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 2026  luglio 22 Mercoledì calendario

Ucraina, minacce e perquisizione per due croniste dopo un articolo di denuncia sul 425° reggimento

“Mamma, sono all’inferno, prega per me”. È l’ultimo messaggio che Lada Zavalova ha ricevuto da suo figlio. Portato via e arruolato con la forza, il 20enne ha tentato la fuga una settimana dopo essere entrato al centro di addestramento Rocks, ma che lui definiva un inferno. In viaggio per un trasferimento ha chiesto di andare in bagno ed è scappato dalla finestra. Un soldato ha preso la mira e gli ha sparato quattro colpi alla schiena con un fucile d’assalto CZ Bren 2, di fabbricazione ceca, uccidendolo, il giorno prima del suo compleanno. Il comandante, presente al momento dell’accaduto ha posto l’accento sul fatto che Oleksandr si fosse dato alla fuga. “Ma se è scappato, giudicalo, perché gli hai sparato?” ha chiesto sua madre.
Il fatto è avvenuto nel 425° reggimento d’assalto separato Skelya, unità già conosciuta per le violenze subite dai soldati che vi entrano a far parte. Sparare a chi tenta la fuga è una pratica che si è verificata più volte. Arkadi è scappato dopo due giorni di addestramento in condizioni estreme. Una guardia gli ha sparato colpendolo alla mano e alla gamba, ma è riuscito comunque a nascondersi e raggiungere Kharkiv. Lì si è rifugiato a casa di conoscenti ed è riuscito a trovare un dottore che gli estraesse i proiettili, dopo cinque giorni. La recluta ha poi scritto all’Ufficio Investigativo Statale (Sbi) chiedendo di poter tornare ma in un altro battaglione. Ha ricevuto in cambio una citazione per abbandono arbitrario del servizio e perquisizioni in ogni luogo da lui frequentato. Ma non lo trovano. Dopo dieci giorni pubblica una foto dai Carpazi. “Sono fuori”, Arkadi ha lasciato il paese. A gennaio Oleksandr Semenov arriva in ospedale, a Kropyvnytskyi, con il corpo martoriato, la testa sfondata, le mani lacerate e le dita rotte. Racconta di essere fuggito anche lui dal reggimento “Skelya”, dove era stato legato a un quad e trascinato per terra. Denuncia ai medici di aver assistito ad almeno nove suicidi nel reparto. Pochi giorni dopo Oleksandr muore, ufficialmente per polmonite. Al 425° si accede tramite quello che chiamano il pollaio, un edificio fatiscente dove a 1.200 persone vengono spiegate le regole a calci e pugni. È un vero e proprio campo di concentramento, il cui perimetro è minato, e la notte si sentono esplosioni. A volte si tratta di animali, ma anche di reclute che cercano di fuggire. Le celle ospitano sei persone dove spesso c’è qualcuno in crisi d’astinenza. Maksym Skipa era stato picchiato per aver portato del metadone e poi obbligato a battersi con i suoi compagni. Era completamente livido quando si è impiccato.
L’inchiesta sul più grande stormo d’assalto ucraino, noto anche come “il reggimento di Syrskyi”, dal nome del Capo di Stato maggiore sostituito ieri da Zelensky da cui dipende direttamente, è stata realizzata dal media Babel, il quale è riuscito a documentare 25 morti in soli sei mesi. La maggior parte muore per polmonite, ma in molti casi ci sono segni di violenza come costole rotte o traumi al torace. Ma le conseguenze della pubblicazione non si sono fatte attendere. Subito dopo la messa in pagina lo Sbi ha perquisito il comproprietario di Babel, “difficile credere a una semplice coincidenza”, commenta l’Ukrainska Pravda. Le autrici dell’articolo, Kateryna Lykhoglyad e Kateryna Kobernyk hanno subito minacce pubbliche da parte dell’influencer del reggimento: “dovranno vomitare quei soldi”, ha detto Mykola Kharkhan in un video, accusandole di essere al soldo dei russi e senza risparmiare loro insulti sessisti. I pc di Babel sono poi stati attaccati da un virus denominato “Skelya”.