima della partenza di una competizione, a causa dell’ansia».
Di «cuore matto» soffrivano anche altri campioni.
«Una volta a Firenze vidi un’auto che si avvicinava a me. Frenò. Si aprì la portiera e scese Franco Bitossi. L’asso del ciclismo. Anche lui affetto da tachicardia. Confrontarci ci ha aiutato».
Il nemico dell’atleta non è sempre il cronometro. La tentazione del doping è sempre dietro l’angolo.
«L’antidoping è sempre un passo indietro al doping. Negli anni Settanta tutti sapevano dei laboratori della Germania dell’Est. Non si poteva, non si voleva, intervenire. Quando mi proposero di provare con l’emotrasfusione lo dissi a mio fratello medico che si scaraventò nel ritiro dove mi allenavo e mi proibì anche solo di pensarci».
La Stramilano, nel 1980.
«Mi organizzarono un bell’addio. E mi diedero anche un ingaggio niente male: un milione e mezzo.