il Giornale, 22 luglio 2026
Giancarlo Giannini parla di sé e della sua carriera
Nella bella piazza del Kuerc di Bormio, c’è freddo, soprattutto sul palco. Ma Giancarlo Giannini, in un impeccabile completo di lino, non sembra neppure accorgersene. Quest’uomo ha qualcosa di magnetico, lo capisci non appena apre bocca. Ha fatto la storia del cinema non solo italiano ma si rivela subito affabile, lontano dal cliché della superstar. Sei David di Donatello, cinque Golden Globe, una candidatura all’Oscar con Pasqualino Settebellezze, una stella sulla Walk of Fame: eppure Giannini continua a definirsi un bambino che racconta favole. Lo incontriamo, insieme con lo scrittore Paolo Di Paolo (PDP nel dialogo), alla Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, per farci raccontare la favola del cinema (e leggere le grandi poesie della tradizione).
Chi è l’attore?
«Sono stati scritti tanti libri sulla recitazione: il più famoso è Il lavoro dell’attore di Stanislavskij, che in America è diventato il libro-guida dell’Actors Studio. L’attore ha una mente molto delicata, deve avere un minimo di follia, e questo già lo porta fuori dalla realtà; ma bisogna stare attenti, perché spesso l’immedesimazione crea problemi psicologici (abbiamo visto quanti attori sono diventati un po’ matti). Io preferisco raccontare, rappresentare, fingere: in fondo recitare è raccontare delle bugie. Gassman aveva ragione, è stato un grande amico e mi ha insegnato tante cose. Si gioca. Il bambino che si veste da Zorro, la bambina da Biancaneve, cosa fanno? Recitano. L’attore, quando cresce, deve fare la stessa cosa: restare fanciullo, con i vestiti del personaggio. È il mestiere più difficile che esista, eppure lo sappiamo fare tutti; solo che alcuni riescono ad affascinarti per qualcosa di impercettibile. È il mistero del fanciullo».
(PdP) Il mistero mi porta a una certa sua fascinazione per lo spirituale, e a una parola che oggi pronunciamo con imbarazzo: vocazione. Ci crede, oppure è un inciampo della sorte?
«La vocazione devi averla in tutte le cose che fai. Se diventi pittore, puoi essere un Van Gogh oppure uno che usa i colori a caso. Oppure lo scrivere: mi viene in mente Mario Soldati, che voleva farmi fare il protagonista di un suo film. Una volta gli chiesi: “Come fai a scrivere così bene?”. Mi disse: “Quando comincio un libro scrivo di getto le prime quaranta righe, poi rileggo e scrivo tutto il contrario. Tra le due linee, prendi un po’ dell’una e un po’ dell’altra: viene fuori la storia”. L’ho applicato anche ai personaggi: significa non decidere mai di fare una cosa sola, ma la somma del bene e del male. Ho incontrato tante persone che mi hanno insegnato cose così: sono molto fortunato».
Ad esempio?
«In America incontrai Andy Warhol e andai a cena con lui. Andavamo per strada a New York con la sua Polaroid: faceva fotografie mentre camminavi, poi ti portava nel suo studio. Come fai a non ricordarti di un genio simile? Aveva visto i miei film, gli piacevano».
C’è un capitolo in cui racconta la semplicità di alcuni geni come Federico Fellini o Pier Paolo Pasolini.
«Fellini mi chiamava il pipistrello della notte, perché eravamo diventati amici quando gli facevo le fotografie sul set, cosa che non permetteva a nessuno, perché aveva pochi capelli e stava sempre col cappello. Una sera, alle quattro del mattino, sul set di E la nave va, mi disse: “Giancarlino, vieni qua”. Aprì una stagnola: c’era del Parmigiano Reggiano. “Stasera ci facciamo le tagliatelle”. Ho delle fotografie di lui che le mangiava alle quattro del mattino. Pasolini, invece: dovevo fare un film con lui, che poi non si fece, forse sono l’unico ad avere la sceneggiatura. Era un San Paolo ambientato durante la Resistenza; lo preparava mentre girava Salò. L’avevo conosciuto a Modena, a una conferenza, poi ci rivedemmo a cena a Mantova. Del personaggio non gli interessavamolto: discorreva delle cose piùs emplici. Camminando per strada, parlava dei gerani appesi ai balconi, delle donne che li annaffiavano. Le persone più avanti con la fantasia sono le più semplici. Quando faccio gli spettacoli di poesia dico sempre al pubblico che abbiamo perso la semplicità e la fantasia, un dono meraviglioso. Adesso abbiamo l’intelligenza artificiale, ma è meglio lasciarla da parte».
Nel libro dice anche che, da quando ci sono i romanzi, le sceneggiature sono un po’ peggiorate: c’è meno fantasia.
«Fellini non ha mai scritto un romanzo, eppure ha fatto 8½: sognava la notte».
(PdP) Sul rapporto tra cinema eletteratura: L’innocente di D’Annunzio, nel film, diventa un’altra cosa, anche nel finale. La libertà che si prende un regista può essere nutrita dalla matrice letteraria, ma poi diventa altro. Tradire, in fondo, è naturale?
