Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Caso Delmastro, rissa sfiorata in Parlamento

Non si sa se il capogruppo M5S Paolo Pirondini e il senatore FdI, Roberto Menia, siano venuti davvero alle mani. Certo è che ci sono andati molto vicino, ieri, durante la bagarre a Palazzo Madama dopo il «no» della Giunta al sequestro delle chat di Andrea Delmastro con il ristoratore Mauro Caroccia in carcere per aver fatto da prestanome al clan Senese.
Era stato proprio Pirondini, nell’aula del Senato, a dare il segnale di avvio della «rivolta» M5S dicendo: «Oggi per noi i lavori finiscono qui». Immediato lo sventolio di cartelli con su scritto: «Fuori le chat». Al ritmo di un corale: «Ver-go-gna». E mentre tra grida, senatori fuori posto, insulti accompagnati da gesti espliciti, i commessi sembravano dare per perso il ritorno dell’ordine in aula, Menia ha deciso di fare da sé. E ha strappato dalle mani di Pirondini uno di questi cartelli proprio nei pressi dei banchi del governo.
Immediato il battibecco. I toni sempre più alti. Le gote rosse. E gesti da osteria che in questi giorni si vedono più in Parlamento che alla bisteccheria di Caroccia, mai sequestrata e ancora in funzione. Battibecco d’ordinanza, e via con la mossa da rissa. Quella del «fermatemi o io...». E qualcuno li ha fermati.
Seduta sospesa per oltre mezz’ora. Mentre nessuno ci pensava proprio a uscire. E le grida da cortile proseguivano.
Alla ripresa dei lavori, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha sottolineato: «Avremo occasione in un’apposita riunione dei capigruppo di commentare questo evento che, per carità, fa parte delle dinamiche parlamentari, non le migliori». Poi, rivolto a un altro parlamentare di lungo corso come Pier Ferdinando Casini, ha aggiunto: «Ma ne abbiamo viste, vero presidente Casini? Di peggio, hai ragione. La ripetizione, però, non migliora il giudizio».
Cambio di scena, Montecitorio, ma non di programma: un’altra colorita protesta. «Meloni aveva detto che non avrebbe più coperto nessuno. Oggi invece l’ennesimo scudo per un compagno di partito. La maggioranza corregga questa scelta in Aula. L’antimafia non si fa con le commemorazioni», attacca la dem Debora Serracchiani. E Piccolotti (Avs) urlando: «Lo scudo della destra blocca la verità».
Il leader M5S Giuseppe Conte punzecchia: «Cosa può avere in comune Borsellino con chi ostacola le indagini su un clan mafioso? Perché stiamo parlando dello scambio di messaggi tra Delmastro e il prestanome di un clan». Poi dà appuntamento al 30 luglio, quando è stato calendarizzato il voto e lancia la sfida: «Vi aspettiamo in Aula. Rimangiatevi questo voto vergognoso».
Ultima scena. Fuori dai Palazzi. Avviene a distanza, e sui social, il botta e risposta tra la pentastellata Chiara Appendino e il presidente del Senato, Ignazio La Russa. In un video sui social Appendino è durissima: «Sapete che cosa dico a Meloni e a La Russa? La mafia fa schifo, fa tanto schifo: ma fate schifo pure voi. E la prossima volta che osate anche soltanto citare il nome di Paolo Borsellino, sciacquatevi la bocca. Perché non siete degni di farlo. Il fatto che la destra abbia votato per non far accedere la Procura alle conversazioni tra Delmastro e Caroccia, considerate essenziali per indagare sul clan camorristico dei Senese, è una vergogna assoluta». A stretto giro, con un messaggio su X, arriva la risposta di Ignazio La Russa: «Onorevole Appendino – approfittando dell’insulto che lei rivolge a me e a Giorgia Meloni e che la qualifica benissimo – le dico che è lei a non avere titolo per citare Paolo Borsellino. Non so cosa lui farebbe oggi, ma a me piace pensare che visto il suo trascorso magari accetterebbe di aiutare l’italia nel governo Meloni. Forse. Di certo, non lo vedo a sinistra e men che meno con lei».