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 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Sondaggi, Fedorov supera Zelensky che dice: «Restiamo uniti»

Buonanotte, Mister Lenin. A 35 anni dall’indipendenza, dopo tre rivoluzioni, due secessioni e 12 anni di guerre, derussificate le strade e la lingua, Volodymyr Zelensky manda al macero anche l’ultima cosa che agli ucraini rimaneva della vecchia Urss: la dottrina militare. Col dimissionamento del 60enne Oleksandr Syrsky cresciuto nelle accademie di guerra moscovite, con le forze armate affidate al giovane Mykhailo Drapatyi, il generale che nelle guerre preferisce il software dei droni all’hardware dei carri armati, non si cambia solo di generazione. È tutta la strategia che ha salvato l’Ucraina nei primi quattro anni di conflitto – «il macellaio» Syrsky, incline alle trincee e alla carne da cannone in puro stile sovietico, era pur sempre il difensore di Kiev e di Kharkiv —, a finire al macero: gli ultimi sei mesi di controffensiva ucraina a suon di robot e di joystick, che hanno messo in seria difficoltà Putin, dimostrano a Zelensky che bisogna voltare pagina. La guerra asimmetrica è una cosa troppo seria, per lasciarla fare ai (vecchi) generali: avanti con Drapaty e con Ihor Skybiuk, nuovo capo di stato maggiore che sostituisce il contestatissimo Andrii Hnatov, avanti con le idee dell’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, che ha voluto quel «cuscinetto di droni» di 10-15 chilometri al di là del confine, capace di proteggere meglio le città ucraine e contemporaneamente di colpire i russi anche in profondità. L’ultimo esempio dell’efficacia di questa tattica? Dopo le devastazioni alle raffinerie, ai depositi e alle reti di trasporto, bersagliati dagli stormi di droni ucraini, in questi giorni Putin ha dovuto cominciare a «sottrarre» carburante in Siberia, negli Urali e perfino in Bielorussia, pur di rifornire Mosca rimasta a secco.
Resta appesa una domanda, però: perché cambiare proprio adesso una squadra che – se non vince – almeno sta pareggiando? Proprio ieri un F-16 ucraino ha abbattuto un aereo russo: è la prima volta che Kiev ottiene un risultato del genere con il caccia made in Usa. Sul più bello, sempre che ci sia qualcosa di bello in questa storia, Zelensky ha interrotto la festa che l’Ucraina stava facendo ai russi. Ha cacciato Fedorov, scatenando le proteste interne. Ha nominato alla Difesa un sostituto ad interim, che Fedorov vuole sia silurato. Ha finito per affidarsi a un uomo, Drapaty, che traduce in grigioverde i comandamenti del medesimo Fedorov. C’entrano naturalmente i sondaggi, che in un’ipotesi (lontanissima) d’elezioni preoccupano «Ze»: il presidente è al 59 per cento, mentre la fiducia popolare nell’ex ministro, che voleva rivedere tutte le opache procedure di chiamata alle armi, è schizzata dal 35 al 65 ed è battuta solo dal 70 di Valeri Zaluzhny, altro generale messo a riposo dal geloso Zelensky.
Le discussioni sulle strategie militari mettono in secondo piano quelle sulla pace ed è anche in questo senso che va letto il colloquio,di «Ze», ieri, coi due inviati di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. «Dobbiamo rilanciare la diplomazia», riconosce il presidente, e «mantenere l’unità in un momento così delicato».
Attenti a dividersi e a credere che la Russia stia perdendo, ammonisce Zaluzhny, perché «economicamente, militarmente e psicologicamente» rimane fortissima. I raid sui russi richiedono rifornimenti costanti, i missili tirati da Mosca continuano a mietere vittime e in questi sette mesi di successi militari di Kiev, certifica l’Onu, il numero di civili ucraini uccisi o feriti è aumentato d’oltre un terzo in confronto al 2025 e quasi del doppio rispetto al 2024. Per questo, raccomanda Zelensky, «è importante che tutte le componenti delle nostre forze armate continuino a funzionare in totale coordinamento», senza liti. «Il mio mestiere resta la guerra», si mette sull’attenti il rimosso generale Syrsky: «La farò, ovunque mi mettano». Goodbye, signor generale.