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 2026  luglio 22 Mercoledì calendario

L’Uomo Elefante, il dottore e Lynch: mostri di bravura

“Il tratto più impressionante era la testa – enorme, e deforme. Dalla fronte sporgeva una grande massa ossea simile a una pagnotta, mentre dalla nuca pendeva una sacca di epidermide spugnosa a forma di fungo, la cui superficie ricordava un cavolfiore”. Con l’Odissea tra le scatole, pardon, le sale, la questione della trasposizione cinematografica, lungo la dorsale “era meglio il libro”, è sensibile. La descrizione non s’attaglia però a Polifemo, l’addebito è parimenti spettacolare, ma assai meno mitologico. Il pesce puzza dalla testa, il mostro dalla testa raccapriccia: “Dalla sommità del cranio spuntava qualche lunga ciocca sparuta. L’escrescenza ossea sulla fronte gli ostruiva quasi completamente un occhio. La testa aveva grossomodo la circonferenza di un torace maschile. Dalla mascella superiore si protendeva un’altra massa ossea. Spuntava dalla bocca come un moncherino rosa, storcendo verso l’alto il labbro superiore e riducendo il cavo orale a un’apertura bavosa”.
Come maneggiamo, o forse manipoliamo, siffatto caso umano? Al ritratto s’accende un ricordo, balugina, e qualcosa più, il déjà-vu: quel mostro è familiare. Riciccia la mitologia, fa a mezzi tra umano e animale come per un centauro, però è l’Uomo Elefante, icasticamente adattato per il grande schermo da David Lynch nel 1980. The Elephant Man non l’avrebbe dovuto dirigere lui, bensì Terrence Malick, ma via Anne Bancroft – sì, quella del Laureato – e il di lei marito produttore Mel Brooks, proprio lui, la sceneggiatura scritta da Eric Bergen e Christopher de Vore trovò in Lynch l’utilizzatore finale – ci mise mano, eccome. Il copione attingeva a The Elephant Man: A Study in Human Dignity di Ashley Montagu e The Elephant Man di Sir Frederick Treves, che Adelphi per la traduzione di Matteo Codignola ha allocato nei Microgrammi. Una cinquantina di pagine, con la quarta di copertina imbibita di una scomoda verità: “La medicina moderna è nata sui palcoscenici – sensazionali – dei teatri anatomici, e i suoi casi estremi sono a lungo stati esibiti fra le quinte mobili dei freak show”.
Poi è arrivato il cinema, a dare immagine e immaginario, scena e oscenità alla testimonianza del dottore Frederick Treves, che a Joseph Merrick, lo scherzo della natura, offrì assistenza medica e amicizia. Sicché Lynch ci porta nella Londra di fine Ottocento, ed ecco il deforme John Merrick, il misericordioso dottor Treves e lo spettacolo di strada imbastito dall’orribile signor Bytes che li fa incontrare: la sindrome è di Proteo, il soprannome l’Uomo Elefante, il sottinteso – verbalizzato dallo stesso Merrick – che “l’uomo ha paura di ciò che non capisce”.
Il libricino istruisce sul lavoro a posteriori di Lynch, ma ha luce propria: “Era un uomo simile, in tutto e per tutto, a un elefante. La trasformazione, però, doveva essersi interrotta nelle prime fasi. La creatura era ancora, sostanzialmente, un uomo”. L’osservazione è del ritratto dipinto a grandezza naturale su un telo, a mo’ di locandina: l’epifania è dunque cinematografica, Lynch, o chi per lui, non poteva che recepire. Il fenomeno da baraccone viene così ricompensato, restituito alla dignità dalla Settima Arte: la fotografia in bianco e nero di Freddie Francis è taumaturgica, il trucco protesico di John Hurt umanista, e Anthony Hopkins per Treves è appunto Hopkins – quando il film quarantacinque anni fa, il 6 marzo del 1981, arrivò nelle nostre sale non era per farsi dimenticare. Si dovrebbe dire del triangolo tra caso (Merrick), testimonianza (Treves) e trasposizione (Lynch, che ne trae un Twin Peaks ante litteram…), del conflitto d’interessi in capo al dottore, ossia medicina e società, deontologia e amicizia, e del combinato disposto tra spettacolo e spettatore, ma i tempi sono quelli che sono, dell’Odissea di Nolan, e alla faccia di Matt Damon qui si conviene che “se il suo spirito avesse potuto assumere una forma il disgustoso, ripugnante Merrick si sarebbe presentato come un eroe senza macchia… Il suo tormentoso viaggio era giunto alla fine… Era stato precipitato nell’abisso della disperazione, ma con passi virili aveva raggiunto l’altra sponda”. L’Ulisse Elefante?