Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Trump adesso dice sì alle sanzioni contro Putin

Da sempre alieno all’uso di Internet, dipendente dalle informazioni che i suoi collaboratori gli stampano, Vladimir Putin non ha cambiato idea. Continua ad agire come se fosse certo che l’esercito russo riuscirà a conquistare l’intero Donbass entro fine anno. Se accedesse al web e per esempio leggesse le mappe sul sito dell’Institute for the Study of War di Washington, l’uomo del Cremlino aprirebbe gli occhi su una realtà diversa: il mese scorso l’avanzata del suo esercito si è ridotta ad un chilometro quadrato al giorno, un passo 16 volte più lento di un anno fa; continuasse così, la Russia avrebbe bisogno di quasi 14 anni per conquistare la parte del Donbass che ancora non controlla e, all’attuale ritmo di perdite, dovrebbe subire un altro mezzo milione di morti e feriti.
Ma la percezione di Putin dipende da ciò che gli dicono, in gran parte, gli uomini del «secondo servizio» dell’Fsb: la sezione politica dell’intelligence, il cui potere in questa fase è in ascesa. E i servizi segreti dicono al capo ciò che credono quello voglia sentirsi dire, per compiacerlo e ottenere così da lui ancora più deleghe in bianco e budget ancora più vasti. Anche per questo l’autarca del Cremlino diventa sempre più intransigente, qualunque sia la situazione sul terreno. Non solo cerca ancora di raggiungere i suoi scopi con la forza, dopo quattro anni e mezzo di fallimenti e di ecatombi dei suoi; secondo Bloomberg starebbe anche ritirando la sua offerta di restituire all’Ucraina minime porzioni delle aree di Kharkiv e Sumy qualora il governo di Kiev si ritirasse dall’intero Donbass. Putin aveva avanzato l’ipotesi dello scambio al vertice di Anchorage con Donald Trump nell’agosto scorso. Poi era ripartito dall’Alaska convinto che essa fosse ormai una piattaforma condivisa con la Casa Bianca.
Non più. Fra i fattori che devono aver spostato Putin su posizioni ancora più estreme sembra esserci l’accordo che sta prendendo forma a Washington per un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Sarebbe il primo da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Frustrato dai negoziati falliti, ma ancora di più dagli aiuti militari russi all’Iran, Trump di recente ha criticato per la prima volta il collega di Mosca: «Dice un sacco di menzogne» oppure «è sempre molto educato ma questo non significa niente».
Il pacchetto di misure contro Mosca è quello che il repubblicano Lindsey Graham ha portato avanti in Senato fino a poche ore prima di morire, per attacco cardiaco, 13 giorni fa. Su quel testo si profila ora un accordo bipartisan al Congresso nel nome di Graham, incluso un aspetto che Trump trova talmente utile per sé da aver dato per la prima volta il suo assenso. Fra le misure, la più dirompente è una delega del Congresso al presidente degli Stati Uniti a mettere dazi fino al 100% contro i primi cinque Stati o gruppi di Stati che acquistano petrolio o gas dalla Russia. Ai dati degli ultimi mesi nel mirino finirebbero Cina, India, Turchia, Unione europea e poi a turno Corea del Sud, Giappone o Arabia Saudita.
Trump non sarebbe automaticamente costretto a imporre i dazi, ma avrebbe il potere di farlo fino a un livello del 100%. Di fatto così il tycoon otterrebbe il potere di imporre il suo protezionismo con degli ordini esecutivi, dopo che in gennaio una sentenza della Corte suprema gliel’aveva proibito. Con lui nulla è mai certo e in questi giorni il pacchetto di sanzioni alla Russia sta tardando perché Trump stesso vorrebbe allargarlo all’Iran. Ma almeno gli Stati Uniti si muovono.
L’Unione europea invece anche ieri non è riuscita a sbloccare il 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia. Formalmente, per l’opposizione della Grecia; nella realtà per quella di cinque famiglie di armatori miliardari ellenici – gli Angelikoussis, i Frangou, i Prokopiou, i Martinos e gli Economou – che non vogliono smettere di guadagnare trasportando gas russo anche se godono già di sgravi fiscali riservati a loro nella Costituzione di Atene.