il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2026
Montanelli e i suoi indromassaggi
Venticinque anni fa, il 22 luglio 2001, moriva a 92 Indro Montanelli. Chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo non può immaginare quanto manchi a chi l’ha avuta. Ma chi vuole almeno farsene un’idea, se già non ce l’ha, può acquistare un suo libro, uno a caso. Non riuscirà più a fermarsi finché non avrà completato la collezione. Oggi, ogni volta che accade qualcosa o emerge un nuovo personaggio sulla scena, la tentazione è di domandarsi cosa ne scriverebbe Montanelli. Ma la domanda è sbagliata: basta sfogliare le sue opere per scoprire che ha scritto anche di fatti e figure che non ha fatto in tempo a vedere. Non che li abbia previsti: ha semplicemente capito così in profondità i tratti, i tic, i caratteri, i meccanismi dell’italica commedia umana da lasciarci ritratti e commenti sul passato che valgono pure per il futuro. Questa piccola antologia di Indromassaggi tratti da articoli, libri, diari, lettere e chiacchierate vale solo come antipasto.
La verità. “Ho della verità un concetto aristotelico e preferisco scrivere un ritratto vero con aneddoti falsi che un ritratto falso con aneddoti veri”.
I paradossi. “Per un paradosso mi farei ammazzare. Se i paradossi fossero crimini, sarei già finito al patibolo mille volte”.
Il fascismo. “Come mi disse un giorno Pirandello, il fascismo era ‘un bel tubo vuoto, che ciascuno riempie come più gli aggrada’”. “Il più comico tentativo di introdurre la serietà”.
La democrazia. “Per salvarsi dai criminali, non c’è che da ripiegare sugl’imbecilli: la democrazia non offre che questa alternativa”.
La religione. “Credo in Qualcuno. Non credo che saprò mai, né da vivo né da morto, chi è e com’è fatto”.
Preghiera laica. “Dio, dammi la forza di accettare le cose che non posso cambiare, di cambiare quelle che posso, e di capire sempre la differenze fra queste e quelle”.
I reduci. “Tutta la nostra vita è stata angosciata e angariata dagli antemarcia: prima quelli del Littorio, poi quelli della Resistenza, ed ecco che ora spuntano quelli della ‘tensione’. Longanesi aveva ragione: in questo Paese, reduci si nasce”.
Leo Longanesi. “Qui / giace / per la pace di tutti / Leo Longanesi / uomo imparziale. / Odiò / il prossimo suo / come / se stesso”.
Curzio Malaparte. “Qui / Curzio Malaparte / ha finalmente/ cessato / di piangersi / di compiangersi / e di rimpiangersi. / Imitatelo”.
Alcide De Gasperi. “Fu l’unico statista della Repubblica italiana, forse perché italiano non era, essendo nato nel Trentino austroungarico”. “In chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti col prete” (replica di Andreotti: “Sì, ma a me il prete rispondeva…”).
Giulio Andreotti. “È il più prete dei democristiani e il meno democristiano dei preti”.
“Mai come in questo drammatico momento politico, la Dc ha capito che le sue sorti dipendono dalla soluzione di due problemi: come far parlare Andreotti, e come far tacere Andreatta”.
Palmiro Togliatti. “Lo incontrai sul rapido Milano-Roma dove con Nilde Jotti occupava il vagone letto adiacente al mio… Il bigliettaio, mettendogli famigliarmente una mano sulla spalla, gli chiese: ‘Allora, compagno Palmiro, hai viaggiato bene?’. Togliatti lo fulminò con uno sguardo mescolato d’ira e disprezzo, poi scandì: ‘Grazie compagno, ma credo che possiamo darci del lei’”.
Enrico Mattei. “Un incorruttibile corruttore”.
