Corriere della Sera, 23 luglio 2026
Drapaty, da eroe popolare a nuovo comandante
«Compagno maggiore!», gridò il carrista alla guida del blindato: «Compagno maggiore, guardi, ci sono delle barricate più avanti…! Che cosa diavolo facciamo?». Era il maggio del 2014. L’inizio del Donbass e d’una guerra mai più finita. Quando Maidan s’era già rivoltata ai filorussi, la Crimea era già stata annessa dai russi e laggiù, a Mariupol, già si combatteva casa per casa coi separatisti russofili. Giorni concitati. Quel giorno, il giovane maggiore Mykhailo Drapaty aveva la responsabilità della 72sima Brigata e l’incarico d’andare a salvare un gruppo di poliziotti ucraini, finiti sotto assedio in una caserma. La strada però era bloccata, decine di civili sui marciapiedi: troppo rischioso aggirare le barricate. Il maggiore Drapaty scrutò attraverso la feritoia del blindato: proprio all’incrocio della Platinum Bank, dove si vedevano le pile degli pneumatici, tra i cavalli di frisia e il filo spinato, ecco, forse là si poteva passare. Il maggiore non ci pensò più di mezzo secondo. L’ordine gli venne immediato: «Accelera, Dima! Accelera, per la miseria! Vai, schiaccia fino in fondo…!». E il blindato volò sulle più grandi barricate e sulle peggiori paure, travolse gomme e bidoni, aprendo un varco e trascinandosi dietro l’intera brigata.
Poi ci avrebbero fatto i meme e le spille, le magliette e i francobolli. E messo la musica, nel video patriottico di quegli arditi che buttavano il carro oltre l’ostacolo, sventolando la bandiera gialloblù. E diffuso ovunque l’audio di quel comandante coraggioso che con sprezzo del pericolo si lanciava nell’inferno di Mariupol. Da quel giorno, Drapaty sarebbe stato dipinto sulle icone della resistenza: un santino militare, un’immaginetta sacra agli ucraini quanto i selfie di Volodymyr Zelensky nei cortili della presidenza, le colonne dei tank putiniani incendiati sulla via di Kiev, i marò che da un’isoletta del Mar Nero avevano alzato il dito medio ai cannoni puntati d’una nave russa. A chi – in un momento di ministri dimissionati e di generali che si beccano nel pollaio, al quinto anno d’una guerra coi droni che bruciano le raffinerie russe e bloccano l’offensiva russa – a chi potevano affidare il comando delle forze armate, se non al pluridecorato e oggi 43enne generale Drapaty? «Per me, servire l’Ucraina è sempre stato un onore», ha fatto schioccare i tacchi e luccicare le tre stelle, martedì sera, quando gli è arrivata la nomina da Palazzo Mariinskij.
«La voce d’un cambiamento che non poteva più essere ignorata», lo saluta Mykhailo Fedorov, l’ancor più giovane ministro della Difesa che Zelensky ha cacciato la scorsa settimana e che proprio su Drapaty puntava, per sostituire le cariatidi militari: «Questa è una boccata d’aria fresca». «Sarà un compito molto difficile», avverte Valeri Zaluzhny, l’ex capo militare che Zelensky ha esiliato a Londra. Chiamato al posto del generale Oleksandr Syrsky, detto «il macellaio» e a sua volta silurato per i contrasti con Fedorov, a Drapaty non basterà l’aureola dell’eroe: dovrà accelerare la «dronizzazione» della guerra, magari protetto dallo stesso Fedorov (che ha rifiutato la consulenza offerta da Zelensky e pretende, invece, di riavere la poltrona di ministro per modernizzare l’offensiva).Figlio d’insegnanti dell’ovest, padre di due ragazzi, il nuovo generalissimo è un esperto di missioni difficili: una volta salvò 260 commilitoni spacciati in un assedio, a Kherson diede la spallata decisiva per la liberazione. S’è fatto una pellaccia da prima linea a Kharkiv, nei mattatoi d’Avdiivka e di Bakhmut, a difendere la città di Zelensky, Kryvyi Rih. Poco incline al nazionalismo banderista, l’anno scorso lo rese umano un’altra storia: quando si dimise, prendendosi la colpa d’un missile balistico russo non intercettato che aveva ucciso 12 cadetti. «Se non riconosciamo i nostri errori – disse allora —, siamo condannati». «Se tacciamo sui nostri problemi – dice oggi —, il costo lo pagheremo in vite umane».