«Nel romanzo non è come nel film: lì decise Visconti che il personaggio si ammazza. Visconti era un personaggio straordinario. Sapeva che amavo mangiare e che soffrivo un po’ di ipoglicemia; quando mi vedeva in difficoltà mentre recitavo, fermava tutto (aveva un cuoco sul set). Lui mangiava pochissimo. Era già sulla sedia a rotelle, ma con una mente sveglissima. Il primo giorno mi vedeva imbarazzato e mi disse: “Tu sei abituato a lavorare nel casino” con la Wertmüller. E allora lui, che pretendeva il silenzio assoluto quando piazzava la macchina da presa, disse: “Ragazzi, fate un po’ di casino”. Il primo giorno dovevo fare una scena semplicissima: andare a una scrivania e, mi dissero, scrivere all’amante. Io invece scrissi alla moglie. “Ma perché?”, mi disse Visconti. “Guardi, nella sceneggiatura non si capisce, ma nel romanzo è chiarissimo”. E lui, agli aiuto registi: “Vedete, siete tutti degli asini, andate via”. “Ma tu come fai?”. “La notte studio”. Da quel momento fu un maestro di vita. Ogni mattina c’era il rito del caffè turco, goccia a goccia, mezz’ora per averlo, nel suo camerino pieno di quadri d’autore,e mi chiedeva: “Oggi cosa taglieresti?”. Poi sono cambiato, dopo che Marlon Brando e Mastroianni mi hanno detto una cosa».
Che cosa?
«In America, Coppola mi aveva offerto una parte; ero andato con la Wertmüller. Non potevo farla perché stavo girando un film di Brusati. Coppola portò sull’isola di Marlon Brando Film d’amore e d’anarchia, che io amo molto; Brando lo vide e disse: “Come mai mi hai sempre nascosto questo attore?”. Un giorno, a New York, vidi una limousine: scesero Coppola e Marlon Brando. Gli corsi incontro e, non sapendo cosa chiedere, gli domandai: “Qual è il tuo segreto?”. Mi rispose: “Non leggere il copione”. Io, che le sceneggiature le leggevo fino all’ultima virgola! Poi Mastroianni. Stavo girando Fatti di gente perbene di Bolognini con Catherine Deneuve, a Rimini, e non ero contento: Bolognini piazzava la macchina su di te e non spiegava nulla. Arrivò Marlon Brando, che aveva appena visto La notte di Antonioni, e mi disse: “Ma che ti frega? Io stanotte ho rivisto La notte e non ho capito niente, eppure è un successo”. Gli chiesi: “Tu li leggi, i copioni?”. “Me li porto a letto, leggo tre pagine e mi addormentano”. Da quel momento ho imparato a relativizzare: un po’ li leggo e un po’ li dimentico».
Ha accennato a Lina Wertmüller. So che il set di Travolti da un insolito destino... fu difficile.
«Il primo giorno, con una bottiglia d’acqua minerale di vetro, Mariangela Melato si fece un taglio da quindici o sedici punti, e la produzione voleva sostituirla; ma io ero anche produttore del film e non volevamo saperne. Tutte le corse e gli schiaffi sono fatti con sette controfigure bionde: io le inseguo sempre a 40 gradi, in Sardegna, con le lampade a quarzo. Mariangela era un’attrice straordinaria, Lina una regista straordinaria. Io non sarei qui a parlare con voi se Lina non mi avesse scoperto: mi ha forgiato. Lina la conoscevo perché avevamo fatto film con Rita Pavone, Rita la zanzara e Non stuzzicate la zanzara: una vera donna di spettacolo».
Lei è un maestro del doppiaggio. Quando deve doppiare un attore imprevedibile come Jack Nicholson, come si prepara?
«Jack Nicholson è il più bravo attore del mondo, un pazzo. Alcuni doppiatori pensano di essere più bravi dell’attore che doppiano; io no. Il primo film che ho doppiato di Al Pacino, da esordiente, fu Quel pomeriggio da cani: non c’era tempo di vederlo. Dissi al direttore del doppiaggio: “Gli vado dietro”. Tutto il film è doppiato così. Ho sempre deciso di doppiare da solo, perché non voglio intonarmi con l’altra voce: faccio la mia colonna, la donna fa la sua, e quando le uniscono nasce un piccolo shock».
C’è un capitolo molto bello in cui racconta di aver conosciuto la fede da adulto.
«L’ho conosciuta quasi a trent’anni. Non racconto come, ma fu un’immagine televisiva (l’uccisione di un uomo) a colpirmi. Ebbi una grande paura, la Paura con la P maiuscola, e da lì cominciai a pensare a ciò a cui di solito non pensiamo: la nostra anima. L’anima l’ha inventata Platone. Cercai di spiegarlo a Gassman, che in un suo libro scrisse di invidiarmi “l’illuminazione”. Gli dicevo: è una cosa che ti succede. La notte prego sempre: che Dio protegga tutti quelli a cui voglio bene e gli amici. Diciamo sempre “il corpo e l’anima”; dovremmo dire “l’anima e il corpo”, perché prima viene lei».