Dino Buzzati.“Uomo candido, delicato, ingenuo come non ho mai conosciuto nessuno. Scriveva sempre a mano, a penna, con una grafia da bambino piccolo. Ogni tanto arricchiva il racconto con qualche disegnino da terza elementare. Piovene diceva che Buzzati era un bambino ritardato, ma Dio gli aveva posto in gola un usignolo di cui lui trascriveva meccanicamente il canto celestiale senza neppure sentirlo”.
Alberto Moravia. “Moravia ha fondato… un ‘comitato contro la repressione’. È la riprova che la repressione non c’è. Se ci fosse, Moravia sarebbe coi repressori, come ha dimostrato avallando col suo silenzio la persecuzione di Solženicyn in Russia”.
“Moravia si è ritirato dal comitato che lui stesso aveva fondato… perché l’Unità ha disapprovato. Gl’italiani sono sempre pronti a fare la rivoluzione, purché i carabinieri siano d’accordo. E Moravia è sempre pronto a battersi per la libertà, purché sia d’accordo il piccì”.
I radical chic. “Nei salotti milanesi di Inge Feltrinelli e di Gae Aulenti – si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici”.
Camilla Cederna. “A due ore di distanza dal rinvenimento del cadavere (di Giangiacomo Feltrinelli, esploso con la bomba che stava piazzando su un traliccio a Segrate, ndr) e prima ancora che esso sia ufficialmente riconosciuto, proclama che Feltrinelli è rimasto vittima della ‘reazione internazionale’. Se la Cederna avesse una testa, direi che l’ha persa”.
Eugenio Scalfari. “Scalfari è uno di quei duellatori che, per imprimere più forza al fendente, seguono col corpo la sciabola e perdono la guardia. Ci vuol poco a infilarli… La sua ambizione è sfrenata e scoperta. Ma vuole arrivare a qualcosa, o vuole fuggire da qualcosa? Nella sua frenesia c’è del patologico. Le sue polemiche… sono quasi sempre gratuite. Questo nemico di tutti è soprattutto nemico di se stesso, animato da un irresistibile cupio dissolvi”.
I lettori. “Credo di essere l’autore italiano che più guadagna… e senz’aiuto di premi letterari. Non ne sono contento per il denaro, di cui non so che farmene… Ne sono contento, anzi felice, per il mio status da autore stipendiato unicamente dal pubblico. C’è chi vive di partito. C’è chi vive di Eni. C’è chi vive di Agnelli, o di Perrone,o di Crespi. Io vivo di lettori. I lettori non m’impongono altra servitù che la sincerità: l’unica che non pesi”.
I democristiani. “Vi abbiamo votato, ma ce la pagherete” (telegramma a Benigno Zaccagnini, segretario Dc, dopo le elezioni del mancato sorpasso del Pci nel 1976).
Aldo Moro. “Credo che tutti conoscano il potere emolliente dei discorsi pubblici di Moro, il più grande anestesista del secolo”.
Amintore Fanfani. “Un canguro epilettico, tutto balzi e cadute, pronti recuperi e repentine giravolte. A Firenze lo chiamerebbero ‘il rieccolo’”.
Sandro Pertini. “Non ha mai sbagliato una lacrima, sebbene ne abbia versate quante nessuno prima di lui; in sette anni di presidenza non ha perso un funerale e non c’è guancia di bambino che non abbia baciato. Ha maneggiato più bare di un becchino e più culle di una balia”.
Giovanni Spadolini. “Pranzo di addio di Spadolini (al Corriere, da cui viene cacciato nel 1972 dagli editori Crespi, ndr)… Quando entra a braccio di Montale, mi scappa detto: ‘Ecco il senatore a vita col senatore a morte’. Nel discorso di chiusura, l’anfitrione eleva a se stesso due monumenti: uno come direttore uscente, l’altro come parlamentare entrante”.
“Hanno detto che è ‘troppo innamorato di se stesso’. Diciamo la verità: tutti siamo innamorati di noi stessi. Ciò che caratterizza Spadolini è che, a differenza di noi e di tanti altri, lui si corrisponde”.
