Corriere della Sera, 23 luglio 2026
Nucleare, l’accordo tra Usa e sauditi
Trump ha minacciato nuovamente di distruggere ponti o impianti energetici in Iran (anche nella capitale) ogni volta che il regime attaccherà una nave nello Stretto di Hormuz. Gli iraniani rispondono che per ogni infrastruttura colpita, Teheran si vendicherà contro ponti e strutture energetiche nel Golfo, che continua già ad essere bersaglio dei droni e missili iraniani in risposta agli attacchi americani continuati martedì per l’11esima notte. Il presidente americano ha intanto dato il via libera a un accordo la scorsa settimana che è stato firmato ieri dal suo ministro dell’Energia Wright. L’intesa dà all’Arabia Saudita la possibilità di sviluppare un programma nucleare a scopi civili e, potenzialmente, apre la porta all’arricchimento dell’uranio nel Regno. La notizia era stata anticipata dal Wall Street Journal e dal New York Times.
Si tratta di un accordo del valore stimato di decine di miliardi di dollari: darà alle aziende americane un ruolo centrale nello sviluppo dell’infrastruttura nucleare in Arabia saudita per i prossimi 30 anni; potranno anche costruire un impianto per l’arricchimento dell’uranio, ma solo se ciò viene approvato dopo uno studio congiunto statunitense e saudita di due anni, che valuterà se sia commercialmente più sensato arricchirlo localmente anziché acquistare il combustibile all’estero.
Se lo studio darà l’ok all’arricchimento in loco, saranno gli americani a costruire gli impianti senza trasferimento di tecnologia sensibile ai sauditi. Se gli Usa si oppongono, Riad non è autorizzata per 10 anni a realizzare l’arricchimento da sola o con altri partner stranieri. Così, secondo la Casa Bianca, gli Stati Uniti avranno influenza sul programma, anche per prevenirne l’uso a scopi militari. Al Congresso, in entrambi i partiti, c’è chi si oppone da tempo alla diffusione della tecnologia nucleare in Medio Oriente. Ma sarà difficile bloccare l’accordo: ciò richiederebbe una risoluzione congiunta e una maggioranza di due terzi, se fosse necessaria per aggirare un potenziale veto presidenziale. La guerra in Iran ha creato tensioni con i sauditi, ma l’accordo rafforza la relazione, evitando che si rivolgano alla Russia o alla Cina. Ma a meno che nel patto non vi siano limiti adeguati, potrebbe aumentare i rischi di proliferazione nucleare. Da Israele, infatti, arrivano segnali di nervosismo: esponenti della maggioranza e dell’opposizione hanno detto che lo Stato ebraico deve fare ogni cosa in suo potere per impedire la realizzazione dell’accordo.
Per il principe Mohammad bin Salman è una grossa vittoria: da tempo voleva questo accordo per diversificare l’economia dipendente dal petrolio; Biden glielo avrebbe concesso solo a patto di normalizzare i rapporti con Israele. Il leader saudita ha anche detto nel 2018 che, se l’Iran sviluppa un’arma nucleare, lo farà anche lui. A differenza degli Emirati, i sauditi hanno rifiutato l’impegno a non arricchire l’uranio in patria e a non riprocessare il combustibile dei reattori. Gli Emirati, la Turchia, l’Egitto potrebbero esigere lo stesso trattamento. I sauditi hanno rifiutato il «Protocollo Aggiuntivo» introdotto per l’Iran dall’Agenzia atomica internazionale, che richiede ispezioni più rigorose. Perché l’Iran dovrebbe accettare condizioni più rigide del suo grande rivale regionale?