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 2026  luglio 19 Domenica calendario

La latitudine del desiderio chiamata Italia

Lido di Venezia, settembre 1913. È in costume da bagno, siede sulla sabbia e tiene le gambe incrociate: Franz Kafka sorride. Una fotografia che non figura spesso: contravviene alla leggenda che è stata costruita intorno a lui. Così allo scoperto, e in senso letterale, come scrive Benjamin Balint, non siamo abituati a vederlo, anche se il corpo è il protagonista principale dei suoi racconti, corpo presente e tuttavia invisibile. Qui sorride, e non solo con la bocca, ma proprio con gli occhi, che in altri scatti sembrano lontani e atoni. Balint, autore di Kafka in Italia. I viaggi e l’eredità culturale, ricorda che Franz si autodefiniva un Augenmensch, un uomo oculare, comprendendo in questo la sua passione per i dispositivi ottici.
Scettico verso la fotografia nel secolo che la diffonderà ovunque, ha scritto in una lettera: «una fotografia è buona solo se, venendo a mancare tutto il resto, una persona ha l’aspetto che vorrebbe avere». Cosa sia quel “tutto il resto” non è facile da dire. Forse intendeva il corpo stesso, ma non è sicuro. Certo che questa immagine colpisce. Per anni è stata attribuita a una località del mar Baltico, e invece appartiene a uno dei quattro viaggi che Kafka ha intrapreso in Italia. Nell’arco di undici anni scese da Praga quattro volte. Nel 1909 fu a Riva del Garda e all’aerodromo di Brescia, situato a Montechiari con Max e Otto Brod. Poi, nel 1911 a Milano e a Stresa, per diciotto giorni. Due anni dopo, nel 1913, a Venezia e di nuovo a Riva. Infine, nell’ultimo viaggio italiano, a Merano nella speranza di guarire dalla malattia respiratoria che l’affliggeva.
Cosa cercava nella Penisola? Secondo Balint l’Italia era per lui “la latitudine del desiderio”, una fuga dal grigio, la ricerca di “una diversa chimica dell’atmosfera”. Reiner Stach nei suoi tre grossi volumi biografici (Kafka, a cura di Mauro Nervi, il Saggiatore, 2024) ha raccontato queste escursioni verso Sud del più influente ma anche più inafferrabile scrittore del XX secolo. Balint vuole trovare una risposta a questa discesa al di là delle Alpi, e lo fa ricavando dagli aforismi di Zürau una frase esemplare: «Esiste una meta ma nessuna via; ciò che chiamiamo via, è esitazione». Quella foto presa al Lido ci mostrerebbe, dunque, un Kafka “sgravato temporaneamente di ogni peso”.
Come facciamo a saperlo? Lo deduciamo dai suoi scritti, dai racconti, dal diario, dalle lettere, dai libri interrotti. Non c’è altra via, del resto la biografia di Stach, come altre che abbiamo letto o riletto nel centenario della nascita vanno e vengono tra vita e opere, senza sosta e senza risposte definitive. Non può che essere così con un autore simile che giustamente Balint sintetizza in una frase perfetta: «le sue opere narrative non ci consegnano significati; drammatizzano le sensazioni che tutti noi proviamo nel vivere sotto la morsa costrittiva del significato». Detto altrimenti, il disagio che sentiamo di vivere. Non a caso una delle esperienze più terribili che Primo Levi ebbe – lo ricorda l’autore di questo piccolo libro – non fu tanto o solo la sua deportazione ad Auschwitz, ma la traduzione del Processo in italiano, da cui uscì depresso e abbattuto quanto non gli era accaduto mai.
Balint bordeggia questo disagio che Kafka ispira e lo fa con abilità e mano leggera, cercando di mantenere una distanza da quel gorgo verso cui ti attirano le pagine dello scrittore praghese. Ripercorrendone le tappe, in quest’opera di viaggio tanto quanto di letture, Balint focalizza alcuni momenti decisivi, per cui Riva con i suoi due passaggi svolge un ruolo importante. Lì in sanatorio conosce una ragazza svizzera, registrata nel diario con due lettere: G. W. Poi Venezia dove all’Hotel Sandwirth, oggi Hotel Gabrielli, nella stanza 304 il 15 settembre 1913 scrive una delle più crudeli lettere alla fidanzata Felice Bauer. Infine, Merano 1920.
Nell’Europa disegnata dalla fine della Prima guerra mondiale che ne ha sconvolto i confini, Franz si reca in Tirolo. Balint definisce “una soglia” la cittadina entrata a far parte della Italia redenta e incapsulata nel Regno dei Savoia. Qui dalla Pensione Ottoburg partono altre lettere destinate a Milena Jesenská a Vienna. Un altro capitolo che segna l’ultima fase della sua esistenza: «Le sue lettere sono un fuoco come non ne ho mai visto», scrive a Max Brod. Tanti i dettagli di queste permanenze che funzionano come prove di un delitto invisibile. Al contrario di W. G. Sebald, di cui pure parla, Balint si è posto fuori dal cerchio di Kafka, evitando di superare quella soglia che lo scrittore traccia sempre intorno a sé. Nel suo primo romanzo, Vertigini (1990), anche Sebald ha ripercorso l’itinerario italiano di Kafka. Il suo personaggio si sposta come una sorta di revenant che ripercorre le tracce di F.K. come se fosse lui e non fosse lui. Una soluzione obliqua, dice Balint, che lui stesso ha evitato, liberandoci come lettori da quell’ansia dell’indugio, sotto cui iscrive lo scrittore praghese. La parola “indugio” indica una “tregua”, quella che nasce dal ritardare e dal differire, forse uno dei soli modi con cui si può leggere Kafka senza identificarsi con lui, senza cadere in quella trappola in cui è caduto Primo Levi. Altra soluzione non c’è, se non quella di fingersi Kafka, senza esserlo, come ha fatto Sebald, una sorta di sospensione dell’identità, che solo la maschera narrativa consente, con quel tanto di distacco che è proprio della letteratura: essere un altro.