Enrico Berlinguer. “Mi parve (dopo una cena “clandestina” a Milano, nel 1979, ndr) il tipico sardo sempre alle prese con una coscienza esigente e più turbato che allettato dalla prospettiva del potere. Prese soltanto un po’ d’uva e un amaro. ‘Ma onorevole, lei mangia ancora meno di me che sono quasi anoressico’, gli dissi. Lui sorrise: ‘Mangio sempre così’. Seppi poi che, prima dell’appuntamento, aveva già cenato. Forse temeva che gli avvelenassi la minestra… Mi fece un’ottima impressione: era timido, sereno, sincero, diretto. Non era Moro, insomma. Tutto d’un pezzo e perbene. Gli chiesi un’intervista al Giornale, ma declinò. I suoi non l’avrebbero digerita, mi fece capire. E forse neanche i miei, pensai io”.
Vittorio Emanuele di Savoia. “Certe famiglie sono come le patate: la parte migliore si trova sottoterra”.
Bettino Craxi. “Ha una spiccata – e funesta – propensione a considerare nemici tutti coloro che non si rassegnano a fargli da servitori… Il ‘culto della personalità’ potrebbe procurargli guai seri. Non perché a noi italiani certi atteggiamenti dispiacciano, anzi. Ma perché in fatto di guappi siamo diventati, dopo Mussolini, molto più esigenti: quelli di cartone li annusiamo subito”. “’Caro direttore, le rubo un po’ di spazio’, ha scritto Craxi all’Avanti!. Incorreggibile Bettino: perfino al giornale del suo partito”.
Ciriaco De Mita. “L’Avvocato Agnelli ha definito De Mita ‘intellettuale della Magna Grecia’. Sì, ma non capisco cosa c’entri la Grecia”.
Francesco Cossiga. “Ci chiediamo che cosa succederebbe se, con un colpo alla Moro, i terroristi si impadronissero di Cossiga e lanciassero al governo il ricattatorio ultimatum: ‘Se non ci date cento miliardi, lo liberiamo’”.
Paolo Cirino Pomicino. “Inquisito dai magistrati di Foggia per tangenti, l’ex ministro Cirino Pomicino ha detto: ‘Se dovesse essere provata una mia seppur minima colpevolezza, abbandonerei la politica’. Stiamo col fiato sospeso: coi tanti guai che abbiamo, ci mancherebbe anche quello della sua innocenza”.
Gianni Agnelli. “Mi ha chiesto di dirigere la Stampa offrendosi persino di venirmi a prendere ogni mattina a Milano in elicottero. Ho declinato: ‘Avvocato, metta che precipitiamo insieme. I giornali titolerebbero a caratteri cubitali: ‘Agnelli precipita sul suo elicottero’. E nel sottotitolo, scritto in piccolo: ‘Era con lui il giornalista Indro Montanelli’. La mia vanità non lo sopporterebbe”.
Silvio Berlusconi. “Mi fece visitare il suo mausoleo e mi mostrò i loculi intorno al suo sarcofago da faraone: ‘Indro, vedi, questo è il cerchio dell’amicizia. Lì andrà Confalonieri, lì Dell’Utri…’. Poi, a tradimento, mi indicò un loculo vuoto: ‘Ecco, lì sarei onorato se tu volessi…’. Io ammutolii. Poi mi venne di rispondere: ‘Domine, non sum dignus!’. E me la diedi a gambe”.
“Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto col vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Solo dopo saremo immuni: l’immunità che si ottiene col vaccino”.
La destra. “Questa non è la destra, questo è il manganello: gli italiani non sanno andare a destra senza cadere nel manganello”.
L’Italia. “È un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri, perché è senza memoria. Non sa nulla del suo ieri, quindi non può avere un domani”.
Indro Montanelli. “Qui / riposa / Indro Montanelli / genio compreso, / spiegava agli altri / ciò / ch’egli stesso / non capiva”.